Il giardino che avevamo in mente
Aggiornamento: 15 set
Il ricordo
L`essere umano ha dimenticato, da dove viene e non sa più in che direzione si sta muovendo.
Nel racconto coranico di Adamo c’è un versetto che mi ha sempre colpita per la sua semplicità:
«Già prima imponemmo un patto ad Adamo, ma egli dimenticò e non trovammo in lui fermezza.»
Corano, 20:115
Il Corano avrebbe potuto descrivere il primo errore dell’uomo attraverso molte parole: ribellione, desiderio o arroganza. Eppure qui compare qualcosa di molto più vicino alla nostra esperienza quotidiana: la dimenticanza.
Adamo dimenticò.
E forse, in un certo senso, continuiamo a farlo anche noi.
Una civiltà che ha dimenticato il proprio fine
Gli antichi utilizzavano una parola greca, telos, per indicare il fine verso cui qualcosa tende, ciò per cui una cosa esiste.
Non bastava chiedersi che cosa fosse qualcosa. Bisognava anche domandarsi per che cosa esistesse.
Il termine greco telos (τέλος) significa “fine”, “scopo” o “compimento” e indica ciò verso cui qualcosa tende. Nella filosofia di Aristotele, comprendere una realtà non significa soltanto chiedersi da che cosa sia composta o come funzioni, ma anche verso quale fine sia orientata. Un seme, per esempio, contiene in sé la possibilità di diventare una pianta: il suo telos rappresenta il compimento di questa potenzialità.
In termini semplici, potremmo dire che il telos risponde alla domanda “verso quale fine?”, mentre la téchne risponde alla domanda “in che modo?”. La distinzione apre una questione ancora oggi fondamentale: comprendere veramente qualcosa significa conoscerne soltanto il funzionamento, oppure anche interrogarsi sul suo senso e sulla direzione verso cui tende?
Applicata all’essere umano, questa domanda diventa inevitabilmente esistenziale:
Per che cosa sono qui?
Possiamo studiare il corpo umano fino alle sue cellule, osservare il cervello, ricostruire la nostra evoluzione, descrivere le società e analizzare il comportamento umano. Possiamo conoscere sempre meglio il come della nostra esistenza.
Ma il come non risponde necessariamente al perché.
La modernità ci ha consegnato strumenti straordinari per comprendere il funzionamento del mondo, ma la domanda sul suo significato rimane.
Possiamo vivere più a lungo senza sapere per cosa vivere o essere circondati da possibilità e sentirci comunque privi di direzione.
Possiamo costruire un’identità, una carriera, una reputazione e un’intera vita sociale, e tuttavia percepire, in certi momenti di silenzio, una domanda che ritorna:
A cosa serve tutto questo?
Il problema non è necessariamente che non possediamo una risposta, ma che l’abbiamo dimenticata.
Il Corano e lo scopo dell’esistenza
Su questo punto il Corano non rimane ambiguo:
«Non ho creato i jinn e gli uomini se non perché Mi adorassero.»
Corano, 51:56
A prima vista, una simile affermazione potrebbe sembrare ridurre l’esistenza umana a una serie di obblighi religiosi.
Ma il versetto immediatamente successivo cambia radicalmente la prospettiva:
«Non voglio da loro alcun sostentamento e non voglio che Mi nutrano.»
Corano, 51:57
Dio non ha bisogno della nostra adorazione.
Non diventa più grande perché Lo lodiamo e non diventa più piccolo quando Lo dimentichiamo.
Se Dio è autosufficiente, allora l’adorazione non può servire a colmare una Sua mancanza.
Siamo noi ad averne bisogno.
L’adorazione diventa così non soltanto un atto rivolto verso Dio, ma un processo attraverso il quale l’essere umano viene continuamente ricondotto al proprio centro. Mindfulness.
Pregare, ricordare Dio, essere giusti, donare, perdonare, resistere all’ego, prendersi cura dell’altro: sono modi differenti attraverso cui l’essere umano impara a non perdersi.
Adorare significa anche agire
C’è però un rischio: trasformare l’adorazione in qualcosa che riguarda esclusivamente il rapporto privato tra l’individuo e Dio.
Il Corano sembra continuamente opporsi a questa separazione.
La fede viene ripetutamente accompagnata dalle opere giuste.
La verticalità della relazione con Dio deve produrre qualcosa sul piano orizzontale della relazione con il mondo.
Non avrebbe molto senso inchinarsi davanti a Dio e poi diventare arroganti davanti agli uomini o ringraziare per ciò che possediamo e ignorare chi non possiede nulla.
Per questo trovo particolarmente bella l’immagine coranica del «prestito generoso»:
«Chi farà a Dio un prestito generoso affinché Egli glielo moltiplichi molte volte?»
Corano, 2:245
Naturalmente Dio non ha bisogno del nostro denaro e il paradosso è proprio questo.
Quando diamo qualcosa per il bene, sembra che stiamo perdendo qualcosa. Una parte della nostra ricchezza scompare dalle nostre mani.
Eppure, nella prospettiva coranica, ciò che abbiamo dato potrebbe essere proprio ciò che non abbiamo perduto.
Ciò che rimane
Gran parte della vita consiste nell’accumulare.
Accumulo di oggetti, titoli, conoscenze, esperienze, riconoscimento, immagini di noi stessi.
Costruiamo lentamente qualcosa che chiamiamo “io”.
Poi il Corano introduce una prospettiva destabilizzante:
«Siete venuti a Noi soli, come vi creammo la prima volta, lasciando dietro di voi ciò che vi avevamo concesso.»
Corano, 6:94
Soli.
È una parola che ridimensiona molto di ciò che sembra assoluto mentre viviamo.
Ciò che possediamo rimane qui.
Anche molti dei nomi attraverso i quali abbiamo imparato a definirci rimangono qui.
Ciò che attraversa il confine è ciò che siamo diventati attraverso le nostre scelte.
Ed è per questo che il Corano attribuisce importanza persino all’azione più piccola:
«Chi avrà fatto anche solo il peso di un atomo di bene lo vedrà. E chi avrà fatto anche solo il peso di un atomo di male lo vedrà.»
Corano, 99:7–8
Nulla è insignificante.
Una gentilezza che nessuno ha visto.
Un’ingiustizia evitata.
Qualcosa donato senza essere ricordati.
Una parola trattenuta quando avrebbe ferito.
Un gesto compiuto senza alcun pubblico.
Forse sono proprio queste piccole cose a costituire la biografia più autentica di una persona.
La via dell’equilibrio
Vivere orientati verso Dio, però, non significa abbandonare il mondo.
Il Corano dice:
«Cerca, attraverso ciò che Dio ti ha concesso, la dimora dell’Aldilà, senza dimenticare la tua parte in questo mondo.»
Corano, 28:77
Trovo fondamentale quel «senza dimenticare».
Ancora una volta ritorna la memoria.
Non ci viene chiesto di disprezzare questa vita, ma di comprenderne il posto.
Studiare, amare, lavorare, creare, viaggiare, contemplare la natura, costruire qualcosa, prendersi cura del proprio corpo e delle persone che amiamo non sono necessariamente distrazioni da Dio, ma
possono diventare parte del cammino verso di Lui quando occupano la loro giusta misura.
Forse è proprio qui che entra in gioco il mīzān: l’equilibrio.
Misericordia senza ingenuità.
Giustizia senza crudeltà.
Generosità senza irresponsabilità.
Disciplina senza durezza.
Amore per il mondo senza trasformarlo nel nostro dio.
Distacco senza disprezzare la vita.
La maturità spirituale potrebbe consistere proprio nell’imparare questa proporzione.
Ricordare
Alla fine ritorno ad Adamo.
Egli dimenticò.
Forse questo particolare racconto dice qualcosa di profondissimo sulla condizione umana.
Non siamo creature che devono semplicemente accumulare sempre nuove informazioni.
Siamo anche creature che devono continuamente ricordare.
Non è casuale che una delle parole fondamentali della spiritualità islamica sia dhikr: ricordo.
Ricordare Dio significa, in qualche modo, ricordare anche noi stessi.
Ricordare che non siamo ciò che possediamo.
Che non siamo soltanto il nostro ruolo sociale.
Che non siamo i nostri titoli, la nostra immagine o lo sguardo degli altri.
Che questa vita non è priva di valore, ma neppure definitiva.
Forse la crisi di significato dell’essere umano contemporaneo nasce proprio da qui: abbiamo imparato moltissimo sul mondo, ma abbiamo progressivamente dimenticato perché siamo nel mondo.
E allora il ritorno non richiede necessariamente di andare più lontano.
A volte richiede semplicemente di ricordare ciò che il rumore aveva coperto e che il mondo è un campo, non la destinazione finale.
E ricordare, soprattutto, che forse la domanda più importante della nostra esistenza non è:
«Che cosa posso ottenere dalla vita?»
ma:
«Che cosa sto diventando attraverso la vita che mi è stata data?»



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