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Alle origini del sacro: la rivoluzione cognitiva

19 set
Tempo di lettura: 13 min

Prima di Adamo: quando nasce veramente l’uomo?

La storia dell’evoluzione umana e il racconto religioso della Creazione sono da sempre considerati due binari paralleli, destinati a non incontrarsi mai. Da un lato troviamo la scienza, con i fossili, il DNA e le sue ricostruzioni; dall’altro la fede, con i testi sacri e le verità spirituali, ma che cosa accade se proviamo a mettere in relazione la cosiddetta rivoluzione cognitiva — il momento in cui, secondo le teorie correnti, l’*Homo sapiens* avrebbe sviluppato il pensiero astratto e il linguaggio simbolico — con la prospettiva offerta dal Corano?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, parte della teologia islamica contemporanea sta tracciando un ponte affascinante tra questi due mondi.


Che cos’è la rivoluzione cognitiva?

Per gli antropologi e gli storici, secondo una teoria resa celebre da Yuval Noah Harari nel suo best seller Sapiens, la rivoluzione cognitiva sarebbe avvenuta circa 70.000 anni fa. Prima di allora, gli esseri umani avrebbero comunicato prevalentemente attraverso segnali semplici, simili a quelli utilizzati dagli altri animali: richiami per indicare un pericolo — «Attenzione, un leone!» — oppure la presenza di cibo. Poi, a un certo punto, sembra accendersi una scintilla. Ed è proprio questa scintilla a farmi riflettere. Il cervello dei Sapiens cambia, per così dire, il proprio “cablaggio” e nasce il linguaggio simbolico. Diventiamo capaci di parlare non soltanto di ciò che vediamo, ma anche di realtà che non possiedono una forma materiale immediatamente percepibile: leggende, miti, concetti astratti, regole morali e divinità. Ma se queste realtà non esistono materialmente, da dove provengono? Perché l’essere umano avrebbe dovuto “inventare” proprio dei miti? Dal nulla?

È importante osservare che civiltà lontanissime tra loro hanno espresso miti e simboli sorprendentemente simili. Oggi gli studiosi li definiscono religioni, narrazioni mitologiche o leggende, attribuendone spesso l’elaborazione all’essere umano. Tuttavia, raramente ci si interroga sull’eventuale esistenza di un principio comune. Secondo le mie ricerche, dietro ciò che chiamiamo “religioni” potrebbe trovarsi un messaggio iniziale, ramificatosi nel corso della storia e giunto a una conclusione con l’ultima Rivelazione: il Corano. Un messaggio che avverte l’umanità anche delle conseguenze del modo in cui sta conducendo il mondo. Corano invita continuamente ad acquisire conoscenza, a utilizzare l’intelletto e a studiare. Non nega le rivelazioni precedenti, ma afferma che popoli ed epoche differenti abbiano ricevuto un messaggio, successivamente modificato o alterato nel corso del tempo. La rivoluzione cognitiva viene considerata la nascita della cultura e della civiltà. Ma che cosa significa realmente? Da dove nasce il linguaggio simbolico? È come se l’*Homo sapiens*, nonostante tutto, fosse stato capace di ricordare qualcosa. I riti e i miti che Harari definisce “invenzioni” a mio avviso, sarebbero, la trasmissione — attraverso un linguaggio differente — di una conoscenza arcaica, forse persino precedente ad Adamo.


La ricerca di una Prima Parola

Tra le diverse teorie formulate sull’origine del linguaggio e del pensiero simbolico, questa ipotesi nasce da una ricerca incentrata sulla linguistica e sulla fonetica, con particolare attenzione alle loro manifestazioni più antiche e primordiali. Attraverso il confronto tra parole, suoni, simboli, miti e tradizioni appartenenti a culture differenti, essa cerca di individuare eventuali tracce di un’origine comune, senza pretendere di offrire una spiegazione definitiva o di escludere interpretazioni alternative.

Prima ancora di essere uno strumento di comunicazione, la parola potrebbe essere stata un’eco: la traccia sonora di una conoscenza più remota dell’uomo stesso. Forse le lingue non sono nate come realtà completamente separate, ma rappresentano le molteplici ramificazioni di una lingua originaria, dispersa nel tempo e custodita in forme differenti dai popoli del mondo. Dietro suoni e simboli apparentemente lontani potrebbe nascondersi una medesima memoria spirituale. Le somiglianze tra miti, riti e narrazioni sacre non sarebbero quindi necessariamente semplici coincidenze, ma frammenti di un messaggio antico, tradotto da ogni civiltà secondo la propria sensibilità e le proprie possibilità espressive.In fondo, le tradizioni religiose pongono continuamente l’accento sulla potenza della Parola: una Parola creatrice, capace di dare ordine al caos, rendere visibile ciò che è nascosto e collegare il mondo materiale alla realtà invisibile. È possibile, allora, che i miti non siano semplici invenzioni, ma forme simboliche attraverso le quali l’umanità ha conservato una conoscenza originaria? Che ogni popolo abbia custodito una parte dello stesso messaggio, esprimendolo attraverso la propria lingua, i propri riti e le proprie immagini? La mia ricerca nasce proprio da questa domanda. Ogni libro, ogni lingua e ogni teoria ampliano la mia rete di conoscenze e mi avvicinano alla possibilità di ricongiungere ciò che, nel corso della storia, l’essere umano ha separato. Per me, il Corano è una luce capace di mettere in evidenza le connessioni nascoste tra i fenomeni dell’esistenza. È un indice e una mappa di orientamento: non elimina il mistero, ma insegna a riconoscerne le tracce.**Iqra’**, “Leggi”, è la prima parola della Rivelazione. Non è soltanto un invito a leggere un testo, ma un’esortazione a leggere il mondo, la storia, l’essere umano e i segni disseminati nella Creazione. Nel contesto islamico, questa prima parola rivelata al Profeta Muhammad nella grotta di Hira sottolinea l’enorme importanza che la fede attribuisce all’istruzione, alla ricerca e all’evoluzione intellettuale e spirituale dell’individuo. Forse la prima Parola non è andata perduta, ma continua a vivere, trasformata, nelle lingue, nei miti, nei simboli e nella memoria più profonda dell’umanità. Ma torniamo al fenomeno di Adamo.


“Il fatto di Adamo”: l’insegnamento dei nomi

Se apriamo il Corano alla Sura al-Baqara, troviamo un versetto che può essere letto come una straordinaria rappresentazione di questo salto mentale:> «Ed Egli insegnò ad Adamo tutti i nomi.»  > (Corano 2:31)

Per i grandi commentatori della tradizione islamica, questo passaggio non significa semplicemente che il primo uomo abbia memorizzato una sorta di dizionario. Può indicare che Dio abbia dotato l’essere umano della capacità di astrazione. Adamo riceve la facoltà di nominare e categorizzare il mondo, di associare simboli ai concetti, di produrre linguaggio e conoscenza. Mentre gli animali operano prevalentemente attraverso schemi istintivi e necessità immediate, l’essere umano riceve una particolare flessibilità mentale: l’intelletto, l’*‘aql*.

Potremmo riconoscere, in questo evento teologico, qualcosa di paragonabile alla rivoluzione cognitiva.


Evoluzionismo teistico: come conciliare il fango con il DNA

Il nodo più complesso rimane quello biologico. Se l’essere umano condivide gran parte del proprio DNA con gli altri primati ed è inserito in una storia naturale durata milioni di anni, come possiamo conciliare tutto questo con la creazione di Adamo dal fango e dall’argilla?Alcuni scienziati e pensatori musulmani contemporanei, tra cui l’astrofisico Nidhal Guessoum, hanno affrontato la possibilità di un evoluzionismo teistico, o di un’evoluzione guidata. Secondo questa prospettiva, possiamo distinguere due momenti.


1. L’evoluzione del corpo. Per milioni di anni, le leggi della fisica e della biologia stabilite da Dio plasmano la materia. Gli ominidi cambiano, fino a quando il “contenitore biologico” dell’*Homo sapiens* diventa adatto a ricevere una nuova condizione. Il fango di cui parla il Corano potrebbe rappresentare proprio la componente biochimica, terrestre e materiale del corpo.

2. L’insufflazione dello spirito. Quando il corpo biologico è pronto, interviene un atto metafisico: Dio conferisce il rūḥ, insieme a una forma superiore di coscienza e responsabilità.In quest’ottica, Adamo non sarebbe necessariamente il primo Homo sapiens dal punto di vista biologico, ma il primo uomo nel significato spirituale e morale: il primo essere investito del libero arbitrio e della responsabilità davanti a Dio.


Prima di Adamo

Quando parliamo di Adamo siamo abituati a formulare una domanda apparentemente semplice: fu il primo essere umano sulla Terra? Forse, però, la domanda dovrebbe essere posta diversamente: Adamo fu il primo Homo sapiens oppure il primo uomo nel significato spirituale che il Corano attribuisce all’essere umano? La differenza è enorme. Il Corano racconta la creazione di Adamo, ma naturalmente non utilizza le categorie della moderna antropologia biologica. Non parla di Homo sapiens, Homo erectus o Neanderthal. Ci racconta qualcosa di diverso: il momento in cui una creatura riceve una particolare dignità, una conoscenza e una responsabilità davanti a Dio.In Corano 2:30, Dio annuncia agli angeli:> «Io porrò sulla Terra un khalīfa.»

Gli angeli domandano allora se Dio vi porrà qualcuno che porterà corruzione e spargerà sangue. È un passaggio affascinante. Perché gli angeli associano immediatamente la nuova creatura terrestre alla violenza e allo spargimento di sangue? Questa domanda ha profondamente colpito anche il dottor Jeffrey Lang nelle sue riflessioni sul Corano. Il versetto non ci fornisce una spiegazione definitiva. Nella tradizione esegetica sono state proposte diverse interpretazioni, tra cui quella secondo cui sulla Terra fossero già esistite altre creature, come i jinn. Non possiamo quindi trasformare la domanda degli angeli in una prova dell’esistenza di uomini prima di Adamo. Eppure, il testo apre uno spazio di riflessione.


Adamo e il limite della civiltà

E se Adamo non rappresentasse semplicemente l’inizio di una specie, ma l’inizio di una particolare civiltà umana? Questa possibilità potrebbe dialogare con il pensiero di al-Kindī e con la questione, che ho già affrontato nel mio articolo sull’universo finito o infinito, dell’impossibilità di un infinito reale nel mondo creato. Per al-Kindī, infatti, il mondo non può essere eterno. Se il passato fosse costituito da una successione realmente infinita di istanti, quell’infinito avrebbe dovuto essere interamente attraversato prima di giungere al momento presente. Ma l’infinito, proprio perché tale, non può essere completato né oltrepassato. Il fatto che siamo arrivati all’“oggi” indicherebbe quindi che il tempo ha avuto un principio e che il mondo non esiste da sempre. Se questa riflessione vale per il cosmo, possiamo applicarla, in senso simbolico, anche alla storia dell’umanità. Nessuna civiltà terrena è infinita: nasce, riceve una conoscenza, attraversa il proprio tempo e infine giunge al suo compimento. In questa prospettiva, Adamo potrebbe rappresentare non necessariamente l’apparizione del primo corpo biologicamente umano, ma l’inizio di un nuovo ciclo della civiltà: quello dell’essere umano cosciente, capace di nominare, scegliere e rispondere moralmente delle proprie azioni. La sua venuta segnerebbe così una soglia precisa: l’inizio dell’umanità investita del compito di essere khalīfa sulla Terra. E ciò che possiede un principio porta già dentro di sé il segno di un limite e di una fine. La civiltà adamica avrebbe quindi un’origine, una missione e un termine: dal primo insegnamento dei nomi fino al momento in cui l’uomo sarà chiamato a rendere conto di ciò che ha costruito, trasformato o distrutto. Adamo non sarebbe allora soltanto l’inizio di una specie, ma l’apertura di un’epoca spirituale. Il Giudizio Finale ne rappresenterebbe il compimento: il punto in cui la storia umana, dopo aver percorso il proprio tempo finito, ritorna alla sua Origine.

La scienza cerca l’origine biologica dell’essere umano attraverso i fossili, la genetica e la storia evolutiva. La Rivelazione affronta invece domande differenti: chi è l’uomo? Perché possiede la conoscenza? Qual è la sua responsabilità? Qual è il suo rapporto con il Creatore?

Subito dopo l’annuncio riguardante il khalīfa, il Corano introduce un elemento straordinario:> «Ed Egli insegnò ad Adamo tutti i nomi.»  > (Corano 2:31)

E` proprio qui che dobbiamo fermarci. Adamo non viene presentato soltanto attraverso il suo corpo. Viene presentato attraverso la conoscenza. Conosce, nomina e distingue. Riceve un comando, può obbedire oppure disobbedire; sbaglia, riconosce il proprio errore e si rivolge nuovamente a Dio. È questa la vera nascita dell’uomo?


Essere biologicamente umani non significa necessariamente essere Adamo

Possiamo formulare un’ipotesi, che deve rimanere tale perché il Corano non la afferma esplicitamente. Prima di Adamo potrebbero essere esistite creature biologicamente molto simili a noi, persino esseri che la scienza collocherebbe all’interno della storia del genere Homo, senza che questo contraddica necessariamente il racconto coranico. Secondo questa prospettiva, Adamo non dovrebbe essere interpretato obbligatoriamente come il primo organismo dotato di anatomia umana, ma come l’inizio di una nuova condizione dell’essere: l’uomo capace di ricevere un comando e di rispondere delle proprie azioni.

Non si tratterebbe, quindi, soltanto della comparsa di un nuovo corpo, ma dell’inizio della responsabilità morale e spirituale dell’umanità.


Una rivoluzione o un risveglio?

Rimane poi la questione della rivoluzione cognitiva. Mi affascina la parola rivoluzione, perché non indica propriamente una nascita, ma una trasformazione profonda: il passaggio da una condizione dell’essere a un’altra.

Eppure, proprio questa idea mi porta a interrogarmi. Perché l’albero non ha cominciato a camminare? Perché il pesce è rimasto un pesce e la mela una mela? Ogni creatura sembra custodire una propria natura, una forma e una funzione determinate. Per questo non riesco a considerare l’essere umano come il semplice risultato casuale di una trasformazione animale. Non credo che discendiamo dalle scimmie. Ritengo, piuttosto, che l’*Homo sapiens* sia una creatura pensata e collocata sulla Terra secondo un’intenzione precisa, così come potrebbero esserlo state le altre popolazioni o forme umane che lo hanno preceduto. La rivoluzione cognitiva, allora, non rappresenterebbe necessariamente la trasformazione di un animale in uomo, ma il momento in cui una creatura già predisposta riceve, o rende finalmente manifeste, facoltà rimaste fino ad allora nascoste: il linguaggio simbolico, l’autocoscienza, la memoria spirituale e la capacità di riconoscere il significato delle cose. Non sarebbe la casualità a produrre improvvisamente l’uomo, ma una possibilità già inscritta nella sua natura che, al momento stabilito, viene risvegliata. La scintilla cognitiva non creerebbe l’essere umano dal nulla: gli permetterebbe di ricordare, comprendere e manifestare ciò per cui era stato pensato. Mi viene spontaneo credere che possa essere esistita una memoria inconscia e primordiale, rimasta a lungo inesprimibile. L’essere umano non possedeva ancora gli strumenti linguistici adatti a spiegarla e, per questo, l’avrebbe comunicata attraverso il simbolismo. A mio parere, la spiritualità potrebbe essere esistita già prima della piena articolazione del linguaggio. I nostri antenati, incapaci di tradurre quella conoscenza in un sistema di parole simile al nostro, potrebbero averla custodita attraverso forme espressive differenti, trasmettendola però ognuno a suo modo, alterandone il significato primordiale.

In una parte successiva della mia ricerca entrerò più profondamente in questa tesi: tutto potrebbe derivare da una Prima Parola, tramandata attraverso gli infiniti rami di un albero che possiede, però, un’unica radice. Ancora una volta torniamo al Corano e ai versetti sulla diversità delle lingue e dei popoli. Secondo questo ragionamento, la prospettiva coranica, la teoria evoluzionistica e la ricerca sul linguaggio potrebbero non escludersi, ma illuminare aspetti differenti di una stessa origine.


Il Corano e ciò che non dice

Questa distinzione permette anche di evitare un errore frequente: chiedere al Corano di essere un manuale di paleontologia.Il Corano non ci offre una cronologia delle specie umane precedenti. Non dice che Adamo fosse un Homo sapiens nel significato tassonomico moderno. Ma non afferma neppure esplicitamente che prima di lui non potesse esistere sulla Terra alcuna creatura fisicamente simile all’essere umano. Il silenzio del testo non costituisce una prova né in un senso né nell’altro. Ed è proprio questo limite a rendere interessante la questione. Possiamo accogliere ciò che la scienza scopre sull’antichità della vita e sulle forme ominine senza essere obbligati a ridurre Adamo a una semplice tappa zoologica. La domanda coranica potrebbe collocarsi su un altro livello.


Quando nasce veramente l’uomo?

Forse il punto non è stabilire quando sia comparso per la prima volta sulla Terra un corpo con le nostre caratteristiche. La domanda più profonda è un’altra:"Quando una creatura diventa responsabile di ciò che fa?"

È possibile possedere mani, occhi e un cervello senza essere ancora ciò che il Corano intende quando parla dell’essere umano investito di responsabilità?Adamo potrebbe rappresentare proprio questa soglia. Prima, la vita. Poi qualcosa di radicalmente nuovo: la coscienza della propria posizione davanti a Dio. Se questa lettura fosse possibile, il contrasto tra creazione ed evoluzione cambierebbe profondamente. Non saremmo più costretti a scegliere semplicemente tra Adamo e la preistoria. La scienza potrebbe raccontare la storia del corpo. La Rivelazione potrebbe raccontare la nascita dell’uomo come essere morale. Sono due domande differenti e forse il mistero di Adamo comincia proprio nel momento in cui smettiamo di domandarci soltanto da dove provenga il nostro corpo e iniziamo a chiederci quando siamo diventati responsabili della nostra anima.


L’arte come memoria spirituale

Mi rendo conto di presentare un tema molto complesso. Tuttavia, se pensiamo anche soltanto alla mitologia e all’arte antiche, possiamo domandarci se tutto ciò che oggi chiamiamo arte sia davvero nato soltanto con la rivoluzione cognitiva. Sono convinta che l’arte sia una delle forme più intime e originarie dell’espressione e della comunicazione umana. I nostri antenati, spesso descritti soltanto attraverso la loro dimensione animale, potrebbero aver disegnato sulle rocce e sugli elementi naturali ciò che non erano ancora in grado di spiegare verbalmente: la spiritualità, la conoscenza ricevuta, la memoria e il mistero. Forse quei segni non erano semplici decorazioni, ma costituivano un linguaggio diverso: frammenti di un messaggio giunto fino a noi, che non siamo ancora riusciti a decifrare pienamente, lasciando una grave lacuna nella comprensione della storia umana.

Continuiamo a dividerci e a ucciderci in nome di differenze che potrebbero essere, queste sì, costruzioni della rivoluzione cognitiva. Forse non sono i miti e le tradizioni spirituali a costituire la “finzione”, ma le separazioni che abbiamo creato tra popoli, lingue, culture e religioni, dimenticando la radice comune dalla quale potrebbero provenire. È in questo senso che mi permetto di mettere in discussione la tesi di Harari. A mio avviso, definire l’essere umano principalmente come un animale capace di creare finzioni rischia di ridurre la dimensione spirituale a un semplice prodotto dell’immaginazione. Harari riconosce che la rivoluzione cognitiva ci ha lasciato un’eredità straordinaria, fondata sulla capacità di condividere simboli, racconti e realtà non materiali; attribuisce però questa eredità alla comparsa della “finzione”, senza prendere in considerazione la possibilità che miti tanto simili possano custodire le tracce di un principio comune. La domanda, allora, cambia: e se l’essere umano non avesse inventato quei racconti, ma avesse cercato di tradurre, con i mezzi cognitivi e linguistici di cui disponeva, una conoscenza ricevuta o una memoria più antica?


Il significato del khalīfa

Rimane, infine, la questione del khalīfa. Che cosa significa che Dio abbia deciso di porre un vicario sulla Terra? Si tratta soltanto dell’attribuzione di un privilegio oppure, soprattutto, dell’affidamento di una responsabilità?

Forse la comparsa del khalīfa rappresenta un intervento destinato a introdurre ordine, coscienza e responsabilità in una condizione dominata dall’istinto, dalla violenza e dallo spargimento di sangue. L’essere umano possedeva già determinate risorse intellettive, ma non era ancora capace di impiegarle secondo la loro finalità più alta. Adamo segnerebbe allora il passaggio dalla semplice capacità cognitiva alla coscienza morale: non soltanto un essere che pensa, ma un essere che comprende il significato delle proprie azioni e ne risponde davanti a Dio. Il suo compito come khalīfa non sarebbe quello di dominare arbitrariamente la Terra, ma di custodirla, ordinarla e utilizzare la conoscenza ricevuta nel modo più giusto.

Verosimilmente, la vera rivoluzione non consiste nella nascita dell’intelligenza, ma nel momento in cui la stessa riceve una direzione, una responsabilità e uno scopo.


Due linguaggi per la stessa verità?

Questa chiave di lettura mostra che scienza e fede non devono necessariamente combattersi. La genetica e l’antropologia cercano di spiegare come il corpo umano sia giunto a possedere un cervello tanto complesso. Il Corano ci conduce verso un’altra domanda: perché abbiamo ricevuto questa coscienza e quale valore spirituale possiede?

La vera natura dell’uomo non risiede soltanto nei suoi atomi o nel suo codice genetico, ma nella scintilla che lo rende capace di guardare le stelle, interrogarsi sul proprio Creatore e rispondere delle proprie azioni.

Molto presto vi porterò in un mondo sotterraneo. Non per smontare le tesi altrui, ma per creare ponti che, forse, un giorno ci permetteranno di vivere pacificamente insieme. Lo spargimento di sangue deve finire. E finirà quando l’essere umano comprenderà pienamente di essere responsabile delle proprie azioni. Nel libro al quale sto lavorando — del quale per ora non svelerò il titolo — affronterò anche la questione di ciò di cui saremo chiamati a rendere conto. Cercherò di unire teorie provenienti da ambiti differenti e di mostrare come le nostre capacità cognitive possano non essere il risultato di una semplice casualità “animalesca”, ma l’espressione di un’intenzionalità pensata nei minimi dettagli, quindi, di "Una scintilla voluta.** 


 
 
 

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