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La capacità organizzativa dell`intenzione

  • 16 ago
  • Tempo di lettura: 2 min

La libertà non consiste nell'essere indipendenti da Dio, ma nel poter scegliere all'interno della dipendenza da Dio.

Che cosa rende una scelta veramente libera? L’essere umano agisce attraverso una complessa interazione tra coscienza, cervello, psicologia e processi neurologici. La questione, pertanto, non è soltanto se Dio esista — questione che appartiene alla metafisica — ma quale sia il rapporto tra la nostra libertà e la dipendenza ontologica da Dio.

La metafisica della dipendenza divina sostiene che ogni realtà contingente dipenda continuamente da Dio per il proprio essere. Gli atomi, le forme e le configurazioni della materia non possiedono in sé la ragione ultima della propria esistenza: la loro persistenza dipende da una causa che trascende la realtà contingente. In questo senso, anche l’azione umana si colloca all’interno di un ordine causale più ampio.

La questione diventa allora: se ogni cosa dipende da Dio, in che senso possiamo essere liberi? Una possibile risposta risiede nel concetto di intenzione (niyyah). L’intenzione orienta la coscienza e organizza l’azione, trasformando una molteplicità di possibilità in una scelta determinata. La libertà non consiste necessariamente nell’agire senza cause, ma nella capacità del soggetto di orientare consapevolmente le proprie facoltà verso un fine.

Quando l’immagine che abbiamo di noi stessi viene identificata esclusivamente con l’ego, questa capacità può risultare oscurata. Al contrario, il ritorno alla fitrah — la disposizione originaria dell’essere umano — permette di recuperare una maggiore consapevolezza della propria relazione con il mondo e con Dio. Ciò che viene comunemente interpretato come coincidenza, fortuna o persino miracolo, sul piano filosofico, può essere considerato come l’emergere di possibilità all’interno di un ordine causale più ampio.

Rimane tuttavia una questione fondamentale: se Dio è assolutamente semplice, privo di composizione e di distinzione tra essenza e attributi, come può dalla perfetta unità derivare la molteplicità della creazione? E se la creazione dipende da un atto divino di volontà, tale atto implica un cambiamento in Dio?

La risposta non richiede di negare la libertà umana. Dio può essere concepito come causa ultima dell’esistenza, mentre l’essere umano rimane causa prossima delle proprie scelte. La nostra libertà opera dunque entro condizioni che non abbiamo scelto, ma all’interno delle quali possiamo ancora orientare le nostre azioni.

In questa prospettiva, il Corano propone una visione in cui l’essere umano non è né completamente autonomo né semplicemente determinato. La libertà emerge nello spazio tra dipendenza e responsabilità: riconoscere la propria dipendenza da Dio non significa perdere la capacità di scegliere, ma comprendere il fondamento entro cui la scelta diventa possibile.

Tornare alla fitrah significa allora riconoscere questa relazione: non siamo creatori assoluti della realtà, ma partecipiamo, attraverso l’intenzione e l’azione, alla sua continua configurazione. È precisamente in questo spazio finito — tra ciò che ci è dato e ciò che scegliamo — che si manifesta la libertà umana.




 
 
 

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