- Nora Amati
- Tempo di lettura: 3 min
Viviamo in una cultura profondamente segnata dalla logica del reset: reset tecnologico, relazionale, professionale e identitario. Tutto appare reversibile, aggiornabile e cancellabile. Questa mentalità, nata in ambito digitale, è diventata una lente attraverso cui interpretiamo l’intera esistenza. La domanda cruciale, tuttavia, rimane inevasa: è davvero possibile ricominciare senza conseguenze?
Questa nuova abitudine non si ferma alla vita quotidiana, ma viene proiettata anche sulla morte. L’idea di una fine definitiva, di una responsabilità irreversibile o di un giudizio ultimo risulta sempre più insopportabile. In questo contesto, la reincarnazione assume una funzione psicologica rassicurante: si ritorna per imparare, si correggono gli errori in una vita successiva, e nulla è definitivo. Il concetto di karma viene spesso semplificato e moralizzato, trasformandosi in una giustificazione postuma della sofferenza altrui: se qualcuno soffre, deve averlo meritato.
La mia esperienza personale in India, oltre un anno di vita, studio dello yoga e permanenza in un ashram, è stata profondamente formativa. Ho appreso concetti fondamentali come la distinzione tra l’osservatore e i pensieri, una prospettiva che può offrire strumenti reali di consapevolezza interiore. Tuttavia, le contraddizioni tra la teoria spirituale e le sue applicazioni sociali mi hanno costretta a una riflessione critica più ampia.
Il problema etico del “reset morale”
Se l’idea di reset elimina la definitività del giudizio, allora elimina anche la responsabilità piena. In un sistema dove tutto può essere compensato in un’altra vita, ogni atto perde peso morale reale. Rubare, mentire, uccidere diventano azioni temporanee, diluite in un ciclo infinito di ritorni. Questo non è solo filosoficamente problematico, ma eticamente pericoloso.
Una visione del mondo che consola eliminando la responsabilità non costruisce giustizia, ma anestesia morale. L’idea che la sofferenza sia sempre il risultato di colpe passate può condurre all’indifferenza: persone lasciate morire per strada, incidenti ignorati, disuguaglianze accettate come “destino”. L’essere umano, pur di non confrontarsi con il vuoto e con la finitudine, preferisce risposte rassicuranti anche quando sono false o non dimostrabili.
La questione biologica
Dal punto di vista biologico e neuroscientifico, la reincarnazione non trova alcun supporto empirico. La memoria non è un’entità astratta o extracorporea, ma un processo fisico, emergente dall’attività neuronale del cervello. Alla morte cerebrale, la coscienza — così come la conosciamo — cessa. Non esiste alcun meccanismo noto che permetta il trasferimento dell’identità personale da un corpo a un altro.
Il DNA non contiene ricordi di vite precedenti. Spesso si confondono concetti come ereditarietà genetica o epigenetica con la reincarnazione, ma si tratta di processi biologici ben definiti che non implicano alcuna continuità della coscienza individuale. Non esistono prove sperimentali, né modelli scientifici coerenti, che rendano la reincarnazione una teoria plausibile dal punto di vista biologico.
La sua forza non risiede nella verità, ma nella funzione psicologica: ridurre l’ansia della morte e dare un senso retroattivo alla sofferenza. Tuttavia, una spiegazione che consola non è necessariamente una spiegazione vera.
La risposta dell’Islam
L’Islam affronta queste questioni senza ricorrere a scorciatoie consolatorie. La vita terrena è una sola, la responsabilità è reale e irreversibile, così come reale è la misericordia divina. Non esiste il reset, ma esiste il perdono consapevole; non esiste la cancellazione automatica delle conseguenze, ma la possibilità del pentimento autentico.
Il significato non è rimandato a un’altra vita: il valore è ora, ogni atto conta ora, anche il più piccolo bene ha un peso reale e immediato. Questa visione restituisce dignità all’agire umano e fonda una giustizia che non dipende dal destino, ma dalla scelta.
L’Islam non chiede una fede cieca. Al contrario, fa costantemente appello all’intelletto:“Non riflettete?”, “Non ragionate?”. Invita all’osservazione della natura, alla deduzione logica, all’uso della ragione come strumento di avvicinamento alla verità. Non invade il campo scientifico, ma lo presuppone, ed è storicamente innegabile il contributo della civiltà islamica allo sviluppo dell’astronomia, della medicina, della matematica, della zoologia, dell’embriologia e altri fenomeni naturali.
Coerenza metafisica e compatibilità scientifica
La visione islamica è compatibile con la biologia e le neuroscienze: l’identità personale è legata al cervello, la memoria non è trasferibile e la morte biologica è irreversibile. La metafisica proposta non contraddice ciò che sappiamo scientificamente, ma si colloca oltre ciò che la scienza può misurare, senza negarla.
Il Corano, testualmente stabile, preservato e storicamente documentato, rafforza la credibilità di questa visione. Non pretende di essere un manuale scientifico, ma offre una cornice ontologica e morale coerente con la ragione umana.
In un mondo che teme la definitività, l’Islam riafferma il valore della responsabilità. In una cultura che cerca il reset, ricorda che il senso non nasce dalla cancellazione, ma dalla consapevolezza. Non elimina il peso delle azioni, ma lo rende significativo. E proprio per questo, restituisce all’essere umano la sua dignità più profonda: quella di essere responsabile, libero e capace di scegliere il bene, qui e ora.

