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Dove stiamo andando, mentre riempiamo il cielo di satelliti?

7 ott
Tempo di lettura: 5 min

Il Corano e la memoria dello sguardo

Un tempo il cielo entrava nella vita attraverso il silenzio. Bastava uscire di casa, allontanarsi dalle luce e alzare gli occhi. La notte si apriva sopra i tetti e i giardini, e l’essere umano ritrovava una misura: la propria piccolezza dentro una vastità che continuava oltre ogni pensiero.

Oggi quello stesso spazio accoglie le nostre macchine. I satelliti attraversano la notte, portano segnali e collegano luoghi lontani. Sono espressione di un’intelligenza capace di raggiungere ciò che per secoli era sembrato inaccessibile. Ma ogni conquista lascia una domanda sul luogo da cui siamo partiti e sulla direzione che abbiamo scelto. Possiamo avvicinarci alle stelle e perdere l’abitudine di guardarle, conoscere la distanza tra i corpi celesti e lasciare senza ascolto quella che cresce tra gli esseri umani e rendere il mondo raggiungibile e continuare a sentirci estranei alla vita che lo abita. La trasformazione del cielo ha conseguenze concrete: la luce riflessa dai satelliti e le loro emissioni radio possono interferire con la ricerca astronomica; l’illuminazione artificiale a terra riduce l’oscurità necessaria all’osservazione. [1]

Dentro questa questione scientifica vive anche una domanda culturale: quale spazio vogliamo lasciare all’esperienza di una notte stellata, a chi verrà dopo di noi, alla possibilità di incontrare qualcosa che non abbiamo costruito? Una parte della risposta riguarda il modo in cui intendiamo la conoscenza. Le biblioteche hanno attraversato le pareti delle case e sono entrate negli schermi e le informazioni ci raggiungono prima ancora che le cerchiamo. Eppure, comprendere conserva un ritmo più lento. Richiede il tempo di sostare, di mettere in relazione, di lasciarsi cambiare da ciò che si incontra. Anche l’intelligenza artificiale appartiene a questo paesaggio. Se da un lato può accompagnare la ricerca, offrire strumenti, aprire percorsi, dall’altro ciò che apprendiamo continua però a chiedere una coscienza che se ne assuma la responsabilità. Ogni risposta entra in una vita, e in quella vita produce conseguenze. È qui che il Corano conserva una voce profonda, chiamando l’essere umano a leggere, osservare e ricordare. Restituisce alla conoscenza il legame con il cuore e con le azioni. Il mondo diventa un luogo da interrogare con attenzione, e l’attenzione una forma di rispetto.

Nella sura Al-Mulk, lo sguardo viene rivolto ai cieli, invitato a cercare fenditure e a tornare ancora sull’immensità (67:3–4). La ripetizione di quel gesto educa alla perseveranza. Si guarda una prima volta, poi si guarda di nuovo. La realtà rimane davanti a noi, mentre qualcosa cambia dentro chi osserva.

Per il credente, l’ordine della creazione richiama la sapienza divina. La contemplazione diventa riconoscimento: ogni forma esiste dentro relazioni che precedono la nostra presenza e continueranno oltre di essa. Abitare questo ordine significa ricevere una possibilità e rispondere del modo in cui la utilizziamo. L’idea della misura accompagna anche le corrispondenze numeriche raccolte dagli autori che studiano l’armonia del testo coranico. Nei conteggi riportati in questa letteratura, Adamo e Gesù, Ādam e ʿĪsā, sono associati a 25 occorrenze ciascuno; questo mondo e l’aldilà, dunyā e ākhira, a 115; angelo e diavolo, malak e shayṭān, a 88. Tra gli altri esempi citati figurano beneficio e corruzione, con 50 occorrenze ciascuno, e lingua e ammonimento, con 25. Gli stessi studi e le esposizioni divulgative richiamano il giorno attraverso il numero 365 e il mese attraverso il numero 12; riportano inoltre la corrispondenza di 145 per vita e morte e quella di 23 per uomo e donna. Nell’interpretazione che usa il numero 23, viene proposto anche un accostamento ai cromosomi trasmessi da ciascun genitore. Questi esempi sono qui richiamati come corrispondenze riportate dagli autori, secondo le rispettive selezioni delle forme arabe.

Il rapporto proposto tra mare e terraferma, 32 e 13, conduce al calcolo 32 ÷ (32 + 13) × 100 = 71,11%, accostato alla quota approssimativa della superficie terrestre coperta d’acqua. Il numero delle sure, 114, equivale a 19 × 6. Includendo le formule iniziali e quella contenuta in 27:30, anche le basmala sono 114. Dalla sura 9, che non presenta la formula iniziale, alla sura 27, che la contiene anche nel corpo del testo, si contano 19 sure includendo entrambe le estremità. La somma 27 + 30 dà 57, ossia 19 × 3. Nella lettura di fede, queste relazioni possono essere accolte come segni di un’armonia che invita ad approfondire. E non sono le uniche. Le parole richiamano altre parole; i numeri disegnano proporzioni; l’attenzione scopre legami dove una lettura frettolosa avrebbe visto soltanto una successione. Il lettore viene ricondotto a un gesto antico: fermarsi davanti a ciò che merita di essere compreso.

La sura Al-Isrāʾ invita a non seguire ciò di cui non si ha conoscenza e ricorda che udito, vista e cuore comportano responsabilità (17:36). In un tempo in cui tutto può essere diffuso, questa indicazione acquista un’intensità particolare. Una parola accolta senza discernimento può diventare giudizio, e un giudizio può ferire una persona che non abbiamo mai cercato di conoscere. Adh-Dhāriyāt richiama i segni presenti sulla terra e negli esseri umani stessi (51:20–21). Lo sguardo compie così il proprio ritorno e dopo aver attraversato il cielo, incontra ciò che vive dentro di noi: desideri, paure, convinzioni, possibilità ancora inesplorate. La distanza più difficile da percorrere può essere quella tra ciò che crediamo di essere e ciò che le nostre azioni rivelano. Anche il richiamo di Al-Baqara a ciò che amiamo e a ciò che detestiamo suggerisce una misura interiore: qualcosa che desideriamo può danneggiarci, mentre qualcosa che respingiamo può portarci un bene (2:216). Il passaggio, nel contesto del combattimento prescritto, apre anche una riflessione sul limite del nostro giudizio. L’esperienza può avere una profondità che il primo impulso non raggiunge. Questo invito alla consapevolezza incontra la diversità. In Ar-Rūm, le lingue e i colori degli esseri umani appartengono ai segni della creazione (30:22). In Al-Ḥujurāt, popoli e tribù sono chiamati a conoscersi reciprocamente (49:13). L’incontro diventa parte del cammino umano: ogni differenza offre l’occasione di ampliare ciò che sappiamo e di riconoscere una dignità che non dipende dalla somiglianza con noi.

Sotto lo stesso cielo, nessuna vita è davvero isolata. Le scelte di alcuni raggiungono la quotidianità di molti e anche per questo il progresso chiede una misura morale: la capacità di considerare chi riceve i benefici, chi sostiene i costi e quale eredità rimarrà quando le nostre intenzioni saranno diventate storia.

Un giardino rende visibili questi legami senza bisogno di grandi discorsi. In autunno le foglie si fanno dorate, i rami si alleggeriscono e la terra riceve ciò che cade. Az-Zumar descrive l’acqua che alimenta colture di diversi colori, il loro ingiallire e il loro ridursi in frammenti, offrendo il processo alla riflessione (39:21). La bellezza attraversa il mutamento e ci insegna a riconoscere il tempo dentro ogni forma. Il Corano mantiene aperta questa scuola dello sguardo. Per la Ummah, la comunità dei credenti musulmani, osservare è un atto di gratitudine; conoscere, un impegno; custodire, una risposta alla fiducia ricevuta. Il cielo e la terra tornano a essere luoghi di relazione, e l’essere umano ritrova la propria posizione dentro ciò che gli è stato affidato.

La domanda del titolo rimane allora sospesa sopra il nostro presente. I satelliti raccontano fin dove siamo capaci di arrivare e il modo in cui custodiamo il cielo racconta quale idea di futuro ci guida. Andare lontano richiede anche la profondità di tornare alla responsabilità, all’ascolto e alla capacità di meravigliarsi, mentre conservare un cielo da contemplare significa lasciare alle generazioni future uno spazio in cui sentirsi piccole senza sentirsi sole. La misura del nostro cammino sarà anche la luce che sapremo riconoscere, quando avremo spento quella prodotta da noi.


Riferimenti

I richiami coranici sono parafrasi; i conteggi numerici seguono i criteri degli autori citati.

 
 
 

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