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La bilancia della vita: la via mediana nell’esperienza islamica

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 4 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

La tradizione islamica richiama con forza il principio dell’equilibrio: non andare mai troppo a destra né troppo a sinistra. Il Corano invita l’essere umano a percorrere la ṣirāṭ al-mustaqīm, la retta via, che non coincide né con l’oscurità dell’eccesso né con l’abbaglio di una luce ostentata, ma con una postura di umiltà, consapevolezza e misura. L’equilibrio non è neutralità, bensì discernimento costante.


Nel contesto contemporaneo, l’Islam appare talvolta trasformato in un simbolo spettacolare: una “luna costosa” che illumina le città attraverso architetture sfarzose e segni esteriori immacolati. Tuttavia, a questa luce apparente si contrappone una realtà fatta di disuguaglianze profonde, in cui bambini privi di cibo e scarpe incarnano una contraddizione etica evidente. Questi opposti non trovano giustificazione nella spiritualità autentica. Quando l’attenzione è realmente rivolta alla ṣirāṭ al-mustaqīm, non vi è bisogno di rumore, ostentazione o eccesso simbolico. Gli estremi, per loro natura, sono fragili: producono esaltazione momentanea ma generano distruzione nel lungo periodo. In tal senso, la città contemporanea — con le sue luci, distrazioni e spettacolarizzazioni — spesso si pone in tensione con il cammino verso Dio.


Le distrazioni del mondo moderno possono essere intese come chimere sorde: sembrano offrire ascolto e senso, ma in realtà si volgono rapidamente altrove, continuando ad abbagliare altri passanti. Esse non accompagnano l’individuo, ma lo consumano. Per questo il richiamo fondamentale è rivolto all’interiorità: guardare nel proprio cuore e definire personalmente quale sia la strada più giusta. Dio ha dotato l’essere umano di intelletto (ʿaql) proprio per discernere, non per delegare completamente il giudizio a strutture esterne o automatismi sociali.


Il cammino non è privo di cadute. Cadere dalla strada è parte dell’esperienza umana; risalire è un atto di responsabilità spirituale. Nessuno è perfetto, ma lo smarrimento prolungato rende il ritorno più difficile. Vi sono momenti in cui emerge il desiderio di abbandonare tutto e fuggire: tuttavia, tali pensieri non hanno carattere assoluto e non meritano fiducia cieca. Essi vanno osservati, compresi e ridimensionati.


In questa dinamica, Sheytan rappresenta la forza della deviazione: non tanto attraverso la negazione esplicita, quanto mediante la confusione sottile. Egli mina la sicurezza interiore fino a renderla instabile, inducendo il dubbio sulla propria percezione e sulla propria scelta. L’Islam, però, non è una moda passeggera né un’identità intermittente. Sceglierlo implica un impegno esistenziale continuo: non un giorno sì e uno no, ma lungo l’intero arco della vita.


La sfida più grande non consiste nell’aderire a un algoritmo, a una singola sura o a un simbolo visibile come l’hijab, ma nel rimanere fedeli alla propria scelta interiore. L’Islam, in questa prospettiva, è un’estensione profonda dell’essere: una forza che spezza le deviazioni, smaschera gli incroci ingannevoli e richiama costantemente al centro. Non al margine, non all’eccesso, ma a quel punto di equilibrio in cui il cammino verso Dio rimane possibile.





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