top of page

Gesù pregava con il volto a terra

2 ore fa
Tempo di lettura: 10 min

Un solo Dio e, nella visione islamica, un unico messaggio originario: come l’intreccio tra religione e potere politico ha contribuito alle divisioni e ai conflitti che attraversano ancora oggi la società.


«Or questa è la vita eterna, che conoscano te, che sei il solo vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato».

Giovanni 17:3 — traduzione di Giovanni Diodati.


Nella mia lettura, questo dimostra il tawḥīd, l’unicità di Dio. Giovanni 17:3 è coerente con questo principio, perché Gesù si rivolge al Padre chiamandolo «il solo vero Dio» e distingue sé stesso come colui che è stato mandato.


La confusione inizia già dall’AI. Riporto qui un dialogo con l’intelligenza artificiale, nato con l’intento di accompagnare il lettore nella riflessione».

Come una domanda apparentemente semplice possa aprire questioni ben più profonde. Avevo chiesto il capitolo 6 della Bibbia per spiegare un concetto importante.

KI: «Welches Buch der Bibel meinst du – zum Beispiel Genesis, Matthäus oder Johannes, Kapitel 6?»

Ovvero: «Di quale libro della Bibbia intendi il capitolo 6? Per esempio, Genesi, Matteo o Giovanni?».

Nel seguito dello scambio, a proposito del testo di Matteo, ho precisato:

Io: «Voglio l’originale».

AI: «Il testo originale del Vangelo di Matteo è in greco antico. Quello che ti ho riportato è una traduzione italiana del 1607, per questo il linguaggio è antiquato. Vuoi il testo greco di Matteo 6:5–15 oppure una traduzione in italiano moderno, fedele al greco?».

Io: «Ma non è nella Bibbia?».

AI: «Sì, è nella Bibbia, nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 6, versetti 5–15, nel Nuovo Testamento. Scusa la confusione: la versione che ti ho dato è una traduzione italiana antica della Bibbia. Quando ho detto “originale”, intendevo la lingua in cui fu scritto il Vangelo, cioè il greco. Anche nella Bibbia in italiano trovi questo stesso passo, con parole diverse secondo la traduzione».

La confusione, per me, inizia già dal preambolo. Come si può credere a una Bibbia se ce ne sono tante? È una domanda che nasce dall’incontro con libri, lingue e traduzioni differenti.

Voglio affrontare in modo semplice l’argomento di cui parlerò qui. Per questo pongo all’AI una domanda analoga sul Corano. Conosco entrambi i capitoli/versetti, ma, visto che oggi molte persone si affidano ai chatbot, e purtroppo si fidano troppo, iniziamo a discuterne attraverso questo strumento, per farvi -forse- tornare ad aprire i libri.

Io: «Dammi la sura 6 del Corano».

AI: «La sura 6 del Corano è Al-Anʿām, “Il bestiame”, ed è composta da 165 versetti. Vuoi il testo completo in italiano oppure un versetto preciso?».

Qui l’inizio è chiaro: un Corano, una sura 6, 165 versetti.

Ma andiamo avanti, tornando al Vangelo.

AI: «Matteo 6:6, in una mia traduzione in italiano moderno:

“Tu invece, quando preghi, entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Qui Gesù insegna a rivolgere la preghiera a Dio, chiamandolo “Padre”; il versetto non descrive Gesù mentre prega».

Io: «Proprio la risposta che volevo: “Insegna a rivolgere la preghiera a Dio, chiamandolo Padre”. Quindi Gesù non è il Figlio di Dio?».

AI: «Nella fede cristiana, Gesù è il Figlio di Dio e proprio per questo si rivolge a Dio chiamandolo “Padre”. Il titolo “Figlio” non indica una discendenza biologica.

Secondo la dottrina della Trinità, il Padre e il Figlio sono persone distinte, insieme allo Spirito Santo, nell’unico Dio. Perciò Gesù può pregare il Padre senza che questo, nella teologia cristiana, contraddica la sua divinità.

Nell’Islam, invece, Gesù è un profeta e il Messia, ma non è Dio né suo Figlio: la sua preghiera è intesa come quella di un inviato rivolto al Creatore.

Matteo 6:6 mostra dunque che Gesù insegna a pregare il Padre; da solo, questo versetto non risolve la questione della sua natura divina».

Io: «Ti contraddici. Gesù insegna a pregare il Padre? Se Dio è il Creatore e non fa parte della creazione, che cosa significa affermare che abbia un Figlio? Come si distingue questo concetto dalla generazione propria degli esseri creati?»

AI: «Hai ragione a chiedere un chiarimento: prima ho presentato la posizione cristiana senza distinguere abbastanza ciò che dice il versetto da come viene interpretato.

Nel cristianesimo, “Figlio di Dio” non significa che Dio abbia avuto un bambino. Non implica una madre, una relazione sessuale o una nascita della divinità. Secondo la dottrina trinitaria, il Figlio esiste eternamente: non è stato creato e non viene dopo il Padre nel tempo. La nascita da Maria riguarda Gesù nella sua umanità.

Alla tua domanda, quindi: non c’è necessariamente una contraddizione: insegnare a pregare il Padre non esclude, nella teologia cristiana, essere il Figlio.

Il cristianesimo distingue la generazione dalla creazione: il Figlio è definito «generato, non creato». Non significa che Dio abbia avuto un bambino o che il Figlio abbia cominciato a esistere: indica una relazione eterna all’interno dell’unico Dio. Gesù prega il Padre nella sua condizione umana.

Matteo 6:6, preso da solo, dice di pregare il Padre. Non dimostra la Trinità né afferma che Gesù sia Dio. Quella è una dottrina che i cristiani fondano sulla lettura complessiva delle Scritture».

Io: «Il Figlio esiste eternamente? Pensavo che gli esseri umani fossero mortali».

AI: «Sì, gli esseri umani sono mortali. Prima avrei dovuto precisare: “Secondo la dottrina cristiana della Trinità, il Figlio esiste eternamente”.

Questa dottrina distingue tra:

  • il Figlio eterno, di natura divina, che non ha un inizio;

  • la vita umana di Gesù, che inizia con il concepimento nel grembo di Maria e comprende una morte reale.

Per i cristiani si tratta della stessa persona con due nature, divina e umana: Gesù muore nella sua umanità, mentre la natura divina non cessa di esistere.

È un’affermazione di fede cristiana, non una caratteristica attribuita agli esseri umani in generale. Nell’Islam, invece, Gesù è umano e non possiede una natura divina».


Si può andare avanti così per ore. La mia impressione è che nessun cristiano e nessuna AI riescano a sostenere fino in fondo un’argomentazione capace di spiegare il concetto di Trinità senza lasciare irrisolte queste domande.

Ma procediamo con ordine.

Gesù non può essere metà persona e metà Dio. L’AI stessa precisa che la dottrina cristiana parla di una persona pienamente umana e pienamente divina. Ed è proprio qui che nasce la mia domanda: se sono al cento per cento Dio e so tutto, come posso essere, nello stesso tempo, al cento per cento uomo, con i limiti propri della condizione umana?

A mio avviso, il cristianesimo non risponde in modo convincente a queste domande. Se non sa, se è debole, come può essere Dio? Perché Dio è colui che sa.

Non si tratta di stabilire chi sia più intelligente, ma di cercare la verità.

Consideriamo Matteo 26:36–39, in particolare il versetto 39:

«Andato un poco più avanti, cadde con il volto a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi tu”».

L`Ai non aveva detto che

“il versetto non descrive Gesù mentre prega».?

Qui Gesù si rivolge al Padre e si affida alla sua volontà. E attenzione al gesto: cade con il volto a terra.

Nel Corano Gesù è un profeta, e i musulmani pregano anche prosternandosi, con il volto a terra. Questo collegamento mi porta alla domanda successiva.

La mia obiezione è questa: dove sono i versetti della Bibbia che sostengono esplicitamente queste dottrine del cristianesimo? La Bibbia non dice che Gesù è «metà uomo e metà Dio»; del resto, neppure la dottrina cristiana lo formula in questi termini. Ma dove afferma, in modo inequivocabile, che egli è Dio onnipotente, il Creatore della terra e dei cieli o una persona della Trinità? Nella mia lettura, non trovo queste affermazioni nella forma chiara e diretta che mi aspetterei.

La conversazione prosegue affrontando la crocifissione.

AI: «Secondo l’interpretazione islamica prevalente di Corano 4:157–158, Gesù non fu ucciso né crocifisso: Dio lo elevò a Sé. Si parla quindi di elevazione, non di risurrezione dopo la crocifissione.

Il Corano invita a distinguere la conoscenza dalle supposizioni. Nella sura Al-Isrāʾ, “Il viaggio notturno”, 17:36, afferma: “Non seguire ciò di cui non hai conoscenza alcuna”, ricordando la responsabilità dell’essere umano per ciò che ascolta, vede e custodisce nel cuore.

Questo richiamo compare anche a proposito di Gesù nella sura An-Nisāʾ, “Le donne”, 4:157: “Invece non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma così parve loro”. Il versetto prosegue descrivendo il dubbio di quanti dissentono al riguardo e il loro affidarsi alle congetture.

Entrambi i passi richiamano alla prudenza nel parlare e alla responsabilità di non presentare una supposizione come conoscenza certa».

La mia riflessione è questa: le persone hanno creduto che fosse Dio a essere crocifisso, mentre nel Corano Dio richiama alla mancanza di conoscenza certa di coloro che discutono dell’accaduto. Dire che «Dio è stato ucciso e crocifisso» non equivale a esporre un fatto storico: significa già attribuire un’identità divina a colui che si ritiene sia stato crocifisso.

Chi può dire di aver visto e accertato questo, cioè la morte di Dio? Eppure è ciò che, nella mia esperienza, viene trasmesso ancora oggi nelle lezioni di religione cristiana.

In questo riconosco la verità del richiamo coranico: ciò che appare o viene creduto non equivale necessariamente a ciò che si conosce con certezza.

La gente crede anche perché esiste un senso comune, una convinzione condivisa. Ma questo può essere pericoloso, quando il consenso prende il posto della ricerca.

Dio è preciso, perfetto: perché avrebbe dovuto lasciare una Bibbia imperfetta? Nella mia lettura incontro troppe contraddizioni.

A questo punto, nella conversazione emerge anche la questione delle lingue.

AI: «La Bibbia non è stata scritta originariamente in un’unica lingua: i suoi libri furono composti in epoche diverse, principalmente in ebraico per l’Antico Testamento, con alcune parti in aramaico, e in greca koinè per il Nuovo Testamento.

Alcuni libri dell’Antico Testamento presenti nelle Bibbie cattoliche e ortodosse ci sono giunti in greco. Gesù parlava soprattutto aramaico, mentre i Vangeli ci sono stati trasmessi in greco: occorre quindi distinguere la lingua parlata da Gesù dalla lingua in cui furono scritti i racconti della sua vita e dei suoi insegnamenti.

Il Corano è scritto in arabo ma alcune parole si collegano all’aramaico, soprattutto al siriaco, una sua varietà utilizzata anche dalle comunità cristiane.

Tra gli esempi discussi ci sono ṣalāt («preghiera») e zakāt («elemosina rituale», con il significato di purificazione).

La vicinanza linguistica tra arabo e aramaico può essere letta, nella prospettiva della fede, come un richiamo alla continuità del messaggio dei profeti», voluto.

Il Corano presenta una spiegazione religiosa precisa: è stato rivelato in arabo affinché i destinatari comprendessero, come afferma il versetto 12:2, e si presenta come conferma delle Scritture precedenti e criterio su di esse, nel versetto 5:48».

Sura Yūsuf, “Giuseppe”, 12:2:

«In verità, lo abbiamo fatto scendere come un Corano in lingua araba, affinché comprendiate».

Sura Al-Māʾidah, “La tavola imbandita”, 5:48:

«Abbiamo fatto scendere su di te il Libro con la verità, a conferma della Scrittura precedente e come suo custode. Giudica dunque fra loro secondo ciò che Allah ha rivelato e non seguire i loro desideri allontanandoti dalla verità che ti è giunta. A ciascuno di voi abbiamo assegnato una legge e una via. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi un’unica comunità; ma vuole mettervi alla prova in ciò che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone. Ad Allah ritornerete tutti ed Egli vi informerà di ciò su cui eravate in disaccordo».

Nel secondo versetto, «custode» traduce muhaymin, reso anche come «garante» o «autorità di riferimento» sulle Scritture precedenti.


È molto importante considerare anche la dimensione storica e politica. Con Costantino, nel IV secolo, la Chiesa ottenne il sostegno del potere imperiale. L’imperatore intervenne nelle dispute religiose, convocando il concilio di Nicea nel 325 e adottando provvedimenti contro diversi gruppi considerati eretici. Le differenze di fede divennero così anche una questione politica: un intreccio che, a mio avviso, continua ancora oggi a rappresentare un grande problema.

Il rapporto tra religione, potere e interpretazione delle Scritture apre questioni che richiedono un esame storico e critico. Significa che, quando un’istituzione religiosa sostiene di poter stabilire quale sia la verità su Dio, è importante chiedersi se lasci alle persone la libertà di fare domande, interpretare e scegliere consapevolmente in cosa credere.

La seconda parte invita a distinguere il messaggio spirituale dall’uso che ne fa l’istituzione: ciò che viene insegnato o imposto in nome della religione potrebbe rispecchiare anche interessi politici, economici o di potere.

Anche i simboli religiosi possono essere letti diversamente. Il crocifisso, portato nelle processioni come simbolo cristiano di redenzione e pace, rappresenta al tempo stesso una morte violenta. Comprendere questa pluralità di significati permette di discutere il simbolo senza presumere che il suo messaggio sia evidente o condiviso da tutti.

Sura Al-Anbiyāʾ, «I profeti», 21:52: «Che cosa sono queste statue alle quali siete devoti?» (resa italiana del significato). Abramo interroga così il suo popolo sulla devozione alle immagini: un richiamo contro l’idolatria, senza un riferimento esplicito al crocifisso. القرآن الكريم

Il confronto tra religioni richiede onestà intellettuale e disponibilità a esaminare le fonti. Questo vale anche per l’Islam, la cui comprensione non può dipendere esclusivamente dalle rappresentazioni offerte da politici, istituzioni e mezzi di comunicazione. Allo stesso modo, l’allontanamento dalle chiese non dovrebbe essere interpretato automaticamente come disinteresse spirituale: può accompagnarsi alla ricerca di risposte che le istituzioni tradizionali non riescono più a offrire perché la conoscenza sta andando avanti.

In questo blog sono raccolte numerose riflessioni sull’Islam, pensate per chi desidera comprenderne il messaggio e approfondirne la rilevanza in una società segnata dall’alienazione neoliberista. Quando il valore della persona viene misurato soprattutto attraverso produttività, consumo e competizione, diventa essenziale interrogarsi sul senso dell’esistenza, sulla giustizia e sulla responsabilità reciproca.

A queste domande si aggiunge la mancanza di una definizione condivisa di Dio. Utilizzare la stessa parola non significa riferirsi alla stessa concezione del divino. Chiarire tali differenze è una condizione basilare: consente di comprendere come ciascuna prospettiva religiosa interpreti il rapporto tra il Creatore, l’essere umano e il mondo.

Un punto merita di essere ribadito: nella prospettiva qui proposta, il Corano richiama allo studio, alla riflessione e al discernimento, mettendo in guardia dall’accettazione acritica delle tradizioni e dalle affermazioni prive di conoscenza. Questo richiamo riguarda anche le consuetudini diffuse nelle comunità musulmane. Superstizioni, strumentalizzazioni e pratiche tramandate senza comprenderne il fondamento possono deformare il concetto stesso del messaggio divino.

La ricerca religiosa richiede quindi di distinguere tra rivelazione, interpretazione e tradizione. È attraverso questo lavoro di comprensione che la fede può contribuire a contrastare l’alienazione e a restituire centralità alla dignità umana, alla coscienza e alla responsabilità.

La dichiarazione della shahāda si apre con una negazione: «Non c’è divinità all’infuori di Dio». Non è una negazione dell’esistenza di Dio, ma il rifiuto di attribuire la divinità ad altro. In questa apertura leggo anche un invito personale: prima di cercare Dio, occorre mettere in discussione ciò che si presume di sapere di Lui, senza dare per scontate le immagini e le definizioni ereditate. La ricerca sincera richiede il coraggio di dubitare delle proprie certezze e di distinguere ciò che si conosce da ciò che si è semplicemente imparato a ripetere.


Fonti e riferimenti

  • Bibbia, Nuovo Testamento. Vangelo secondo Giovanni, 17:3, traduzione di Giovanni Diodati; Vangelo secondo Matteo, 6:5–15, in particolare 6:6, e 26:36–39.

  • Corano. Sure Al-Anʿām, 6; An-Nisāʾ, 4:157–158; Al-Māʾidah, 5:48; Yūsuf, 12:2; Al-Isrāʾ, 17:36; Al-Anbiyāʾ, 21:52. Le citazioni italiane sono rese del significato del testo arabo.

  • Bucaille, Maurice (1976). La Bible, le Coran et la science : les Écritures saintes examinées à la lumière des connaissances modernes. Parigi: Seghers.

  • Griffith, Sidney H. (2013). The Bible in Arabic: The Scriptures of the “People of the Book” in the Language of Islam. Princeton: Princeton University Press.

  • Amati, Sergio. Das Ei des Kolumbus. Ein Scherz Gottes.

  • Quran Talk Blog (7 ottobre 2026). Does the Quran Know Hebrew, Aramaic, and Syriac? Thirty Linguistic Signs.

  • Grokipedia. Aramaic loanwords in the Quran.

 
 
 

Commenti


bottom of page