Quando il caldo diventa ingiustizia sociale: etica ambientale nel Corano
- 2 lug
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Le città stanno diventando sempre più calde. Il cemento e l’asfalto accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente di notte e così, lo spazio urbano si trasforma in un ambiente più duro, meno vivibile e sempre più diseguale. Il problema non è solo climatico, ma sociale.
Se fuori dalla città può esistere uno spazio come Nora’s Garden, un giardino che promette ombra e frutti, nelle metropoli e megalopoli il suolo è bollente e gli alberi e l’acqua non sono accessibili a tutti. Ma è davvero il cambiamento climatico il problema, o la terra ha sempre subito periodi di siccità e poi di acqua? E se fosse il nostro modo di costruire sbagliato? A mio avviso bisognerebbe ripensare il modo di distendere una città e organizzare gli spazi urbani, i paesi e il mondo intero, perché siamo khalifa, successori sulla terra, ed è nostra responsabilità non solo custodire, ma mantenere il mizan, l’equilibrio perso, che non riguarda solo la natura ma anche il modo in cui definiamo gli spazi.

Si è in una posizione privilegiata quando si vive vicino a laghi, ai boschi o ai
giardini, ma il pensiero si estende a chi è vittima di un’ingiustizia sociale: a chi è costretto a vivere ai margini delle aree fresche, lontano dai parchi e dal verde, perché le città sono state costruite senza una reale visione del futuro. È necessario riflettere continuamente sul domani, perché dopo di noi arriveranno altre generazioni e lasciare un mondo vivibile ed equilibrato diventa una responsabilità condivisa.
Ogni volta che lascio il giardino e mi reco in città, noto un evidente squilibrio. Non perché le città siano di per sé “sbagliate”, ma perché, quando domina lo spazio urbano senza compensazioni adeguate, produce conseguenze misurabili: aumento delle temperature, riduzione dell’infiltrazione dell’acqua, perdita di vegetazione e peggioramento della qualità della vita.
Questo squilibrio ha anche una dimensione sociale: le aree più povere delle città sono spesso quelle con meno alberi, meno ombra e più superfici asfaltate. Questo significa temperature più alte proprio dove la popolazione è più esposta e ha meno risorse per proteggersi. Il calore diventa così una forma di disuguaglianza concreta. E oggi è necessario ricordare l’importanza di un giardino, anche piccolo o urbano: la vegetazione riduce naturalmente la temperatura e permette all’acqua di seguire il suo ciclo senza essere forzata. È un esempio di mīzān applicato alla terra: non eccesso, non spreco, ma equilibrio tra uso umano e capacità naturale del suolo.
Il contrasto con la città è immediato. Da una parte superfici impermeabili che amplificano il calore, dall’altra un sistema vivo che lo attenua. Da una parte consumo di spazio naturale, dall’altra rigenerazione continua.
La sfida non è eliminare la città, ma ripensare il suo equilibrio: ridurre l’eccesso di asfalto dove non è necessario, aumentare il verde, restituire permeabilità al suolo e riconoscere che il clima urbano è anche una questione di giustizia.
Il messaggio è chiaro: il mīzān non è un concetto astratto. Si misura nella temperatura delle strade, nella presenza o assenza di alberi, nella qualità dell’aria e nella possibilità stessa di vivere la città in modo dignitoso.
Nora’s Garden diventa allora un riferimento concreto e simbolico: non mostra solo che l’equilibrio è possibile, ma ricorda che la sua assenza non è inevitabile, bensì il risultato di scelte. È un invito a ripensare il modo in cui costruiamo, a immaginare città che non si basano sull’eccesso di asfalto e superfici impermeabili, ma su un rapporto più misurato tra spazio umano e spazio naturale. In questo senso il giardino non è un’alternativa alla città, ma un promemoria vivo di come la città potrebbe e dovrebbe essere ripensata.
In questa prospettiva, la costruzione delle città non è mai un atto neutro, ma una forma di responsabilità verso il creato e verso le persone che lo abitano.
Nel pensiero islamico l’essere umano è khalīfa, affidatario della terra, e questo implica il dovere di mantenere il mīzān, l’equilibrio. Questo principio si traduce in modo concreto nel modo in cui si costruisce e si organizza lo spazio urbano:
la terra è un’amāna (affidamento) e non una proprietà da consumare senza limiti
il costruire non deve generare danno (lā ḍarar), né per le persone né per l’ambiente
le risorse essenziali come acqua e verde devono essere preservate e accessibili
l’uso del suolo deve rispettare la misura, evitando eccessi che rompono l’equilibrio naturale
la città deve servire la vita e il bene comune, non amplificare disuguaglianze o sofferenze ambientali
Quando la pianificazione urbana ignora questi principi, l’eccesso di asfalto, la perdita di vegetazione e la concentrazione del calore non sono solo conseguenze tecniche, ma segnali di un proplema più profondo. Al contrario, una città che integra natura, acqua e spazi vivibili rende visibile il mīzān e realizza concretamente un’idea di giustizia che riguarda sia le persone sia l’ambiente che le sostiene.



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