Il tempo non finisce: si attraversa
- Nora Amati

- 31 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Quando un anno si chiude e un altro sta per iniziare, torniamo a parlare di tempo.
Lo nominiamo come se fosse una forza assoluta, una legge invisibile che governa ogni passo, ogni scelta, ogni respiro. Eppure il Corano insiste: il tempo non è la realtà ultima, ma uno strumento o una misura concessa all’essere umano per orientarsi sulla Terra, non per definire ciò che è.
La realtà è un’altra, e ciò che siamo quando non sentiamo più il corpo.
Nel momento in cui Dio prende l’anima (ruh), attraverso l’angelo incaricato, il tempo smette di avere presa. Quel momento non è decidibile dall’uomo, né anticipabile, né rimandabile, in quanto Appartiene solo al Creatore. Da lì ha inizio il Barzakh, uno stato di passaggio, una soglia tra la vita terrena e il Dopo.
“Dietro di loro vi è una barriera, il Barzakh, fino al giorno in cui saranno resuscitati” (23:100).
Il Barzakh non è il nulla, Non è buio. Non è fine. È un ‘ attesa consapevole.
In modo quasi paradossale, anche la scienza si è avvicinata a questa intuizione attraverso le esperienze di premorte: racconti di chi ha attraversato una soglia e poi è tornato. Ciò che molti interpretano come “ultimo” è in realtà intermedio. La scienza può riconoscere segni, processi, funzioni, ma non può decidere la morte nella sua essenza.
Un corpo può continuare a funzionare grazie a supporti artificiali, mentre l’anima potrebbe già aver lasciato quella dimora temporanea. In questa luce, la morte cerebrale assume un significato profondo anche dal punto di vista coranico: la piattaforma è stata abbandonata, ciò che resta non è più la persona.
E allora anche l’inizio di un nuovo anno cambia significato, offrendoci la possibilità di sperimentare un varco di soglia e non c’è motivo di temere il domani, né la morte. Tutto è già inscritto in un ordine più ampio.
“In verità, a Dio apparteniamo e a Lui ritorniamo” (2:156).
Nel Corano, la morte non è una perdita, ma un ritorno.
Il concetto di “nulla”, così centrale nell’angoscia occidentale, semplicemente non esiste. L’Islam non contempla il vuoto assoluto e la morte è la liberazione dalla fatica, dall’ingiustizia, e dalla sofferenza.
“Non avranno paura e non saranno afflitti” (10:62).
L’anima non si dissolve, ma rimane unica e non porta più pesi che non le appartengono.
“Nessuna anima porterà il peso di un’altra” (6:164).
La giustizia è personale, ma la responsabilità è anche collettiva. L’Ummah non è un’idea astratta, ma un corpo vivo. Se una parte soffre, le altre rispondono. Distinguere il bene dal male, prendersi cura dei più fragili, condividere gioia e dolore: questo è il legame che resta.
Se l’essere umano ampliasse lo sguardo — se comprendesse che il corpo è solo in prestito e il tempo solo una convenzione — molte guerre perderebbero senso. Il tempo non è una gabbia, ma una mappa numerica che ci sostiene in un oceano di abissi, senza pero’ definire chi siamo.
La vita allora diventa un’ascesa, una scala di consapevolezza verso la pace.
Raggiungere quella pace richiede il superamento di un’idea rigida del Sé. Un Sé che spesso trattiene, che non lascia passare. Non tutti sono pronti, e talvolta è necessario proseguire oltre, senza odio, senza colpa.
Entrare nel nuovo anno con intenzione significa questo:
non temere la fine, non inseguire il tempo,
ma attraversarlo.
Perché non stiamo andando verso il nulla.
Stiamo tornando a casa.



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