Il prezzo di pensare — ricordando Dr Diaa Al Awady
Li escludono perché non si lasciano integrare in un sistema, o si restringono perfino i diritti minimi di chi non collabora, di chi non partecipa o di chi semplicemente non riesce a obbedire a determinate regole sociali, perchè le stravolge. Oggi abbiamo trovato molti nomi per definirli, spesso prima ancora di averli veramente compresi. Li classifichiamo, li separiamo, li inseriamo in percorsi alternativi, purché rimangano, in qualche modo, dentro il sistema. E chi non riesce a rimanerci, viene espulso.
Nel frattempo la gente continua a lavorare senza sosta finché si ammala e, quando il corpo finalmente presenta il conto, deve lottare persino per ottenere un’indennità. È un’orchestra nella quale pochi dirigono e moltissimi eseguono. Alcuni conoscono perfettamente lo spartito; altri fanno semplicemente ciò che vedono fare agli altri.
Uno copia l’altro, incapace di prendere posizione, in quanto prendere posizione significa assumersi una responsabilità. È più semplice obbedire.
E così si possono danneggiare persino persone sane, creare bisogni che prima non esistevano e generare costi enormi per mantenere in movimento chi è ancora sulla giostra.
Ma pochi vedono.
Eppure credo che arriverà un conto per chi compie deliberatamente il male. Un conto davanti a Dio, anche quando quello degli uomini non arriva. Un conto per Israele e per ogni altro potere o governo responsabile di ingiustizie contro innocenti; un conto per tutti i tiranni del pianeta e per coloro che, pur potendo parlare, scelgono di voltarsi dall’altra parte.
Oggi persino le parole sono diventate strumenti di potere. “Terrorista”, “estremista”, “cospiratore”, “disadattato”: una parola può bastare per stabilire chi meriti di essere ascoltato e chi possa essere escluso.
La questione israelo-palestinese ne è un esempio drammatico. Hamas viene definita un’organizzazione terroristica da numerosi Stati; altri interpretano almeno una parte del conflitto attraverso il diritto dei palestinesi a resistere all’occupazione. Ma proprio questa contrapposizione dovrebbe obbligarci a una domanda più profonda: chi possiede il potere di costruire le categorie attraverso le quali milioni di persone interpreteranno la realtà?
Perché il problema non si trova soltanto in Oriente, ma è antico e universale.
Si chiama potere.
Potere sugli altri, sull’informazione, sull’economia, sui corpi e persino sulla definizione di ciò che consideriamo normale.
Anche il cibo non è estraneo a questo meccanismo. Anzi, l`alimentazione esercita un’influenza enorme sul nostro funzionamento cerebrale e fisico. Ciò che mangiamo non serve soltanto a riempire lo stomaco: fornisce le sostanze con cui l’organismo costruisce e mantiene cellule, ormoni e strutture biologiche e partecipa ai processi metabolici dai quali dipendono energia e funzionamento del sistema nervoso. Per questo parlare di alimentazione significa parlare, inevitabilmente, anche di mente e corpo.
E allora nasce una domanda che considero inevitabile: chi ha deciso che cosa sarebbe diventata l’alimentazione quotidiana delle masse?
Perché non siamo noi, individualmente, ad aver costruito il sistema alimentare nel quale siamo nati. Abbiamo trovato supermercati già pieni, allevamenti intensivi già esistenti, prodotti industriali già normalizzati e determinate abitudini alimentari già trasformate in consuetudini. Abbiamo imparato fin dall’infanzia che cosa fosse una “colazione”, che cosa dovessimo mangiare a pranzo, quali alimenti fossero necessari e quali dovessero comparire quotidianamente sulle nostre tavole. Raramente ci siamo chiesti chi avesse costruito quella normalità, ma qualcuno la ha finalmente messa in discussione. Si tratta del Dr. Diaa Al Awady, medico egiziano che sfidò le concezioni dominanti sull’alimentazione proponendo un ritorno al principio coranico delle ṭayyibāt.
E qui il problema diventa ancora più inquietante: se l’alimentazione può influenzare il funzionamento del corpo e del cervello, controllare il sistema alimentare significa possedere almeno indirettamente un enorme potere sulle condizioni nelle quali vive una popolazione.
Non posso dimostrare scientificamente che qualcuno abbia progettato deliberatamente l’alimentazione moderna con l’obiettivo di renderci inerti. Affermarlo come fatto sarebbe sostituire la ricerca con il sospetto. Ma posso formulare una domanda: che tipo di essere umano produce un sistema che rende economico, immediato e onnipresente il cibo industriale, mentre trasforma il nutrirsi in un atto sempre più distante dalla natura e dalla consapevolezza?
La domanda diventa ancora più legittima osservando che la ricerca scientifica non considera affatto neutra l’alimentazione moderna. Un’ampia revisione delle meta-analisi, comprendente quasi dieci milioni di persone, ha trovato associazioni tra maggiore esposizione agli alimenti ultraprocessati e numerosi esiti negativi, tra cui diabete di tipo 2, obesità, mortalità cardiovascolare, depressione e disturbi comuni della salute mentale. Molte di queste evidenze rimangono osservazionali e di qualità variabile, quindi non autorizzano a trasformare ogni associazione in causalità; mostrano però quanto sia ingenuo pensare che ciò che mangiamo sia irrilevante per ciò che diventiamo.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 è arrivata a una conclusione altrettanto interessante sul cervello: la maggioranza degli studi inclusi associava un consumo maggiore di alimenti ultraprocessati a risultati peggiori nella memoria, nelle funzioni esecutive o nella cognizione generale. Gli stessi ricercatori avvertono che servono ulteriori studi sperimentali per stabilire con certezza i rapporti causali.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
Una società ha bisogno di individui produttivi, ma il mercato ha bisogno soprattutto di consumatori. Persone che abbiano continuamente fame di qualcosa: cibo, oggetti, intrattenimento, farmaci, stimoli, approvazione. Non occorre necessariamente immaginare una stanza segreta nella quale qualcuno abbia progettato tutto questo. È possibile qualcosa di persino più inquietante: che un sistema economico finisca spontaneamente per premiare ciò che vende di più, costa meno, crea abitudini e mantiene in movimento il consumo, indipendentemente da ciò che rende l’essere umano più lucido, autonomo o consapevole.
Forse, allora, non hanno dovuto decidere esplicitamente di tenerci inerti.
È bastato costruire un mondo nel quale ciò che favorisce il consumo viene continuamente premiato e ciò che richiede disciplina, tempo, consapevolezza e rinuncia diventa sempre più difficile.
Ed è qui che ritorna il concetto coranico di ṭayyib.
Perché il Corano non invita semplicemente l’uomo a consumare ciò che trova davanti a sé. Lo obbliga a distinguere, a interrogarsi e a non trasformare il desiderio in misura del bene.
La vera libertà alimentare non consiste nell’avere cinquanta prodotti diversi sullo scaffale, ma consiste nel sapere perché li stiamo mangiando, a selezionarli e a non riempirci la pancia quando non abbiamo fame. E proprio qui il Dr. Diaa Al Awady potrebbe avere più che ragione.
Ci viene insegnato fin dall’infanzia che alcuni alimenti “fanno bene”, quasi si trattasse di verità definitive. Pollo, uova, verdure: categorie ripetute così frequentemente da diventare quasi sinonimo di alimentazione sana.
Ma la scienza, quando la si legge senza trasformarla in uno slogan, è molto più complessa.
Prendiamo le uova.
L’uovo possiede innanzitutto una funzione biologica: appartiene al sistema riproduttivo della gallina. Questo, naturalmente, non dimostra che sia inadatto al consumo umano. Ma dovrebbe almeno ricordarci che la natura non produce gli alimenti seguendo le categorie dei nostri supermercati.
E nemmeno la letteratura scientifica permette di affermare semplicemente che “le uova fanno bene”.
Le uova contengono proteine e numerosi micronutrienti, ma gli studi clinici mostrano anche che il loro consumo può aumentare il colesterolo LDL in alcune condizioni. Gli studi epidemiologici sui rapporti tra consumo di uova, diabete, malattie cardiovascolari e mortalità hanno prodotto risultati non sempre concordanti.
La conclusione corretta, quindi, non è che le uova facciano necessariamente male.
Ma neppure che facciano necessariamente bene.
E soprattutto non esiste alcuna necessità scientifica universale di consumarle per essere sani.
Lo stesso discorso vale per il pollo.
È una fonte di proteine e micronutrienti, ma questo non significa che il suo consumo produca automaticamente salute. Gran parte delle prove sugli effetti a lungo termine deriva da studi osservazionali, mentre gli studi sperimentali capaci di dimostrare benefici clinici a lungo termine sono molto più limitati. Alcune grandi analisi epidemiologiche hanno inoltre osservato associazioni tra maggiore consumo di pollame e determinati esiti metabolici, compreso il diabete di tipo 2, anche se un’associazione statistica non dimostra che sia stato il pollo a causare la malattia.
Ed è precisamente qui che nasce la mia domanda: quando abbiamo trasformato “può essere consumato” in “fa bene”?
E chi ha trasformato quella conclusione in una certezza collettiva?
Non voglio sostituire un dogma con un altro. Sarebbe intellettualmente disonesto affermare che la scienza abbia dimostrato che pollo e uova siano veleni. Non lo ha dimostrato.
Ma non ha nemmeno dimostrato che siano indispensabili alla salute umana.
Questa distinzione è fondamentale, soprattutto nella concezione islamica dell’alimentazione, che molti riducono erroneamente a un semplice bianco o nero: ḥalāl o ḥarām, permesso o proibito. In realtà, la tradizione giuridica islamica conosce molte più sfumature: farḍ/wājib, ciò che è obbligatorio; mustaḥabb/mandūb, ciò che è raccomandato; mubāḥ, ciò che è semplicemente permesso; makrūh, ciò che è sconsigliato; e ḥarām, ciò che è proibito. A queste categorie si affianca una distinzione coranica ancora più profonda: quella tra ṭayyib, ciò che è buono, puro e integro, e khabīth, ciò che è cattivo, impuro o corrotto. È qui che il bianco e nero si dissolve: non tutto ciò che è permesso deve necessariamente essere desiderabile in ogni quantità, circostanza o condizione. L’Islam non insegna soltanto a chiedersi «Posso mangiarlo?», ma apre una domanda molto più profonda: «È davvero buono per me?». Ed è proprio nelle sfumature tra queste due domande che comincia il discernimento.
Questa distinzione è fondamentale.
Lo stesso vale per il mondo vegetale. L’essere umano può digerire e utilizzare molti alimenti vegetali, ma non ogni loro componente viene digerita direttamente dai nostri enzimi. La cellulosa, per esempio, non viene digerita dall’organismo umano come altri carboidrati. Gli erbivori specializzati possiedono adattamenti completamente differenti: la mucca rumina e dispone di un complesso ecosistema microbico che le permette di ricavare nutrimento dal materiale vegetale in un modo che noi non possiamo replicare.
Questo non dimostra che le verdure siano nocive, ma dimostra qualcosa di più interessante: “naturale”, “vegetale” e “salutare” non sono sinonimi scientifici.
Ogni alimento dovrebbe essere giudicato attraverso fisiologia, quantità, preparazione, contesto metabolico e caratteristiche dell'individuo, non attraverso slogan.
Eppure viviamo nell’epoca della produzione alimentare di massa.
Polli allevati in quantità immense, uova prodotte su scala industriale, coltivazioni intensive, alimenti ultraprocessati disponibili ventiquattr’ore al giorno.
Contemporaneamente, le società industrializzate convivono con obesità, diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari.
Sarebbe scientificamente scorretto sostenere che la causa siano semplicemente il pollo, le uova o le verdure. Le malattie metaboliche sono multifattoriali.
Ma sarebbe altrettanto poco intelligente smettere di interrogarsi sul sistema alimentare che abbiamo costruito.
È qui che, per me, diventa interessante il concetto coranico di ṭayyib.
Non basta chiedersi se qualcosa sia halal, permesso.
Bisogna domandarsi se sia anche ṭayyib: buono, puro, sano, integro.
È una domanda radicalmente diversa da quella del mercato.
Il mercato domanda: possiamo venderlo?
L’essere umano dovrebbe domandare: che cosa sto introducendo nel mio corpo? Da dove viene? Come è stato prodotto? Perché lo sto mangiando? E chi trae beneficio dal fatto che io continui a consumarlo?
La stessa ossessione per la classificazione ritorna nell’infanzia.
Nasce una generazione di bambini apparentemente “disadattati” e noi abbiamo immediatamente bisogno di attribuire loro un nome, attraverso una sindrome, un disturbo, una categoria e (fra non molto tempo) un codice.
Naturalmente esistono realmente disturbi neurologici e psichiatrici, e per molte persone diagnosi e terapie rappresentano un aiuto fondamentale. Negarlo sarebbe irresponsabile.
Ma riconoscere questo non significa rinunciare a un’altra domanda:
stiamo sempre curando una malattia oppure, qualche volta, stiamo medicalizzando una differenza?
Perché intorno alla malattia esiste inevitabilmente anche un’economia. L’industria farmaceutica produce medicinali indispensabili e salva vite, ma rimane pur sempre un’industria con enormi interessi economici. Le due realtà possono essere vere contemporaneamente.
Ed è proprio questa capacità di sostenere due pensieri contemporaneamente che stiamo perdendo. Criticare la medicina non significa rifiutare la medicina e criticare l’industria alimentare non significa sostenere che ogni alimento industrializzato sia velenoso, come criticare un governo non significa odiare un popolo. Significa soltanto rifiutarsi di smettere di pensare.
Forse è anche per questo che il Corano rimane profondamente scomodo per una società costruita intorno al desiderio senza limite. Proibisce o condanna proprio ciò attorno a cui si muovono enormi interessi economici: alcol, droga, prostituzione, usura, corruzione, gioco d’azzardo e sfruttamento.
Ed ecco il paradosso: si curano le conseguenze, ma raramente si eliminano le cause. Si cura la dipendenza mentre si continua a vendere ciò che la alimenta; si combatte l’indebitamento mentre si prospera sugli interessi; si denuncia lo sfruttamento mentre il corpo rimane una merce. E chi tenta di risalire alle cause viene spesso delegittimato, marginalizzato o escluso dal dibattito. In casi più controversi, come quello del Dr. Diaa Alawady, persino una morte improvvisa può alimentare interrogativi sulla possibilità di interessi contrapposti; interrogativi che, in assenza di prove verificabili di un coinvolgimento esterno, devono tuttavia rimanere distinti dall’affermazione di un omicidio.
Il caso egiziano è emblematico. Dopo la diffusione del sistema alimentare Al-Tayyibāt del Dr. Diaa Alawady, che invitava a eliminare pollo e uova, nel 2026 il mercato registrò un forte calo dei prezzi: almeno il 20% per il pollame e oltre il 50% per le uova. Alcuni rappresentanti del settore collegarono apertamente il fenomeno alla diminuzione dei consumi provocata dalla crescente popolarità di Al-Tayyibāt; altri lo attribuirono invece all’aumento della produzione. La causa rimane quindi discussa, ma una cosa è certa: quando migliaia di persone cominciano a mettere in discussione ciò che consumano, una semplice idea può trasformarsi in una forza economica. E quando un’idea comincia a toccare il mercato, smette improvvisamente di essere soltanto un’idea.
Forse è proprio qui che termina la libertà più superficiale e comincia quella più difficile: la libertà di interrogarsi su ciò che viene presentato come normale, anche quando la risposta è economicamente scomoda.




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