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L’Uno e i molti: dalla coscienza al Tawḥīd

  • 22 ago
  • Tempo di lettura: 6 min

Sura Al-Baqara (2:213):

«Allah guida chi vuole verso una via diritta.»


Il mio viaggio

Molti anni fa ho vissuto in Kerala, dove mi ero recata per motivi di studio completamente diversi. Fu un viaggio improvviso, anche se da tempo sognavo di trovarmi in India, immersa nel traffico, nei colori dei sari e nella complessità di una cultura così distante dalla mia. Pochi mesi dopo, quel sogno si avverò, senza che vi fosse stato, almeno apparentemente, un desiderio precedentemente alimentato o un progetto consapevole.

Se gli avvenimenti della nostra vita possono essere ricondotti alle nostre intenzioni, oggi posso dire che esistono anche circostanze nelle quali le opportunità sembrano emergere prima ancora che siamo pienamente consapevoli di averle cercate. Il motivo iniziale del mio viaggio, quando ero ancora molto giovane, si trasformò presto in qualcosa di completamente diverso. Se oggi scrivo e studio l'Islam, è anche grazie a una serie di eventi che, al momento in cui accaddero, sembravano insignificanti, ma che in seguito mi riportarono in India altre due volte, questa volta per approfondire lo yoga e la filosofia vedāntica.

Prima di arrivare all'Islam, dunque, ho attraversato altre tradizioni religiose e filosofiche. Anche la mia infanzia aveva già avuto un rapporto particolare con la ricerca del sacro: essendo figlia di un antropologo, ho avuto modo di entrare in contatto molto presto con culture, cosmologie, rituali, credenze negli spiriti e differenti forme della ricerca umana di Dio.

Per me, una religione può essere considerata convincente quando la sua configurazione complessiva riesce a stare in piedi come sistema. Con “sistema complesso” intendo la capacità di offrire una spiegazione metafisica coerente dei diversi elementi che compongono la nostra esperienza, senza entrare necessariamente in contraddizione con ciò che sappiamo attraverso la ragione e la conoscenza scientifica.

È così che, dopo un lunghissimo periodo di “riscaldamento” spirituale e intellettuale, e dopo aver abbandonato le lezioni di religione cristiana perché non avevo ricevuto una spiegazione che riuscisse a convincermi sul concetto della Trinità, mi concentrai sempre più sullo studio dello yoga e della filosofia vedāntica. Parallelamente, iniziai a interessarmi all'anatomia e, soprattutto, alla natura del pensiero, alla coscienza e al nostro ruolo di osservatori di ciò che accade dentro di noi e nel mondo esterno.

Nel Vedānta, e in particolare nell'Advaita Vedānta, si sostiene che la realtà ultima non sia realmente costituita da una molteplicità di soggetti e oggetti separati nel senso in cui normalmente li percepiamo. La percezione ordinaria ci presenta il mondo come composto da individui e fenomeni distinti; alla base di questa molteplicità, tuttavia, l'Advaita individua una realtà unitaria: il Brahman, concepito come realtà assoluta e ultima.

Questa concezione mi ha portato inevitabilmente a interrogarmi sul rapporto tra percezione e realtà.

Alcuni esperimenti della fisica quantistica hanno mostrato che sistemi microscopici possono essere preparati in stati di sovrapposizione, nei quali determinate proprietà non possono essere descritte semplicemente come se il sistema possedesse già un unico valore definito indipendentemente dalla misurazione. Questo genere di risultati è profondamente controintuitivo rispetto alla nostra esperienza quotidiana.

Da qui nasce una domanda filosofica ancora più radicale: quanto della separazione che percepiamo appartiene realmente alla struttura ultima della realtà e quanto, invece, dipende dal modo in cui la nostra mente organizza l'esperienza?

È proprio su questo terreno che alcune tradizioni mistiche hanno sviluppato l'idea che ciò che sperimentiamo quotidianamente possa essere una realtà “proiettata”, nella quale eventi e oggetti appaiono separati nello spazio e nel tempo, pur appartenendo, a un livello più profondo, a una realtà unitaria.

Ma dopo anni di pratica yogica e di studio di concetti che, almeno nella mia esperienza, risultavano difficili da ampliare in una spiegazione scientificamente verificabile, iniziai a pormi una domanda ancora più radicale:

Chi ci rende coscienti?

Nell'Advaita Vedānta, la coscienza individuale non costituisce, a livello ultimo, una realtà indipendente. La coscienza fondamentale è associata al Brahman e, nella formulazione classica dell'Advaita, Ātman e Brahman sono identici.

L'idea può essere resa attraverso una metafora tradizionale: quella del sole riflesso in molti specchi. Possiamo vedere molti riflessi e considerarli distinti, ma il sole è uno solo. Analogamente, secondo questa prospettiva, sembrano esistere molte coscienze individuali, mentre alla base della loro apparente molteplicità vi sarebbe un'unica Coscienza.

È precisamente a questo punto che il mio percorso ha iniziato a prendere un'altra direzione.

La domanda che mi sono posta è stata: se, a livello ultimo, tutte le coscienze fossero realmente una sola coscienza, che cosa fonderebbe la distinzione tra il mio pensiero e il tuo, tra la mia intenzione e la tua, tra la mia scelta e la tua responsabilità?

L'idea di un'unica coscienza universale è certamente affascinante dal punto di vista mistico. Tuttavia, per me introduce una difficoltà metafisica: se la distinzione tra le coscienze individuali fosse soltanto apparente, allora diventerebbe necessario spiegare su quale fondamento possano esistere realmente la soggettività, la deliberazione, l'intenzione e la responsabilità individuale.

È qui che il tawḥīd islamico ha iniziato ad apparirmi diverso e, per me, più coerente.

L'Islam conserva contemporaneamente due affermazioni fondamentali: Dio è assolutamente Uno e gli esseri umani sono realmente distinti da Lui e gli uni dagli altri.

Allah è Uno, ma noi siamo creature distinte, dotate di ragione, volontà e responsabilità. La nostra coscienza non è una parte di Dio e Dio non è una parte della nostra coscienza. La coscienza appartiene alla creazione; Dio appartiene a un ordine ontologico completamente diverso: quello del Creatore.

Questa distinzione mi sembra fondamentale. Il tawḥīd permette di parlare di un'unità assoluta senza trasformare la molteplicità delle creature in una semplice illusione e senza identificare Dio con l'universo.

Da qui nasce una seconda domanda, ancora più difficile:

Da dove nasce l'intenzione, prima ancora che io scelga consapevolmente di averla?

Se tutti facessimo parte, in senso letterale, di un'unica coscienza universale, allora anche le nostre intenzioni sembrerebbero appartenere, in ultima analisi, a un unico soggetto. La distinzione tra “io voglio” e “tu vuoi” diventerebbe allora una distinzione apparente. E questo renderebbe estremamente complessa la spiegazione del libero arbitrio, della responsabilità morale e della stessa individualità della persona.

Il problema diventa ancora più profondo se si identifica Dio con la totalità della realtà.

Se Dio fosse una parte della creazione, allora sarebbe necessario collocarlo all'interno di una realtà dalla quale dipende. Ma ciò che è contingente e dipendente non può essere, per definizione, la spiegazione ultima della propria esistenza.

La concezione islamica risolve il problema attraverso una distinzione ontologica radicale: Allah è il Creatore, mentre tutto ciò che non è Allah appartiene alla creazione.

Dio non è un elemento dell'universo. Non è un oggetto all'interno dello spazio e del tempo, perché spazio e tempo appartengono alla realtà creata. Egli è il fondamento dell'esistenza della creazione, senza essere una parte della creazione.

In questa prospettiva:

·        Allah è il Creatore, non un elemento dell'universo.

·        La creazione è contingente e dipendente da Lui.

·        Spazio e tempo appartengono all'ordine creato e non costituiscono un contenitore nel quale Dio debba essere collocato.

·        Dio non è una parte dell'unità cosmica: è il fondamento dell'esistenza della realtà creata.

·        La molteplicità del mondo non implica una molteplicità in Dio.

·        L'unità divina non cancella la distinzione reale tra le creature.

Questa struttura mi appare metafisicamente più sostenibile perché permette di mantenere insieme due esigenze che considero fondamentali: l'unità ultima e la distinzione reale.

Il Corano, inoltre, non riduce l'essere umano alla semplice percezione sensoriale. Parla di una dimensione interiore dell'uomo capace di comprendere, discernere e riconoscere la verità. Allo stesso tempo, stabilisce un limite alla conoscenza umana quando parla dello rūḥ:

«Ti chiedono dello Spirito. Di': “Lo Spirito appartiene all'ordine del mio Signore, e non vi è stata data della conoscenza se non una parte.”(Corano 17:85)

Questa frase mi colpisce particolarmente perché non pretende di fornire una spiegazione semplicistica della coscienza. Al contrario, riconosce che esistono aspetti della nostra stessa natura che rimangono oltre la nostra piena conoscenza.

La coscienza, dunque, appartiene alla creazione, mentre Dio ne è il Creatore e il fondamento.

Anche la questione della volontà può essere collocata all'interno di questa struttura. Nell'Islam, Allah crea l'essere umano, le sue facoltà e la possibilità stessa di agire; l'essere umano, tuttavia, vuole, sceglie e viene considerato responsabile delle proprie scelte.

Il Corano tiene insieme entrambe le dimensioni:

«Per chi di voi vuole seguire la retta via. Ma voi non lo vorrete, a meno che Allah lo voglia.»(Corano 81:28–29)

L'uomo possiede quindi una volontà reale, ma questa volontà non esiste indipendentemente da Dio.

Possiamo rappresentare il processo, almeno fenomenologicamente, come:

esistenza → percezione → desiderio → intenzione → scelta → azione → responsabilità

La questione dell'origine ultima dell'intenzione rimane complessa. Ma il tawḥīd mi permette di porla senza dover dissolvere l'individualità della persona dentro una coscienza universale.

È questa, in fondo, la ragione per cui il tawḥīd ha iniziato a convincermi.

Non perché neghi l'unità, ma perché la definisce diversamente.

L'unità assoluta appartiene a Dio; la molteplicità appartiene alla creazione. Noi possiamo essere profondamente interconnessi, condividere la stessa origine e dipendere dallo stesso Creatore, senza per questo essere una sola coscienza.

Il tawḥīd permette così di affermare contemporaneamente l'unità assoluta di Dio e la reale individualità delle persone. E proprio questa distinzione preserva la possibilità della ragione, della scelta, dell'intenzione e della responsabilità morale.

Per me, il punto non è quindi scegliere semplicemente tra “unità” e “molteplicità”. La domanda più profonda è: che tipo di unità può spiegare la realtà senza distruggere la distinzione tra chi conosce, chi sceglie e ciò che viene conosciuto?

È nella risposta del tawḥīd — l'Uno assoluto, distinto dalla creazione, da cui ogni cosa dipende — che ho trovato una struttura metafisica capace, almeno per me, di tenere insieme coscienza, ragione, libertà, responsabilità e ricerca di Dio.


 
 
 

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