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Metafisica del dissenso: chi ha paura di un pensiero libero?

5 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Difendere la creatività significa tutelare gli esseri umani che, attraverso la cooperazione e la ricerca, elaborano ipotesi apparentemente fantascientifiche, talvolta destinate a diventare realtà quotidiana nel giro di pochi decenni o persino di pochi anni.

Significa custodire uno spazio in cui una persona possa immaginare ciò che ancora non esiste, trovare parole nuove e riconoscere relazioni che altri non hanno ancora individuato. Quando il riconoscimento dipende dal giudizio di pochi, è necessario interrogarsi sullo spazio effettivamente riservato a un pensiero che si discosta da ciò che è già stato approvato.

La ricerca ha bisogno di fonti, verifiche e confronto. Il rigore, tuttavia, può convivere con l’immaginazione. Un’università dovrebbe insegnare anche a formulare domande nuove, a distinguere un’intuizione da una dimostrazione e a sviluppare la prima senza pretendere di possedere già la seconda. Se si premia soltanto ciò che è familiare, si rischia di educare alla ripetizione e di favorire l’omologazione della conoscenza. L’essere umano è stato anche pioniere ed esploratore: dalle migrazioni di Homo sapiens nei territori abitati dai Neanderthal alle traversate di navigatori che, a bordo di imbarcazioni rudimentali, si avventuravano in acque sconosciute.

Se in passato lo scambio riguardava soprattutto materie prime e prodotti di valore, oggi la conoscenza mi appare come una delle risorse più preziose. Senza di essa difficilmente potremo costruire un mondo migliore. Tuttavia, quando l’insegnamento ripropone teorie senza interrogarsi sui loro limiti e sui risultati che non hanno prodotto, emerge un paradosso: un’istruzione che dovrebbe ampliare le possibilità del pensiero rischia di diventare uno strumento di controllo.

È questo il labirinto che temo: un mondo dal quale le idee riescono a uscire, mentre chi le ha concepite rimane al suo interno. Come il fumo di un camino, l’essenza si disperde nell’aria mentre il corpo diventa cenere. Il pensiero circola, viene utilizzato e trasformato, ma la persona che gli ha dato origine scompare dietro il risultato. Chi possiede conoscenze capaci di mettere in discussione gli equilibri esistenti può essere percepito come una minaccia.

In questo processo, anche l’immaginazione può diventare un prodotto a pagamento: la capacità umana di creare viene confezionata e venduta come un servizio. Il rischio è che, invece di essere posta al servizio della società, venga sfruttata prevalentemente da chi controlla le risorse e gli orientamenti della ricerca scientifica.

Chi propone una scoperta si confronta con procedure di valutazione, spesso affidate a specialisti anonimi. Queste procedure hanno una funzione di verifica, ma occorre interrogarsi sul potere che esercitano nel determinare quali contributi ottengano credibilità e riconoscimento. La valutazione di un lavoro rischia infatti di essere vissuta, o utilizzata, come un giudizio sul valore complessivo di chi lo ha prodotto. Quando le altre risorse si esauriscono, l’intelligenza umana rischia di diventare l’ultima risorsa da sfruttare.

L’essere umano può annientarsi anche così: prima ancora di distruggere il proprio corpo, rinuncia alla propria voce. Impara a desiderare soltanto ciò che gli è consentito, a scrivere ciò che verrà approvato e a confondere il successo con il valore.

Non occorre immaginare un futuro già deciso. Basta osservare quanto sia facile adattarsi fino a non riconoscersi più, oppure attribuire a un titolo il potere di renderci migliori, lasciando che diventi una conferma delle nostre convinzioni anziché un invito a interrogarle. Possiamo rimanere imprigionati nelle teorie che abbiamo appreso, senza domandarci che cosa esista oltre i loro confini. Quando l’esplorazione si spinge troppo lontano dai percorsi riconosciuti, può incontrare una pressione a rientrare nei limiti stabiliti. Si delinea allora una condizione contraddittoria: essere liberi di pensare, ma privi di riconoscimento.

Anche lo studio della comunicazione permette di riflettere su questi confini. La comunicazione è un fenomeno il cui studio ha sviluppato teorie e metodi scientifici. Nell’approccio sistemico, per comprendere una famiglia o un gruppo non basta conoscere separatamente ogni individuo: occorre osservare le relazioni, gli scambi e le influenze reciproche. Una discussione, per esempio, può alimentarsi attraverso una successione di risposte che non si spiega considerando soltanto il carattere dei singoli partecipanti.

Un confronto può essere proposto con i sistemi fisici, nei quali l’interazione tra gli elementi produce proprietà che non si comprendono osservando esclusivamente le parti isolate. Parlare di un insieme di protoni, neutroni ed elettroni come di qualcosa di “maggiore della somma delle parti” richiede quindi una precisazione: il riferimento riguarda le proprietà dell’insieme, non un semplice aumento della quantità di materia. Fisica e comunicazione rimangono ambiti distinti, ma questa differenza non rende privo di significato ogni confronto. L’analogia può diventare uno strumento per formulare domande e individuare relazioni, purché non venga confusa con una dimostrazione.

Si parla continuamente di sistemi, mentre le teorie vengono spesso presentate separatamente, senza esplorarne abbastanza le possibili connessioni. Ritengo che questo modo di organizzare la conoscenza dovrà trasformarsi. Anche le istituzioni formative saranno chiamate ad aprire un confronto tra lo studio della materia e la dimensione spirituale dell’esperienza umana, senza rinchiuderlo in uno schema prestabilito. La ricerca ha bisogno di uno spazio che riconosca la capacità umana di esplorare, immaginare e trasformare la creatività in nuove possibilità di conoscenza.

Persino l’ipotesi di poterci trovare contemporaneamente in due o più luoghi può essere oggetto di discussione, purché venga presentata come una possibilità speculativa, attualmente priva di conferme per l’essere umano. L’assenza di una dimostrazione impone chiarezza sullo stato di un’idea, ma non costituisce, da sola, una ragione per escluderla dal confronto. Anche ciò che non sappiamo ancora dimostrare può stimolare domande: il compito della ricerca è trovare modi rigorosi per esplorarle.

Sources: The Qur’an, 14:48; 23:99–100; 39:42; 42:29; 65:12; Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin and Don D. Jackson, Pragmatics of Human Communication (1967); Amir D. Aczel, Entanglement (2001); Bertrand Russell, A History of Western Philosophy (1945).



 

 

 

 
 
 

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