Lingue diverse, colori diversi, una stessa umanità.
Al mercato delle zucche, un incontro d’autunno alla luce della sura Ar-Rūm (30:22).
A ottobre, le zucche dipingono le campagne mentre la prima nebbia comincia a posarsi sui campi. Sono arancioni, verdi, bianche, allungate o tonde, lisce o piene di irregolarità. Alcune sembrano fatte per essere cucinate, altre solo per essere ammirate e davanti ai banchi delle fattorie, le persone si fermano, osservandole e confrontandole, sollevandole per poi rimetterle al suo posto per sceglierne una più adatta. Una semplice domenica di autunno. Eppure, fermandosi ad osservare ciò che succede al mercato delle zucche, ci rendiamo conto che è una giornata che ci riporta insieme: tra chi sceglie ci sono persone di lingue, origini e culture diverse e di fronte allo stesso banco, ognuna cerca qualcosa che porterà nella propria casa. Una zucca per una minestra, una torta, o un piatto speziato. Forse per una ricetta imparata da una madre o da una nonna, oppure per un sapore ancora da scoprire.
La zucca è cresciuta in un campo svizzero, ma le storie che accompagnerà a tavola arrivano da molto più lontano.
Un ortaggio che attraversa le culture
A volte, ciò che vediamo nel paesaggio locale ci sembra appartenere soltanto alle tradizioni del luogo. Anche la zucca può apparire così: un prodotto delle nostre campagne, legato alle nostre abitudini autunnali.
Eppure, basta entrare idealmente nelle cucine di altri paesi per ritrovarla.
In Siria, la zucca entra nelle tradizioni della tavola, trasformata in una confettura, chiamata murabba al-qarʿ, nella quale i pezzi di zucca vengono cotti in uno sciroppo di zucchero. Nelle preparazioni salate può accompagnare carne, cipolle e spezie, con ricette che variano secondo le famiglie e le località.
In Turchia diventa kabak tatlısı, un dolce preparato cuocendola lentamente con lo zucchero, spesso servito con noci e, in alcune versioni, tahina.
In Afghanistan troviamo il borani kadoo, dove la dolcezza della zucca incontra una salsa di yogurt e aglio, con ingredienti e aromi che cambiano secondo la ricetta.
Nelle cucine dell’Asia meridionale entra in preparazioni profumate di cumino, curcuma, zenzero o peperoncino. In Indonesia, dove è chiamata labu kuning, può diventare kolak: un dolce con latte di cocco e zucchero di palma, spesso aromatizzato con pandan e consumato anche durante il Ramadan.
Dietro ogni preparazione ci sono gesti appresi, abitudini familiari e modi diversi di accogliere qualcuno a tavola. Lo stesso ingrediente prende forma dentro storie differenti.
La zucca prima di Halloween
In autunno, la zucca viene spesso associata ad Halloween, ma si tratta di un collegamento che non esaurisce il suo significato.
Molti musulmani scelgono di non celebrare Halloween per ragioni religiose e, allo stesso tempo, cucinano e mangiano la zucca. È un alimento consentito nell’Islam e portarlo in tavola non significa aderire a una festività.
Ricordarlo aiuta a comprendere anche ciò che accade davanti al banco di una fattoria. Non possiamo sapere che cosa rappresenti una zucca per la persona che la sta scegliendo. Può evocare una festa, una cena quotidiana, un ricordo d’infanzia o una consuetudine religiosa.
Prima di attribuire un significato al gesto di qualcuno, possiamo lasciare spazio alla sua storia.
Anche i bisogni hanno una storia
Tutti abbiamo bisogno di nutrirci. Ma il modo in cui soddisfiamo questo bisogno è intrecciato alla cultura.
Scegliamo ingredienti, decidiamo come prepararli, stabiliamo quando mangiare e con chi condividere il pasto. Un piatto può nutrire il corpo e, nello stesso momento, farci sentire a casa, ma anche custodire un legame con chi è lontano o aprire una relazione con chi ci siede accanto.
La riflessione di Cristina Palmieri in Un’esperienza di cui avere cura offre una chiave per leggere questa scena: anche i bisogni assumono significato attraverso i modi in cui impariamo a viverli. Il nutrimento, i gesti che lo accompagnano e il senso di appartenenza prendono forma dentro relazioni e contesti culturali.
Oggi questa riflessione può uscire dalle pagine di un libro e diventare visibile in un mercato di zucche.
Le persone raccolte davanti al banco condividono un bisogno, ma ciascuna lo porta dentro una storia. Riconoscere entrambe le cose — ciò che ci accomuna e ciò che ci distingue — permette di avvicinarsi senza cancellare le differenze.
Appartenere senza essere uguali
Il senso di comunità inizia incontri molto piccoli, dal lasciare spazio a qualcuno davanti a una cassetta, a un consiglio sulla zucca più adatta per una minestra o dalla curiosità per una ricetta che non conoscevamo.
Non serve condividere ogni abitudine per condividere un luogo con rispetto.
IL Corano offre uno sguardo chiaro sul senso della comunità: Nella sura 49, versetto 13, la diversità dei popoli e delle tribù è posta in relazione alla conoscenza reciproca. Le differenze diventano così un invito a incontrarsi. Nella sura 5, versetto 2, compare il richiamo a collaborare nel bene e nella rettitudine.
Alla luce di questi richiami, la comunità è da considerarsi una responsabilità che prende forma nei comportamenti: nel modo in cui accogliamo, collaboriamo e ci prendiamo cura delle relazioni.
Un mercato non elimina le distanze, i pregiudizi o le difficoltà del vivere insieme, ma offre un’occasione concreta per vedere l’altro impegnato in un gesto che riconosciamo.
Sta scegliendo qualcosa da portare a casa, proprio come noi.
Una domenica, molte tavole
Non dovrebbe stupire che in una fattoria svizzera si incontrino persone di culture diverse alla ricerca della zucca più adatta. Eppure, accorgersene può cambiare il modo di guardare una scena quotidiana.
Quelle zucche finiranno in pentole diverse. Saranno tagliate, speziate, cotte al forno o immerse nel latte di cocco. Qualcuno seguirà una ricetta tramandata; qualcun altro improvviserà, e intorno ai piatti si parleranno lingue differenti.
Per un momento, però, tutte quelle storie sono passate dallo stesso banco.
Si può imparare qualcosa sulla comunità anche così: osservando le mani che scelgono, ascoltando le persone, riconoscendo nei loro gesti una familiarità inattesa.
Tra la prima nebbia e i colori dell’autunno, una zucca diventa il punto d’incontro tra un campo, una casa e il mondo.
Al mercato delle zucche, tra lingue diverse e ricette che viaggiano da un paese all’altro, si può riconoscere qualcosa della nostra comune umanità. Il Corano richiama un’umanità originariamente unita in una sola comunità (Al-Baqara, 2:213) e un’origine condivisa da tutti gli esseri umani (An-Nisāʾ, 4:1). La pluralità dei popoli e delle tribù diventa un invito a conoscersi (Al-Ḥujurāt, 49:13), mentre la diversità delle lingue e dei colori è indicata fra i segni di Dio (Ar-Rūm, 30:22). A questa varietà si accompagnano l’invito a gareggiare nelle opere buone (Al-Māʾida, 5:48) e il riconoscimento della dignità dei figli di Adamo (Al-Isrāʾ, 17:70).
Questi richiami illuminano anche una semplice domenica d’autunno: persone con storie differenti si incontrano davanti allo stesso banco e scelgono qualcosa da portare sulla propria tavola. Le ricette cambiano, i ricordi anche, ma il desiderio di nutrire, accogliere e condividere ci avvicina. E le zucche sono tutte belle perché non sono uguali.




Commenti