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Una storia di passaggio

  • 11 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

I ricordi non andrebbero trattenuti né modificati, ma lasciati dove sono. Con gli anni si sbiadiscono, diventano come stracci consumati rimasti appesi a un vecchio filo arruginito per la biancheria. Eppure continuano a esistere per ricordarci una verità semplice: la vita accade soltanto in questo istante. Tutto il resto è effimero, come le nuvole che attraversano il cielo e le praterie, senza fermarsi, seguendo soltanto il loro cammino.

Ed è proprio del passaggio che dovremmo parlare. Quando comprendiamo di essere soltanto viandanti in questo mondo, gli attaccamenti dovrebbero perdere parte della loro forza. E invece ci leghiamo a case, terreni, oggetti e ricchezze che, prima o poi, non ci apparterranno più.

I vecchi film ce lo ricordano spesso: la vita non è una passeggiata. È fatta di prove, di rinunce e di ostacoli. Oggi, invece, viviamo in una società che tende a eliminare ogni forma di disagio, come se il dolore fosse un errore da correggere e non una parte inevitabile dell'esistenza. Cerchiamo continuamente qualcosa che ci protegga dall'incertezza, dimenticando che la fragilità è una condizione comune a ogni essere umano.

Un semplice viaggio in aereo è sufficiente a ricordarcelo. Quando sentiamo di non avere il controllo, ci accorgiamo di quanto siamo esposti. Un secolo fa questa consapevolezza accompagnava la vita quotidiana: nessuno sapeva se il raccolto avrebbe resistito alla siccità, se una guerra avrebbe riportato a casa i propri cari o se il domani sarebbe stato migliore dell'oggi. Ognuno viveva con un rapporto più diretto con la natura, con il tempo e con il limite.

Oggi molte responsabilità sono state affidate a sistemi economici, tecnologici e sociali sempre più complessi. È un progresso che ha migliorato molti aspetti della nostra vita, ma che talvolta ci ha fatto dimenticare quanto sia preziosa l'autonomia. Ci siamo abituati a comprare ciò che una volta sapevamo coltivare, riparare o costruire con le nostre mani.

Tornare a lavorare la terra significa rallentare, osservare le stagioni, riscoprire il valore dell'attesa e comprendere che non tutto dipende dalla fretta.

Forse è proprio durante la calura estiva, quando tutto sembra immobile, che ricominciamo a riflettere. Sulla sacralità dell'acqua e della pioggia, sulla sacralità dei ricordi, perchè senza memoria non potremmo riconoscere ciò che oggi è cambiato, né capire che anche ciò che stiamo vivendo passerà.

Per questo aspettiamo il temporale, che scuote le nubi e le convince a donare la pioggia, bagnando i prati ormai dorati e una terra che il sole ha trasformato in polvere.

Forse anche i ricordi sono come la pioggia. Non servono per farci vivere nel passato, ma per nutrire il presente e ricordarci che ogni stagione, prima o poi, lascia il posto a quella successiva.

E allora nasce spontanea una domanda, forse la più importante di tutte: siamo davvero felici della vita che stiamo vivendo? Nell'Islam, la felicità non si misura solo da ciò che possediamo o da ciò che raggiungiamo, ma dalla vicinanza ad Allah, dalla sincerità delle nostre intenzioni e dalla pace che nasce nel ricordarLo. Questa vita è un passaggio, non la destinazione finale. Il vero successo non è arrivare prima degli altri, ma arrivare davanti a Dio con un cuore saldo nella fede e ricco di opere sincere.

Corano 57:20

"Sappiate che la vita terrena non è altro che gioco, svago, ornamento, vanto reciproco e gara nell'accumulare ricchezze e figli. È come una pioggia: la vegetazione che ne nasce piace ai coltivatori; poi si secca, la vedi ingiallire e infine diventa stoppia..."



 

 
 
 

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