Il potere della parola nel Corano
Aggiornamento: 19 ago
Quante volte abbiamo creduto a una storia soltanto perché era raccontata bene?
Un'immagine, poche parole e un titolo forte: in pochi secondi possiamo avere un'opinione su una persona, un avvenimento o una situazione che in realtà non conosciamo. E quando quella storia viene condivisa migliaia di volte, la sua popolarità può iniziare a sembrare una prova della sua veridicità.
Ma una storia condivisa non è necessariamente una storia vera.
Questa è una delle contraddizioni più profonde della comunicazione contemporanea: abbiamo più informazioni che in qualsiasi altra epoca, ma questo non significa necessariamente che conosciamo meglio la realtà.
A volte accade l'opposto e la realtà viene semplificata, spezzata e interpretata. Un dettaglio viene separato dal contesto, una testimonianza diventa una certezza e un'opinione viene presentata come un fatto e lentamente la narrazione prende il posto della verità.
È proprio qui che la questione diventa anche spirituale.
Un principio coranico che parla ancora al presente
Nel Corano la parola non viene trattata come qualcosa di innocuo. Parlare significa assumersi una responsabilità.
In Al-Ahzab 33:70-71, l'essere umano viene invitato a parlare con qawlan sadīdan: una parola retta, corretta e integra. La verità, quindi, non riguarda soltanto ciò che viene detto, ma anche il modo in cui la realtà viene rappresentata.
Questo principio cambia profondamente il modo di intendere una storia. Raccontare non significa semplicemente mettere insieme delle informazioni, ma decidere quali elementi mostrare, quali parole utilizzare e quale significato attribuire agli avvenimenti. E qui può nascere la distorsione, mentendo inventando un fatto.
Ma si può anche ingannare raccontando soltanto una parte della verità.
Una persona può essere descritta attraverso il suo errore più grave, dimenticando tutto ciò che lo precede. Un avvenimento può essere presentato senza il contesto che lo spiega e una frase può essere autentica, ma utilizzata per far credere qualcosa che il suo autore non aveva mai inteso dire.
Prima di condividere, meglio fermarsi
Tra i principi coranici più attuali si trova quello espresso in Al-Hujurat 49:6: quando giunge una notizia, occorre verificarla prima di agire sulla sua base.
È difficile non vedere la rilevanza di questo principio nell'epoca dei social network.
Oggi possiamo ricevere una notizia al mattino, commentarla pochi secondi dopo e dimenticarla il giorno seguente. Nel frattempo, però, quella stessa informazione può essere stata condivisa da migliaia di persone.
La velocità è diventata una virtù ma la verifica richiede del tempo.
Eppure, la verità non ha mai seguito la velocità con cui una notizia circola.
Prima di chiedersi “quanto è interessante?”, bisognerebbe chiedersi “quanto è vero?”.
È una domanda semplice, ma richiede disciplina.
L’emozione sostituisce la verifica
Le storie che ricordiamo più facilmente sono spesso quelle che suscitano emozioni, che ci fanno indignare, commuovere, spaventare o arrabbiare.
Ed è proprio per questo che possono essere pericolose quando non vengono verificate e una forte emozione può produrre l'illusione della certezza.
Pensiamo: se questa storia mi ha colpito così profondamente, allora deve essere vera. Ma non funziona così. L'intensità di un'emozione non dimostra la verità di un fatto.
Il Corano, in Al-Isra 17:36, invita a non seguire ciò di cui non si possiede conoscenza. È un richiamo al discernimento: vedere, ascoltare e sentire non sono sufficienti. Occorre comprendere.
In un mondo pieno di informazioni, forse una delle forme più importanti di intelligenza è proprio saper dire:
“Non lo so ancora.”
Una storia può essere vera e ingiusta al contempo
C'è poi una questione ancora più delicata, quando ciò che raccontiamo è vero, ma il modo in cui lo raccontiamo è ingiusto.
Il Corano richiama più volte alla giustizia. In An-Nisa 4:135 viene chiesto di mantenersi saldi nella giustizia anche quando essa va contro i propri interessi o contro quelli delle persone vicine.
Questo principio riguarda anche il modo in cui parliamo degli altri. È facile essere imparziali quando la verità ci piace, mentre è difficile quando riguarda qualcuno che non stimiamo.
Se una persona che amiamo commette un errore, potremmo essere tentati di trovare una giustificazione, ma se lo stesso errore viene commesso da qualcuno che non sopportiamo, potremmo invece trasformarlo nella prova della sua cattiva natura.
I fatti sono gli stessi, ma cambia soltanto la persona che li stiamo guardando attraverso ed è così che la nostra idea di verità viene messa alla prova.
La dignità di chi diventa una storia
Ogni volta che raccontiamo di qualcuno, quella persona rischia di diventare un personaggio nella nostra narrazione, ma nella realtà è una persona, un essere umano.
Ha una vita che noi probabilmente non conosciamo completamente, con motivazioni, paure, errori e aspetti della propria esistenza che non sono visibili.
In Al-Hujurat 49:11-12 il Corano mette in guardia dal dileggio, dal sospetto e dalla maldicenza.
Non è soltanto un insegnamento sul comportamento individuale, bensì un principio sull'uso della parola: l'altro non dovrebbe essere ridotto a ciò che noi scegliamo di raccontare di lui.
Per questo, anche quando qualcosa è vero, bisogna domandarsi:
È necessario raccontarlo? È giusto raccontarlo in questo modo? Sto chiarendo la realtà o sto esponendo qualcuno al giudizio?
La verità non dovrebbe mai diventare un pretesto per perdere la compassione.
Il problema delle storie che funzionano troppo bene
C'è qualcosa di paradossale nella comunicazione moderna. Più una storia è semplice, più è facile da comprendere. Più è emozionante, più è facile da condividere. Più presenta un buono e un cattivo, più è facile per il pubblico scegliere da che parte stare e tutto sembra semplice, quando la realtà è raramente così ordinata.
Essa contiene contraddizioni e una persona può sbagliare e avere comunque ragione, mentre due persone possono vivere lo stesso avvenimento in maniera completamente differente e così un conflitto può avere responsabilità su più livelli.
Quando eliminiamo tutte queste sfumature per rendere una storia più efficace, rischiamo di ottenere una narrazione perfetta e una realtà falsa. La storia funziona, ma la verità scompare.
Quando le visualizzazioni diventano il criterio
Il mondo digitale ha introdotto un nuovo metro di misura: le visualizzazioni.
Un contenuto che raggiunge un milione di persone sembra automaticamente più importante di uno letto da cento.
Un titolo costruito per provocare può ottenere più attenzione di un'analisi accurata e una fotografia fuori contesto può ricevere più condivisioni di una spiegazione complessa.
Ed è forse questo uno dei principi più importanti da ricordare quando utilizziamo i mezzi di comunicazione contemporanei.
Non dobbiamo permettere che l'algoritmo stabilisca ciò che consideriamo vero e ricordarci che la responsabilità non appartiene soltanto a chi parla.
È facile accusare chi diffonde una notizia falsa, quando esiste una responsabilità anche dall'altra parte dello schermo. Ogni volta che condividiamo qualcosa senza verificarlo, diventiamo complici della sua diffusione, partecipando alla narrazione di storie che confermano le nostre convinzioni senza cercare prove, rinunciando a una parte di discernimento.
La ricerca della verità richiede quindi una forma di umiltà, significa accettare che potremmo esserci sbagliati ed essere disposti a cambiare opinione.
Significa distinguere tra ciò che sappiamo, ciò che pensiamo e ciò che semplicemente abbiamo sentito dire.
Si può raccontare senza tradire la realtà
Forse il compito più difficile di chi racconta non è trovare la frase più bella, il titolo più potente o l'immagine più coinvolgente, ma avere abbastanza rispetto per la realtà da non modificarla per renderla più interessante.
Una buona storia non deve necessariamente essere spettacolare, ma fedele al vero.
Perché quando raccontiamo il mondo, non stiamo semplicemente producendo contenuti, ma
contribuendo a costruire il modo in cui altre persone vedranno il pianeta.
Ed è una responsabilità molto più grande di una semplice pubblicazione.
Forse, prima di pubblicare la prossima storia, dovremmo fermarci per qualche secondo e porci quattro domande:
È vero? È verificato? È giusto? Rispetta la dignità delle persone coinvolte?
Se la risposta non è chiara, forse la cosa più onesta non è pubblicare, ma aspettare, perché la storia raccontata magnificamente, può non essere conforme alla realtà.
E, in un'epoca in cui tutti possono esporsi liberamente, forse la vera responsabilità consiste nel non tradire ciò che è realmente accaduto e nello studiare continuamente per raggiungere un livello più altro di conoscenza.

"Signore mio, accresci la mia conoscenza."— Corano, Taha 20:114



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