Il secolo dell'anestesia
- 5 giu
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Basta sfogliare un giornale del 1964 o del 1968 per rendersi conto che le balene stavano già scomparendo allora, annientate da massacri sistematici e crudeli, mentre la violenza dilagava nelle strade, nelle piazze e nelle case: violenza delle idee, violenza delle classi, violenza ovunque. Forse, si legge, rendendo impossibile la guerra, i fisici atomici hanno distrutto la pace. Nelle stesse pagine che pubblicizzano il Campari Soda, capace di donare gioia e salute, si raccontano i giorni roventi di Praga. È questa la natura del mondo moderno: celebrare il benessere mentre registra la tragedia.
Adoro leggere i vecchi giornali. Riappaiono come fantasmi che tornano a polemizzare su vendette, massacri e conflitti, senza mai trascurare la pagina degli spettacoli o dei pettegolezzi. Accanto alle cronache più drammatiche trovano spazio le confidenze, i riassunti di ciò che accade nel mondo e i consigli contro la canicola. Che cosa è davvero cambiato?
Ci giriamo come trottole in un mondo che continua a girare. Nessuno si sottrae a questa catena, a questo giro di giostra che, come osservava Terzani, definisce la vita stessa. Per molti l’esistenza è diventata una malattia, un malanno da curare, perché il senso si è progressivamente offuscato in una mente infiammata dall’eccesso di stimoli e di possibilità.
Il problema è che, fin dall’infanzia, ci vengono vendute illusioni. Un tempo non c’era spazio per l’introspezione: bisognava lavorare e basta. Oggi, invece, sono le macchine a lavorare per noi. Eppure, paradossalmente, proprio mentre aumentano le possibilità materiali, sembra diminuire la capacità di comprendere ciò che siamo.
C’è poi chi si oppone al progresso, quando il vero problema non è il progresso in sé, bensì una realtà distorta che pretende di sostituirsi alla realtà stessa. La questione centrale, a mio avviso, è l’incoerenza. Le persone sembrano non riuscire più a riconoscere ciò che hanno davanti agli occhi. Questa condizione di oscurità e smarrimento è evocata anche nel Corano:
«Il giorno in cui la vedrete, ogni nutrice dimenticherà il lattante che allatta e ogni donna incinta abortirà il suo feto; vedrai gli uomini come ubriachi, mentre non saranno ubriachi, ma il castigo di Allah sarà terribile.»— Corano, 22:2
Riflettere sulla deprivazione sensoriale non è mai stato così urgente. Oggi esistono le cosiddette vasche del benessere, ritenute utili, secondo alcune ricerche, nella gestione dell’ansia e nella riduzione degli stati depressivi. Si tratta di privare temporaneamente il corpo di quasi tutti gli stimoli sensoriali: vista, udito, olfatto e perfino della propriocezione, il cosiddetto “sesto senso”, cioè la capacità di percepire la posizione e l’esistenza stessa del proprio corpo nello spazio. Ma che cosa rivela questa esigenza? Perché l’uomo contemporaneo sente il bisogno di spegnere tutto per trovare un momento di pace?
Non esistono più confini. Dai Campari e dalle sigarette pubblicizzati sulle pagine dei quotidiani si è passati a nuovi metodi, nuove terapie, nuove esperienze e nuove promesse. Cambiano i mezzi, ma lo scopo sembra rimanere immutato: fuggire da se stessi e dalla vita. Si cerca di anestetizzare l’inconscio, di mettere a tacere ciò che inquieta, perché l’uomo non riesce più a difendere se stesso. E non riesce a farlo perché ha dimenticato un principio fondamentale: il mondo non gli appartiene. Nella pretesa di dominare ogni cosa, egli ha smarrito il limite. E quando il confine scompare, ciò che resta non è la libertà, ma la confusione. Solo Dio detiene il potere su tutto; l’uomo, invece, continua ostinatamente a comportarsi come se fosse il proprietario di ciò che gli è stato soltanto affidato.




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