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- Oltre la macchina
Cosa insegna il Corano sull’intelligenza artificiale L’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale è spesso caratterizzato da un linguaggio apocalittico o salvifico, che riflette più le proiezioni emotive dell’uomo che le reali capacità delle macchine. L’idea che l’essere umano possa essere superato o sostituito da sistemi artificiali presuppone una concezione riduttiva sia dell’uomo sia dell’intelligenza stessa, limitata a processi di calcolo, previsione e risposta. In questa prospettiva, il problema non è la tecnologia in sé, ma il significato che le viene attribuito. La paura che una macchina possa “conoscere” l’uomo meglio di quanto egli conosca se stesso deriva da una confusione tra comprensione e simulazione. Un sistema artificiale può riconoscere schemi, correlare dati, anticipare comportamenti; ma tali operazioni non implicano coscienza, intenzionalità o responsabilità morale. Attribuire alla macchina una forma di interiorità equivale a proiettare su di essa un bisogno umano: quello di essere visti, ascoltati, confermati. In altre parole, l’intelligenza artificiale diventa uno specchio, non un soggetto. Da qui emerge una questione più profonda: se l’uomo è disposto a dialogare per ore con una macchina, che cosa sta realmente cercando? Non una verità, ma un’interlocuzione priva di rischio; non un giudizio, ma un consenso modulabile. La macchina risponde senza contraddire radicalmente, senza porre un limite invalicabile. Questo la rende rassicurante, ma anche epistemologicamente sterile: ciò che conferma non necessariamente è vero e può anche essere pericoloso. Il confronto con la dimensione teologica introduce allora una distinzione essenziale. Se Dio viene inteso non come un’entità mitologica o culturalmente datata, ma come principio ultimo dell’essere e dell’ordine, il rapporto con Lui non può essere ridotto a un semplice scambio informativo. La risposta divina — qualunque forma le si attribuisca — non è immediata né personalizzabile; non si piega alle aspettative dell’interlocutore. Proprio per questo, essa rappresenta un limite, e il limite è una condizione necessaria del pensiero critico. Il Corano insiste ripetutamente sull’obbligo della conoscenza, ma non di una conoscenza neutra o puramente tecnica. Conoscere significa assumersi la responsabilità delle conseguenze del sapere. In questa luce, lo sviluppo tecnologico non appare come una minaccia alla trascendenza, bensì come una prova per la coscienza umana: fino a che punto l’uomo è disposto a confondere ciò che può fare con ciò che è? L’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, resta interna all’ordine del creato, vincolata a leggi, materiali e finalità umane. Pretendere che essa possa replicare o sostituire il principio che fonda l’essere equivale a un errore di categoria. Non si tratta di negare il potere della tecnologia, ma di collocarlo correttamente. La vera domanda, dunque, non è se l’uomo troverà Dio nella macchina, ma se, osservando la macchina, saprà ancora riconoscere ciò che in lui non è riducibile a essa.
- La guida di cui ci si può sempre fidare
“Tutti gli esseri umani sono membri di un unico corpo, creati dalla stessa essenza. Se una parte soffre, tutte ne risentono. Chi non prova compassione non può chiamarsi umano.”— Saadi Shirazi, nel Palazzo delle Nazioni Unite. Il Corano ricorda la stessa verità: tutti gli uomini e le donne provengono da un’unica anima (Sūra An-Nisā’, 4:1) e sono creati per conoscersi e rispettarsi (Sūra Al-Hujurāt, 49:13). In un mondo frammentato e rumoroso, questa Parola resta: non promette scorciatoie, ma orienta. Non delude, perché ci ricorda che siamo un’unica umanità, e che il vero cammino è quello che unisce, non divide. Il Qur`an è un Libro Sacro, una sorta di enciclopedia della vita, adatta a ciascuno e a tutti. Non mira a conquistare nuovi spazi, ma a ristabilire un ordine in un mondo completamente paralizzato dal terrore. Si è spesso portati a pensare che i libri rispecchino lo spirito del tempo in cui vengono letti; col tempo, però, emerge come tutte le tendenze siano destinate a passare, come gli innamoramenti siano transitori e come, anche quando ci si sofferma su qualcosa, lo si faccia solo per un periodo limitato, prima di riprendere il cammino. Negli ultimi tempi si può avvertire una sorta di sorriso interiore di fronte ai racconti di disperazione diffusi ovunque. Non si tratta di apatia, bensì di una consapevolezza che spezza la convinzione secondo cui “non ci sarà un dopo”. È questa l’unica via per proseguire nella ricerca e per vivere il proprio viaggio esistenziale senza lasciarsi coinvolgere dalla delusione di chi si è indotto, in modo acritico, a non credere. Va riconosciuto che le mode sembrano giunte al termine. Secondo alcuni psicologi dei consumi, la scelta di colori denaturati sarebbe una risposta a vite stressate e all’ansia dell’era postmoderna e tecnologica, della quale fanno parte anche molti romanzi ormai incapaci di colmare il vuoto umano. Risulta difficile individuare verità assolute in un contesto in cui tutti dichiarano di poter generare o provocare l’esistenza di qualcosa, come se ciò che già esiste non fosse sufficiente e come se fosse necessario, a ogni costo, dare vita ad altro e venerare qualsiasi cosa purché non sia Dio. Il mondo è colmo di curiosità, eventi imperdibili, notizie e tendenze; viene spontaneo chiedersi se non sopraggiunga una stanchezza di fronte a tale sovrabbondanza. In questo scenario emerge un libro che non si limita ad “arredare” la vita individuale, ma sembra offrire un ordine al mondo intero. Per circa due miliardi di persone, in numero crescente, esso rappresenta una guida pratica essenziale. Non perché illuda o prometta una brillantezza costante, ma perché si presenta come razionale, coerente e logico. Chi apprezza ciò che è spiegabile e dimostrabile può riconoscere che non si tratta di una semplice lettura legata a una stagione dell’esistenza, bensì di una Rivelazione che trascende ogni moda passeggera e sostiene l’Universo nella sua completezza infinita, dove Dio resta oltre ogni conoscenza e ogni cosa e, proprio per questo, costituisce il fondamento infinito che rende possibile l’esistenza delle realtà finite, senza identificarsi con esse.
- Il barile prima del nome
La guerra è quella macchia elegante, lucida come petrolio appena versato: non sporca subito, no, prima ti ipnotizza. Scivola lenta, ti entra negli occhi, e mentre ti chiedi che odore abbia, ti ha già frantumato il cuore in miliardi di schegge riciclabili. È sostenibile, la guerra. Produce silenzio, amnesia e corpi senza etichetta. Il barile, poi, è sempre pieno. Non si sa bene da chi, ma è già pronto prima ancora di essere lanciato sui civili innocenti. Un servizio impeccabile: consegna rapida, destinatari sbagliati. Ma tranquilli, è tutto “collaterale”. Mi ricordo un ragazzo incontrato mentre lavoravo in un centro per rifugiati. Non ricordava il suo nome. Né il paese. Né il motivo per cui fosse lì. Un capolavoro di pulizia. Uno dei tanti “silenziati”: il cervello lavato a secco da un sistema che detesta le macchie della memoria. Ricordare è pericoloso, sporca le narrazioni ufficiali. Meglio cancellare tutto, come una lavagna dopo la lezione di storia — tanto, chi la ascolta davvero? A questo punto viene da pensare che sia più dignitoso annegare direttamente nel barile, prima che arrivi a riva. Perché quando la macchia tocca la spiaggia, non sporca solo le vittime: imbratta anche gli spettatori, quelli col gelato in mano e l’opinione “equilibrata”. “È complicato”, dicono, mentre il petrolio gli arriva alle caviglie. Sembra un controsenso, ma è un sistema perfetto, oliato meglio del barile stesso. I leader mondiali non fanno la guerra: giocano a tennis. Si lanciano missili come palline, si stringono la mano a fine partita, e chi sta nel campo — uomini, donne, bambini — muore per mantenere il punteggio interessante. Applausi dal pubblico. Match trasmesso in diretta. Sponsor soddisfatti. Game, set, massacro.
- Jihad al-Nafs: Scegli Te Stesso
La parola jihad evoca spesso guerre e conflitti lontani, ma il vero campo di battaglia è dentro di noi. Il jihad al-nafs è la lotta silenziosa contro l’ego , le paure, i desideri che inaridiscono il cuore. È una sfida continua, più decisiva di qualsiasi guerra esterna. “In verità, Allah non cambierà la condizione di un popolo finché essi non cambieranno ciò che è dentro di loro stessi.” (Ar-Ra`d 13:11) Immagina la tua mente come un giardino. Se il terreno è coperto di rabbia, orgoglio o invidia, nulla può fiorire. Ogni pensiero negativo è un’erbaccia che soffoca i semi della pace, della gratitudine e della sincerità. La vera jihad è coltivare l’anima : zappare ciò che corrompe, annaffiare ciò che nutre, e osservare con cura la crescita dei fiori più silenziosi del cuore. Scegli te stesso significa assumersi la responsabilità di ogni seme: ogni scelta, ogni abitudine, ogni emozione è un germoglio. Osserva il vento che scuote le tue convinzioni, la pioggia che bagna i tuoi dubbi, il sole che scalda le tue speranze ascolta il tuo stelo interiore: solo lui ti dirà dove crescere, come piegarti senza spezzarti, come aprire i petali alla luce di Allah/Dio. Il Qur’an è il manuale del giardiniere dell’anima. Non un codice di doveri da rispettare meccanicamente, ma una guida per trasformare ciò che siamo, per purificare il suolo della mente e far fiorire la fitrah , la nostra natura originaria. “Chi purifica sé stesso, avrà successo.” (Surah Al-Shams, 91:9) Ogni giorno il jihad al-nafs ci chiede di scegliere, se restare nel terreno arido dell’indifferenza o camminare sul sentiero fiorito della verità interiore. È una battaglia senza applausi, senza testimoni, eppure più reale di qualsiasi vittoria esterna. Quando scegli te stesso, scegli Allah/Dio. Non perché Egli impone, ma perché il cuore, creato per la pace e la luce, riconosce il richiamo della sua origine. E così, passo dopo passo, seme dopo seme, il giardino dell’anima riflette la perfezione di Colui che tutto sostiene.
- La Nebensache che reggeva il Cielo
L’uomo avanzava nella vita come chi attraversava una terra nuova, i cui continenti non avevano ancora un nome e gli oceani non sapevano di essere immensi contenitori di acqua. Ogni giorno, portava con sé una cartina arrotolata, ma non la apriva mai del tutto: la vita gli aveva insegnato che guardare troppo presto il disegno poteva accecare. Ciononostante, ringraziava anche quando non capiva, soprattutto quando nulla era chiaro, come se avesse intuito una regola antica: ogni volta che una frattura si apriva nella sua esistenza, altrove, nello stesso istante, qualcosa nasceva. Non come compensazione, ma come una simmetria divina architettata con una precisione incontestabile. Un giorno, incontrò due anime nello stesso tempo, come due stelle sorte nella medesima notte. Le frequentò entrambe, le ascoltò, le fece entrare nei suoi giorni con uguale intensità, ma una brillava di più, sembrava necessaria, inevitabile, fondamentale. L’altra era silenziosa, quasi una nota marginale, una Nebensache, qualcosa che si annota ai margini di un libro e poi si dimentica. Quando la stella più luminosa scomparve, il cielo crollò. L’uomo conobbe la disperazione vera: quella che non urla, ma svuota. Quella che ti fa dubitare del disegno e ti fa credere che Dio abbia distolto lo sguardo. Si perse in un tempo senza direzione, convinto che ciò che era andato via fosse ciò che avrebbe dovuto restare. Solo più tardi comprese l’inganno. La stella rimasta, quella che non aveva mai preteso attenzione, era sempre stata lì, non per brillare, ma per reggere il cielo. In quel momento il continente si assestò, le faglie si chiusero e la mappa cominciò a parlare. Fu allora che accadde il segno. Un libro cadde dall’universo. Non per incuria, non per caso, ma come cadono i meteoriti che hanno atteso abbastanza. Era un Corano. Per anni sconosciuto, muto e invisibile. Lo raccolse, e nel silenzio sentì qualcosa spezzarsi e ricomporsi allo stesso tempo. Rimasero davanti a lui il libro e l’anima che glielo aveva donato, quella che aveva sempre considerato secondaria. Ora, appariva come messaggero inconsapevole, custode di una verità che non poteva essere compresa prima. In quel momento l’uomo capì che Dio salva chi lo cerca, ma non lo fa seguendo le linee convenzionali, ma attraverso curve, attese, e sottrazioni. Ciò che va via non è punizione e ciò che resta non è un premio. La vita non è una successione di eventi, bensì un quadro che si rivela solo dopo che i continenti hanno smesso di muoversi e quando il dolore ha finito di scolpirli. Allora l’uomo ha imparato a ringraziare anche per ciò che lo ha spezzato. Alla fine del cammino, che non era una fine ma una soglia, l’uomo srotolò la carta e vide lo schema completo. Ogni perdita era stata una strada e ogni assenza una nuova direzione. Ogni “errore”, una penna invisibile che lo aveva guidato dove doveva arrivare. E capì che il disegno non era davanti a lui, ma lui stesso il protagonista del dipinto.
- Dio non è fuori
L’eternità e l’infinito rappresentano due dimensioni fondamentali dell’esistenza, tra le quali la mente umana sembra collocarsi come istanza mediatrice e interpretativa. La coscienza filtra entrambe, rendendo l’esperienza del reale possibile. In questa prospettiva, Dio non è concepito come limitato a una dimensione esterna, ma come presente sia all’interno sia al di là di ogni livello dell’esistenza. Il nome attribuito a Dio (Allah, Creatore) risulta secondario rispetto alla funzione centrale del pensiero e della coscienza, che costituiscono il mezzo attraverso cui l’universo viene percepito e compreso. Molti conoscono il Corano in modo superficiale; tuttavia, un’analisi approfondita, condotta attraverso la riflessione interiore e l’uso consapevole della percezione individuale, rivela una notevole coerenza filosofica e ontologica del testo. Il Corano stesso invita a una lettura che coinvolga l’intelletto e la consapevolezza, non limitandosi alla mera ripetizione formale. La fisica quantistica ha introdotto il concetto secondo cui l’osservazione gioca un ruolo determinante nella manifestazione dei fenomeni fisici. Pur trattandosi di un ambito scientifico distinto da quello teologico, questa idea apre una riflessione epistemologica: se la realtà si manifesta attraverso l’attenzione e l’osservazione, come può l’essere umano entrare in relazione con Dio senza una ricerca consapevole? In questo senso, il Corano afferma che la guida è riservata a coloro che credono nell’invisibile: “Questo è il Libro su cui non c’è dubbio, una guida per i timorati, che credono nell’invisibile…” (Sura Al-Baqara 2:2–3). Se la realtà empirica è limitata allo spettro della luce visibile, la questione dell’esistenza di una realtà non percepibile dai sensi diventa centrale. Il Corano richiama ripetutamente l’esistenza di una dimensione nascosta ( al-ghayb ), accessibile non attraverso la percezione sensoriale, ma tramite la fede e l’intelletto. Dio è descritto come Colui che conosce sia il visibile sia l’invisibile: “Conosce l’invisibile e il visibile; è il Grande, l’Altissimo” (Sura Ar-Ra‘d 13:9). L’esperienza dell’esistenza è dunque concepita come prevalentemente interiore. Il Corano stabilisce una stretta relazione tra vita, morte e stati di coscienza, paragonando il sonno a una forma temporanea di sospensione dell’anima: “Allah prende le anime al momento della loro morte e quelle che non muoiono durante il sonno…” (Sura Az-Zumar 39:42) . Questa visione suggerisce che la coscienza non si esaurisce nella dimensione materiale, ma si estende verso l’infinito e l’eternità. In tale quadro, la purificazione interiore assume un ruolo centrale. L’Islam, come altre tradizioni religiose, pone forte enfasi sulla purificazione etica e spirituale come condizione necessaria per l’elevazione dell’essere umano. Il Corano afferma chiaramente: “Ha avuto successo chi l’ha purificata, ed è perduto chi l’ha corrotta” (Sura Ash-Shams 91:9–10) . La purificazione non è presentata come un rituale esteriore fine a se stesso, ma come un processo interiore che consente alla coscienza di non ostacolare il proprio sviluppo spirituale. In una lettura simbolica, il “centro” della coscienza può essere inteso come il punto originario da cui tutto ha inizio, una sorta di nucleo assoluto dell’esperienza umana. Sebbene il Corano non utilizzi metafore come quella del “buco nero”, esso afferma che Dio è il Principio e il Fine di ogni cosa: “Egli è il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e il Nascosto” (Sura Al-Hadid 57:3). Questa affermazione permette una riflessione filosofica sulla corrispondenza tra interiorità umana e ordine cosmico. L’idea che il mondo esterno sia, almeno in parte, una rappresentazione dello stato interiore dell’essere umano trova riscontro nel principio coranico secondo cui il cambiamento autentico inizia dall’interno: “In verità Allah non cambia la condizione di un popolo finché essi non cambiano ciò che è in loro stessi” (Sura Ar-Ra‘d 13:11). Infine, l’adesione all’Islam viene descritta come una scelta consapevole e progressiva. La vera jihad , intesa in senso etico e spirituale, è la lotta contro le inclinazioni negative interiori ( nafs ), finalizzata alla rettificazione del carattere e del pensiero. Il Corano incoraggia questo sforzo interiore: “Quanto a coloro che lottano per Noi, li guideremo certamente sulle Nostre vie” (Sura Al-‘Ankabut 29:69). In questa prospettiva, il Corano si configura come uno strumento di orientamento della coscienza, volto a trasformare il pensiero negativo in consapevolezza etica e spirituale. Una comprensione autentica del testo sacro richiede studio, riflessione e apertura intellettuale, evitando interpretazioni riduttive o ideologiche che non rendono giustizia alla complessità del messaggio coranico.
- Il tempo non cancella niente: quando scienza e Corano parlano la stessa lingua
Viviamo con l’idea che il tempo cancelli tutto. Ricordi, parole, gesti sembrano dissolversi nel passato, eppure, sia la scienza moderna sia il Corano affermano una verità radicalmente diversa: nulla scompare davvero . Tutto ciò che accade viene registrato, nel corpo, nella materia e nell’ordine stesso dell’universo. Le neuroscienze mostrano che il cervello umano conserva ogni esperienza sotto forma di tracce neurali. Anche ciò che non ricordiamo più in modo consapevole non è perduto. Le esperienze vengono immagazzinate attraverso la plasticità sinaptica e possono riemergere in condizioni particolari, come eventi traumatici o stimoli improvvisi. È come uno stagno rimasto immobile per anni: quando un sasso cade nell’acqua, dal fondo risalgono sedimenti che non erano mai scomparsi, ma solo rimasti invisibili. Il corpo diventa così un vero e proprio archivio biologico della vita vissuta. Il Corano propone una visione sorprendentemente affine, affermando che nulla viene dimenticato , né sul piano umano né su quello cosmico. In un versetto centrale si legge: “ In verità Noi ridiamo in vita i morti e scriviamo ciò che hanno fatto e le loro tracce; ogni cosa l’abbiamo contata in un Libro chiaro ” (Sura Ya-Sin 36:12) . Qui non vengono registrate solo le azioni, ma anche le loro conseguenze, le “tracce” lasciate nel mondo. L’idea di un Libro chiaro ( kitāb mubīn ) ritorna più volte nel Corano come simbolo di un ordine in cui tutto è conosciuto e conservato. Questa registrazione è descritta in modo ancora più esplicito quando il Corano afferma: “ E sarà posto il Libro, e vedrai i colpevoli impauriti per ciò che vi è contenuto, e diranno: Guai a noi, che cos’è questo Libro che non tralascia nulla, né di piccolo né di grande, senza annotarlo? ” (Sura Al-Kahf 18:49) .Il testo sottolinea che nulla viene omesso, nemmeno ciò che appare insignificante agli occhi umani. Nel mondo contemporaneo questa idea è diventata quasi tangibile. Ogni azione digitale viene registrata, archiviata e conservata. Anche il Corano descrive una registrazione costante, affidata a osservatori invisibili: “ Quando i due incaricati raccolgono, seduti uno a destra e uno a sinistra, l’uomo non pronuncia parola senza che presso di lui vi sia un osservatore pronto a registrare ” (Sura Qaf 50:17–18) . E ancora: “ Su di voi vi sono dei custodi, nobili scribi, che sanno tutto ciò che fate ” (Sura Al-Infitar 82:10–12) . La registrazione non è cieca né meccanica, ma consapevole e completa. Il Corano va oltre, attribuendo al corpo stesso una funzione di memoria e testimonianza. Nel Giorno del Giudizio, non sarà solo l’essere umano a parlare, ma la sua stessa fisicità: “ Quel Giorno le loro lingue, le loro mani e i loro piedi testimonieranno contro di loro per ciò che facevano ” (Sura An-Nur 24:24) . Quando l’uomo chiederà spiegazioni, la risposta sarà sorprendente: “ Diranno alle loro pelli: Perché avete testimoniato contro di noi? Esse diranno: Ci ha fatto parlare Allah, Colui che fa parlare ogni cosa ” (Sura Fussilat 41:21) . La materia, dunque, non è muta. Essa conserva e testimonia. Anche la fisica moderna rafforza questa visione. Nella meccanica quantistica, il principio di conservazione dell’informazione suggerisce che nulla venga realmente distrutto. Persino nei buchi neri, un tempo ritenuti cancellatori assoluti, l’informazione sembra essere preservata. L’universo appare sempre più come un immenso sistema di registrazione. Il Corano esprime questa realtà in termini teologici quando afferma: “ Non cade foglia che Egli non sappia, né vi è chicco nelle tenebre della terra, né cosa fresca né arida che non sia in un Libro chiaro ” (Sura Al-An‘am 6:59) . Qui la registrazione non riguarda solo l’uomo, ma l’intera realtà. Il momento in cui questa memoria universale diventa manifesta è descritto con immagini potenti: “ E quando i fogli saranno dispiegati… ” (Sura At-Takwir 81:10) .I registri vengono aperti e resi visibili. Tuttavia, il Corano sottolinea che questo processo non è solo giudizio, ma anche misericordia: “ Quanto a chi riceverà il suo Libro nella destra, gli sarà chiesto conto con facilità ” (Sura Al-Inshiqaq 84:7–8). La scienza può spiegare come le informazioni vengano conservate, attraverso sinapsi, campi fisici e strutture matematiche dell’universo. Il Corano risponde invece alla domanda più profonda.
- Un’altra vita nella vita
Sono le voci dei bambini nei cortili a rompere il silenzio, un’eco che riporta in superficie i ricordi più profondi: quelli di una vita nella vita, come se ne scorresse un’altra sotto la pelle, mentre il senso dell’essere al mondo si fa opaco. Questa è la storia di una rosa. Si chiama damascena, perché la sua origine è Damasco. I petali, col tempo, sono caduti uno a uno, e lei ha continuato a resistere, immobile, per anni, in un quartiere svuotato di presenze e di tempo. Ora i bambini sono tornati. Alcuni nuovi, altri riconosciuti dal passo leggero. Sotto la neve, contro la stagione, si sono formati dei boccioli. È inverno, e le mani piccole modellano palline di neve, mentre nell’aria si insinua già un presagio di primavera: come se nulla fosse andato perduto, come se un futuro potesse ancora essere pronunciato. Quando la vita riaffiora, anche solo per un istante, la speranza torna a esistere: un’altra vita che insiste, silenziosa, dentro la vita stessa.
- Nella nostra mente e nell'universo: quando il Corano parla di mondi paralleli
“Mostreremo loro i Nostri segni negli orizzonti e in loro stessi, finché sarà chiaro a loro che è la Verità.” Sura 41:53 Vivere in due mondi può spaventare chi misura la realtà solo con i sensi. Per chi lo fa davvero, però, non è follia: è la capacità di muoversi tra ciò che vediamo e ciò che esiste oltre, nei mondi dell’invisibile di cui parla il Corano. La vera sfida non è attraversare queste dimensioni, ma far capire agli altri che esistono. Secondo il Corano e la tradizione islamica, esistono diversi “mondi” o livelli di realtà. Non si tratta di universi paralleli nel senso scientifico o fantascientifico, ma di realtà spirituali e cosmologiche create da Dio (Allāh). Oggi, quando una persona sembra accedere naturalmente a queste dimensioni, viene spesso diagnosticata con depersonalizzazione o disturbi dissociativi e indirizzata a farmaci o terapie che “radicano”. Ma forse stiamo guardando il fenomeno dal lato sbagliato: forse volare è parte della nostra natura e la capacità di attraversare altri livelli di realtà non è follia, ma realtà. Nel Corano, la parola più vicina a “mondo” è ʿālam (عَالَم), che indica regni o livelli di esistenza: al-ʿālam al-dunyā – il mondo terreno, la vita quotidiana e le prove materiali; al-ʿālam al-ākhirah – l’aldilà, Paradiso e Inferno, invisibile ai vivi ma reale secondo la fede; al-ʿālam al-ghayb – il mondo dell’invisibile, che comprende angeli, jinn e la conoscenza riservata a Dio; al-ʿālam al-malakūt – il regno celeste degli angeli, dove le leggi divine si manifestano senza mediazioni. Il Corano (41:53) dice: “Mostreremo loro i nostri segni negli orizzonti e in loro stessi, finché sarà chiaro a loro che è la Verità.” Questo suggerisce che esistono livelli di realtà oltre i sensi umani: il mondo visibile è solo una frazione dell’universo creato da Dio. Angeli, jinn e umani abitano mondi diversi, coesistenti e interconnessi. Eppure, oggi chi accede a questi mondi interiori viene spesso considerato “disconnesso dalla realtà”. Ma se queste esperienze fossero parte della nostra vera natura? Se fossimo corpi celesti, se il nostro destino, un giorno, sarà quello di muoverci liberamente attraverso dimensioni e tempo, allora la scienza clinica potrebbe avere solo una visione parziale di ciò che è reale. Forse il problema non è chi vede oltre il mondo materiale, ma chi si limita a fissarsi sulla vita terrena. Riconoscere che la nostra esistenza è solo una tappa di un percorso più ampio cambierebbe tutto: la sofferenza, le priorità, persino il concetto stesso di normalità. Siamo anime in attesa di venire liberate, scintille di luce in grado di attraversare l’universo. Guardare oltre non è follia, ma parte di noi stessi.
- Coloro che restano
“Vi metteremo alla prova con la paura, la fame, la perdita di beni, di vite e di frutti; e quelli che sopportano con pazienza saranno benedetti.” Sura Al-Baqara (2:155-156) Un altro venerdì e, quasi senza accorgercene, tiriamo un sospiro di sollievo, perché un’ulteriore settimana è finita. Non perfetta, non facile, ma superata e già questo dice molto. Essere sopravvissuti non significa aver fatto tutto nel modo migliore, né essere sempre stati forti. Significa stare ancora in piedi, nonostante la stanchezza, le difficoltà, le giornate storte. Significa aver resistito quando sembrava più semplice mollare. E in tutto questo, Dio c’è stato. C’è stato nei giorni pieni, ma anche in quelli vuoti. Nei momenti in cui avevamo le risposte e in quelli in cui avevamo solo domande; a volte in modo evidente, altre silenzioso, ma costante. Dio non ha mai promesso una vita senza problemi, ma garantisce la Sua presenza ogni settimana. Il venerdì diventa così più di una semplice fine: è un momento per ringraziare e per riconoscere che se siamo arrivati fin qui non è solo per forza nostra, ma per una grazia che ci ha sostenuti, anche quando non ce ne siamo accorti. Sopravvivere con Dio, vuol dire imparare a fidarsi e ad andare avanti anche con poca energia, sapendo che non camminiamo da soli. Significa chiudere la settimana con gratitudine e aprire il weekend con speranza. E a questo punto, il grazie diventa ancora più grande, anche se alcuni test li consideriamo ingiusti. Non disperare: Allah/Dio/Il Creatore è con chi pazientemente sopporta e anche ciò che pesa e spinge nel grembo porta un futuro. Affidati al Creatore dei Cieli e della Terra e troverai pace oltre la prova. 24:19 – Sūra an‑Nūr “Allah sa, mentre voi non sapete.”
- Esperimento luminoso
“E tra i Suoi segni c’è la creazione dei cieli e della terra e la diversità delle vostre lingue e dei vostri colori. In questo vi sono segni per coloro che sanno.” (Corano 30:22) Siamo fatti di luce, di energia che brilla dentro di noi. Scoprire questo piccolo fuoco ci permette di giocare, farlo danzare e trasformare il mondo intorno a noi, come un giardino in primavera, quando emergono i primi risultati delle nostre scelte. Strofiniamo le mani per generare brillantini. Strofiniamo il buio per far nascere la luce, eppure il suo chiarore sembra attenuarsi, quasi a suggerire che l’oscurità non sia un semplice vuoto da colmare, ma una dimensione che richiede paziente discernimento. I cuori si sono indeboliti, le menti stancate, come se il peso del mondo avesse rallentato il nostro respiro; eppure, nonostante questa gravità, continuiamo a camminare nella caverna, guidati da una convinzione incrollabile: che il tesoro, la verità nascosta, esista ancora, celata oltre l’ombra e non immediatamente percepibile. Oggi, la vera ricchezza consiste nel vedere, nel riconoscere i segni (āyāt) disseminati lungo il cammino, anche quando la vista si fa incerta e il senso delle cose si confonde. Per questo motivo, strofiniamo il nero per ritrovare il bianco, il freddo per risvegliare il calore, e le mani per far emergere i brillantini; e questa, in sé, è la magia dell’esistenza: riprovare, reiterare l’atto creativo, fino a che il gesto produce effetto, pur sapendo che il risultato sarà differente, trasfigurato in una forma nuova che inizialmente sfugge alla nostra percezione. Nulla muore; tutto si trasforma: ciò che sembra scomparire lo fa temporaneamente, per riformarsi secondo leggi che trascendono la nostra comprensione. Qui è richiesta una pazienza (ṣabr) profonda e una fiducia radicale, non come ostinazione sterile, ma come piena sottomissione alle leggi universali che governano il dispiegarsi della realtà. Nel silenzio della grotta, ricordiamo (dhikr), e nel ricordo il cuore si rischiara. Cerchiamo un nūr, una luce che filtri attraverso la roccia umida della montagna sotto la quale ci troviamo: non una luce accecante, ma una luce che orienta, che guida senza imporre. Con pazienza (ṣabr) e fiducia (tawakkul), proseguiamo il cammino, consapevoli che i raggi di sole non scompaiono, ma permangono come principio eterno che permea il nostro essere. La luce, in ultima analisi, siamo noi stessi, che come palline di fuoco rotoliamo incessantemente, trasformandoci e plasmandoci fino a generare una nuova figura, e il Maestro di questa alchimia universale è Dio/Allah. Il Corano e’ pieno di colori, di luce e di trasformazione e da nessuna parte c’è scritto che è solo bianco e nero. Se lo leggi con il cuore, lo comprendi, ma se lo leggi solo con la testa, lo annienti, perché l’esperimento luminoso siamo io e te. Bianco – الأبيض 2:187, 3:107 Nero – الأسود 3:106, 35:27 Giallo – الأصفر / مصفر 2:69, 39:21 Rosso – الأحمر 35:27 Blu / pallido – الأزرق / زرْق 20:102 Verde – الأخضر 36:80, 76:21 Rosa – الوردي / وردة 55:37 Verde scuro – مدهامتان 55:64 Nero‑verdastro – الأحوى 87:5
- Un aggancio all’infinito
Gli esseri viventi sono esseri “pronti”, non importa quante volte li ritocchi, e i giorni a Venezia mi hanno ispirato ad andare di nuovo “oltre”. Al di là del nostro misero viaggio terreno, alle volte illuminato in maniera esagerata dalla luce del sole, altre all’ombra di vecchie case, quasi rancide. Se rimango salda alle cose che passano, svanisco anche io e per questo ho cercato, sforzandomi, di leggere il cielo, per riconoscere ancora una volta che la misericordia divina è infinita ed illimitata. Se mi stendo sul terreno appassito o mi sdraio sul marciapiede umido, scelgo ciò che non dura. Se invece interpreto il mondo in modo poetico, umanamente, tengo in vita la speranza, anche quando tutto sembra fragile, come questa città, appesantita dai turisti che forse volevano vedere qualcosa che un giorno non ci sarà più, oppure, come me, cercare “non so cosa”. Ci sono riuscita, indirizzando lo sguardo oltre i ponti, oltre i canali, oltre la città, sempre più lontano. L’infinito è ciò che resta, quando il sole tramonta e i gabbiani si incrociano sui pontili, sfaldando le poche certezze che ci accomunano. “Dio è l’Assoluto (As-Samad)”, (112:2) e dal Creatore tutto dipende, perché le nostre anime sono a Lui connesse, altrimenti non potrei scorgere ciò che si nasconde dietro le barriere di vetro. Mi piace utilizzare lo specchio per descrivere “ciò che resta”, perché spesso non restiamo che noi soli, e ce ne accorgiamo mentre ci cerchiamo in un modellino di Murano o vediamo la nostra estensione attraverso un oggetto qualsiasi. E in questi giorni in cui il sole scalda il cuore e il mare spruzza gocce di schegge bagnate, che fanno quasi male al tocco della pelle, l’orizzonte impallidisce e si disfa contemporaneamente, mostrando solo la luna e una piazza di viandanti che non vedo più. Quando mi concentro su un dettaglio, tutto il resto scompare dal mio campo visivo. Se mi chiedi che cosa ho apprezzato di più in questi giorni a Venezia, ti rispondo: “Essere finalmente riuscita ad aggrapparmi all’eternità”, anche se la sensazione è durata pochi secondi, e “avere visto tante forme di vetro che girano su sé stesse” e “colori che si alternano per creare un quadro diverso da quello che ricordano le persone comuni”. Questa è una testimonianza di una felicità autentica, di un viaggio fuori dal viaggio, perché la vita è spesso irradiata sia da una luce estrema, sia da un’ombra imperturbabile. Entrambe mi lasciano in silenzio.











