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Un venerdì per scoprire come l’Islam guida mente e cuore da secoli

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 28 nov 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Bismillah.

Molti individui, all’interno delle nostre comunità, tendono a distogliere lo sguardo quando si parla di salute mentale o di guarigione interiore, come se questi temi non facessero realmente parte dell’esperienza umana. In alcuni ambienti si continua a pensare che i disturbi psicologici siano legati esclusivamente all’azione di shayṭān o a una fede debole, una convinzione che deriva in larga parte da mancanza di conoscenza scientifica e teologica. La storia della medicina islamica, tuttavia, racconta un’altra realtà: grandi pensatori e medici musulmani come Abū Zayd al-Balkhī, Muḥammad ibn Zakariyyā al-Rāzī (Rhazes), Ibn Sīnā (Avicenna) e altri studiosi medievali trattarono la salute mentale come parte integrante della medicina, considerandola una componente essenziale del benessere umano.

Al-Balkhī, ad esempio, nel IX secolo elaborò una distinzione fra malattie del corpo e malattie dell’anima, osservando che la depressione, l’ansia, la tristezza patologica e le ossessioni richiedevano approcci terapeutici specifici e razionali.

Al-Rāzī, direttore di uno dei più avanzati ospedali di Baghdad, descrisse e trattò disturbi mentali con metodologie cliniche, e Ibn Sīnā dedicò parti sostanziali del suo Qānūn a fenomeni che oggi definiremmo psicologici, osservando che la cura della mente non può essere separata dal corpo né dalla dimensione spirituale della persona.

Questi esempi mostrano che la cura della salute mentale non è un tema moderno, né un’influenza occidentale: è parte radicata e antica del patrimonio islamico. L’approccio integrativo di corpo, mente e spirito come unità, era centrale nella civiltà islamica classica e si trova anche nei bīmāristān, gli ospedali medievali che offrivano trattamenti per i disturbi psicologici attraverso terapie mediche, ambientali, spirituali e psicologiche.

L’idea che la malattia mentale indichi una debolezza di fede è quindi una semplificazione priva di fondamento sia storico che clinico.

La spiritualità, tuttavia, ha sempre giocato un ruolo terapeutico importante. Molti studiosi contemporanei, come il Dr. Tareq Al-Habib e il Dr. Al-Khamīs, confermano che integrare la fede in Dio nei percorsi terapeutici può sostenere la guarigione, non perché sostituisca la medicina, ma perché la completa. I maggiori psicologi moderni riconoscono infatti il valore della spiritualità come fattore di protezione psichica. La tradizione islamica stessa contiene numerosi riferimenti agli stati emotivi umani: il Corano parla di ḥamm (preoccupazione), ghamm (oppressione), khawf (paura), e descrive il “petto che si restringe” (6:125), una descrizione sorprendentemente vicina a ciò che oggi definiamo sintomi d’ansia. Allo stesso modo, afferma che Dio “rimuoverà ciò che è nei petti” (7:43), offrendo una prospettiva di liberazione e guarigione.

Il Corano utilizza diversi termini per indicare gli stati interiori della persona: qalb, ṣadr, fu’ād, ognuno con sfumature semantiche specifiche. Il fu’ād esprime l’intensità emotiva, quasi “bruciante” (53:11), mentre il qalb è sede della fede e dell’orientamento spirituale, e il ṣadr rappresenta la dimensione esterna, simile a un cortile che protegge il cuore profondo. La distinzione fra questi livelli interiori, confermata anche nella tradizione profetica, suggerisce una struttura antropologica complessa, nella quale i pensieri disturbanti, come indicato in hadith riportati da Abū Dāwūd e Ahmad, possono “raggiungere” il petto senza necessariamente corrompere il cuore.

Riconoscere la propria fragilità non è segno di mancanza di fede; al contrario, il Corano ricorda che “l’uomo è stato creato debole” (4:28). È proprio da questa condizione di vulnerabilità che nasce il percorso di guarigione: non evitando le emozioni, non combattendo ossessivamente i pensieri, né cercando spiegazioni eccessive, ma riducendo l’attenzione che diamo alle intrusioni mentali. Più si tenta di controllare o analizzare i pensieri ossessivi, più essi si fissano; e per questo la tradizione islamica incoraggia la pazienza (2:153), l’ignorare ciò che disturba, e il ritorno a Dio attraverso la preghiera, i movimenti della ṣalāh, il dhikr e la recitazione del Corano, che agiscono sul corpo e sulla mente, favorendo processi neurofisiologici di calma e regolazione emotiva.

Il Corano fa riferimento anche alla nafs lawwāmah (75:2), l’anima che rimprovera sé stessa, riconoscendo la tendenza umana all’autocritica e al senso di colpa. In presenza di errori, la via insegnata dalla tradizione è chiedere perdono e muoversi avanti. Riflettere sul passato con “se fosse andata così…” può aprire a dinamiche distruttive, come ricorda la prospettiva coranica (57:22–23). L’essere umano, esposto a rischi quotidiani, non può pretendere perfezione né totale controllo; la guarigione inizia nell’accettazione della propria condizione creaturale e nel riconoscimento della sovranità divina.

La questione delle origini della malattia mentale rimanda spesso al trauma infantile, un concetto oggi spiegato attraverso la neuroplasticità: il cervello costruisce connessioni e percorsi, come pezzi di lego, sulla base delle esperienze e delle abitudini. Cambiare abitudini significa cambiare la struttura stessa del cervello. Il Corano ricorda che la responsabilità umana riguarda ciò che “acquisisce” la persona (2:286), e richiama la regione della fronte come sede simbolica delle intenzioni e delle azioni, descrivendo il “ciuffo della fronte” dell’oppressore come metafora della responsabilità morale (96:15–16). Comprendere che gli schemi mentali e comportamentali si consolidano gradualmente aiuta a capire come anche le abitudini peccaminose nascano da piccoli errori, poi ripetuti fino a diventare dipendenze.

La cura della mente, come un giardino, richiede la rimozione costante delle “erbacce”, prima che diventino troppo radicate. Allo stesso modo, iniziare con una preghiera, poi due, poi tre, o con un Ramadan, poi un altro, permette di trasformare lentamente la vita interiore. L’abitudine alla pratica religiosa, sostenuta dalla neuroplasticità, diventa un fattore terapeutico di grande valore. La recitazione del Corano, già nei bambini, mostra effetti calmanti e regolatori, e un approccio prudente evita diagnosi affrettate. Diagnosi come “ADHD”, “psicopatia” o altre etichette non dovrebbero essere applicate senza una valutazione clinica seria: come ricordavano gli studiosi islamici classici, una condizione clinica richiede molteplici sintomi persistenti, non un singolo tratto o comportamento. Se i sintomi persistono oltre sei mesi e interferiscono con la vita quotidiana, è appropriato rivolgersi a un professionista.

Il primo passo, tuttavia, può essere rivolgersi a Dio nella preghiera, chiedendo guida e chiarezza. Molti riferiscono che la risposta arriva nel giorno successivo, e che la comunicazione costante con il Creatore rende il cuore più stabile. Vi sono testimonianze di persone che, grazie all’Islam, hanno superato dipendenze da alcool, droghe, o situazioni di vita degradanti. La purificazione è un viaggio e, una volta intrapreso, la strada si apre.

Alhamdulillah.



Bibliografia

Fonti primarie

  • Al-Balkhī, Abū Zayd. Masālih al-Abdān wa al-Anfus (Sostentamento dei corpi e delle anime).

  • Al-Rāzī, Muḥammad ibn Zakariyyā. Al-Ḥāwī fī al-Ṭibb e Al-Mansūrī.

  • Ibn Sīnā (Avicenna). Al-Qānūn fī al-Ṭibb (Il Canone della Medicina).

  • Corano, con riferimenti ai versetti citati: 6:125; 7:43; 53:11; 4:28; 2:153; 75:2; 57:22–23; 2:286; 96:15–16.

Studi secondari e contemporanei

  • Badri, Malik. Dilemmas of Muslim Psychologists.

  • Ragab, Ahmed. Medicine and Religion in the Middle Ages.

  • Yaqeen Institute. “Holistic Healing: Islam’s Legacy of Mental Health.”


 

 

 

 


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