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Meteo e segni: leggere il cielo tra spiritualità e natura

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 14 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Oggi, quando cerchiamo la meteo su Google, vogliamo sapere se pioverà, se il sole splenderà, se il vento cambierà i nostri piani, come se tutto dipendesse dalle previsioni. Il cielo non viene più osservato: è diventato uno sfondo, un dato da consultare in fretta. Abbiamo smesso di leggerlo.

Eppure, in molte tradizioni spirituali — e in modo particolare nell’Islam — il cielo parla. La pioggia non è mai solo pioggia, il vento non è solo vento, le nuvole non sono semplici nuvole, ma segni, messaggi che invitano a riflettere sul rapporto tra l’essere umano e il creato.

Dal giardino posso osservare questi fenomeni senza controllare un’app. Oggi il cielo è grigio, ma nell’aria si diffonde il profumo delicato del Calicantus, segno di rinascita. La pioggia ha dissolto l’atmosfera pesante degli ultimi giorni. Poi è arrivato il vento, sorprendendomi ancora una volta. Porta mal di testa e cefalee, ma rimane speciale, mettendoci alla prova, scuotendoci e chiarendoci.

In molte culture è associato allo spirito, al soffio vitale, al cambiamento e non passa mai senza dire qualcosa.

Ho un ricordo molto vivido del vento a Dar es Salaam: un vento che forse ha contribuito a un disegno più grande, ancora incompiuto, come una previsione temporale che resta sospesa, in attesa di conferma, mentre tengo la Rosa dei Venti in mano.

La mente umana funziona come il clima, cambiando, mutando e attraversando giornate serene e tempeste improvvise. Imparare a osservare il cielo — con calma e senza fretta — può insegnarci a osservare noi stessi e a riconoscere che non tutto si controlla, ma che molto può essere compreso, accolto e trasformato.

Ricordo quando si costruivano gli aquiloni e si correva nei prati, lasciando che l’aria colpisse il viso. Era un modo per entrare nel movimento della vita. Oggi spesso teniamo gli aquiloni fermi, senza muoverci, come se avessimo perso la capacità di danzare con ciò che ci attraversa. Ci siamo allontanati dal ritmo naturale, dimenticando quanto sappia curare.

L’immagine del giardino — centrale nel Corano, ma presente anche nella Bibbia e in molte tradizioni sapienziali — completa questa visione. Non basta che piova: l’acqua da sola non crea equilibrio. Serve cura, attenzione, un gesto consapevole. Così è la mente: ha bisogno di ricevere, ma anche di coltivare ciò che cresce dentro di sé. Il Paradiso, descritto come giardino irrigato da corsi d’acqua, diventa metafora dell’armonia tra cielo e terra, tra dono e responsabilità ma anche della nostra anima.

Osservare la meteo sotto questa prospettiva, diventa molto più che consultare una previsione. Può trasformarsi in una pratica di consapevolezza: riconoscere i segni del mondo esterno per comprendere meglio il mondo interiore. Pioggia, vento, nuvole non sono eventi neutri, ma strumenti per rallentare, riflettere e coltivare il proprio giardino mentale.

In questo senso, il cielo non è mai un semplice dato, ma un testo vivo, che invita a pensare, a sentire e a partecipare.

Ogni volta che alziamo lo sguardo, impariamo qualcosa di nuovo sul mondo e su noi stessi.


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