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Natura & Corano

Un giardino di idee tra mente e universo: esplora, scopri, meravigliati.

Viviamo in una cultura profondamente segnata dalla logica del reset: reset tecnologico, relazionale, professionale e identitario. Tutto appare reversibile, aggiornabile e cancellabile. Questa mentalità, nata in ambito digitale, è diventata una lente attraverso cui interpretiamo l’intera esistenza. La domanda cruciale, tuttavia, rimane inevasa: è davvero possibile ricominciare senza conseguenze?

Questa nuova abitudine non si ferma alla vita quotidiana, ma viene proiettata anche sulla morte. L’idea di una fine definitiva, di una responsabilità irreversibile o di un giudizio ultimo risulta sempre più insopportabile. In questo contesto, la reincarnazione assume una funzione psicologica rassicurante: si ritorna per imparare, si correggono gli errori in una vita successiva, e nulla è definitivo. Il concetto di karma viene spesso semplificato e moralizzato, trasformandosi in una giustificazione postuma della sofferenza altrui: se qualcuno soffre, deve averlo meritato.

La mia esperienza personale in India, oltre un anno di vita, studio dello yoga e permanenza in un ashram, è stata profondamente formativa. Ho appreso concetti fondamentali come la distinzione tra l’osservatore e i pensieri, una prospettiva che può offrire strumenti reali di consapevolezza interiore. Tuttavia, le contraddizioni tra la teoria spirituale e le sue applicazioni sociali mi hanno costretta a una riflessione critica più ampia.


Il problema etico del “reset morale”

Se l’idea di reset elimina la definitività del giudizio, allora elimina anche la responsabilità piena. In un sistema dove tutto può essere compensato in un’altra vita, ogni atto perde peso morale reale. Rubare, mentire, uccidere diventano azioni temporanee, diluite in un ciclo infinito di ritorni. Questo non è solo filosoficamente problematico, ma eticamente pericoloso.

Una visione del mondo che consola eliminando la responsabilità non costruisce giustizia, ma anestesia morale. L’idea che la sofferenza sia sempre il risultato di colpe passate può condurre all’indifferenza: persone lasciate morire per strada, incidenti ignorati, disuguaglianze accettate come “destino”. L’essere umano, pur di non confrontarsi con il vuoto e con la finitudine, preferisce risposte rassicuranti anche quando sono false o non dimostrabili.


La questione biologica

Dal punto di vista biologico e neuroscientifico, la reincarnazione non trova alcun supporto empirico. La memoria non è un’entità astratta o extracorporea, ma un processo fisico, emergente dall’attività neuronale del cervello. Alla morte cerebrale, la coscienza — così come la conosciamo — cessa. Non esiste alcun meccanismo noto che permetta il trasferimento dell’identità personale da un corpo a un altro.

Il DNA non contiene ricordi di vite precedenti. Spesso si confondono concetti come ereditarietà genetica o epigenetica con la reincarnazione, ma si tratta di processi biologici ben definiti che non implicano alcuna continuità della coscienza individuale. Non esistono prove sperimentali, né modelli scientifici coerenti, che rendano la reincarnazione una teoria plausibile dal punto di vista biologico.

La sua forza non risiede nella verità, ma nella funzione psicologica: ridurre l’ansia della morte e dare un senso retroattivo alla sofferenza. Tuttavia, una spiegazione che consola non è necessariamente una spiegazione vera.


La risposta dell’Islam

L’Islam affronta queste questioni senza ricorrere a scorciatoie consolatorie. La vita terrena è una sola, la responsabilità è reale e irreversibile, così come reale è la misericordia divina. Non esiste il reset, ma esiste il perdono consapevole; non esiste la cancellazione automatica delle conseguenze, ma la possibilità del pentimento autentico.

Il significato non è rimandato a un’altra vita: il valore è ora, ogni atto conta ora, anche il più piccolo bene ha un peso reale e immediato. Questa visione restituisce dignità all’agire umano e fonda una giustizia che non dipende dal destino, ma dalla scelta.

L’Islam non chiede una fede cieca. Al contrario, fa costantemente appello all’intelletto:“Non riflettete?”, “Non ragionate?”. Invita all’osservazione della natura, alla deduzione logica, all’uso della ragione come strumento di avvicinamento alla verità. Non invade il campo scientifico, ma lo presuppone, ed è storicamente innegabile il contributo della civiltà islamica allo sviluppo dell’astronomia, della medicina, della matematica, della zoologia, dell’embriologia e altri fenomeni naturali.


Coerenza metafisica e compatibilità scientifica

La visione islamica è compatibile con la biologia e le neuroscienze: l’identità personale è legata al cervello, la memoria non è trasferibile e la morte biologica è irreversibile. La metafisica proposta non contraddice ciò che sappiamo scientificamente, ma si colloca oltre ciò che la scienza può misurare, senza negarla.

Il Corano, testualmente stabile, preservato e storicamente documentato, rafforza la credibilità di questa visione. Non pretende di essere un manuale scientifico, ma offre una cornice ontologica e morale coerente con la ragione umana.


In un mondo che teme la definitività, l’Islam riafferma il valore della responsabilità. In una cultura che cerca il reset, ricorda che il senso non nasce dalla cancellazione, ma dalla consapevolezza. Non elimina il peso delle azioni, ma lo rende significativo. E proprio per questo, restituisce all’essere umano la sua dignità più profonda: quella di essere responsabile, libero e capace di scegliere il bene, qui e ora.


 

 

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • Tempo di lettura: 3 min

L’eternità e l’infinito rappresentano due dimensioni fondamentali dell’esistenza, tra le quali la mente umana sembra collocarsi come istanza mediatrice e interpretativa. La coscienza filtra entrambe, rendendo l’esperienza del reale possibile. In questa prospettiva, Dio non è concepito come limitato a una dimensione esterna, ma come presente sia all’interno sia al di là di ogni livello dell’esistenza. Il nome attribuito a Dio (Allah, Creatore) risulta secondario rispetto alla funzione centrale del pensiero e della coscienza, che costituiscono il mezzo attraverso cui l’universo viene percepito e compreso.

Molti conoscono il Corano in modo superficiale; tuttavia, un’analisi approfondita, condotta attraverso la riflessione interiore e l’uso consapevole della percezione individuale, rivela una notevole coerenza filosofica e ontologica del testo. Il Corano stesso invita a una lettura che coinvolga l’intelletto e la consapevolezza, non limitandosi alla mera ripetizione formale.

La fisica quantistica ha introdotto il concetto secondo cui l’osservazione gioca un ruolo determinante nella manifestazione dei fenomeni fisici. Pur trattandosi di un ambito scientifico distinto da quello teologico, questa idea apre una riflessione epistemologica: se la realtà si manifesta attraverso l’attenzione e l’osservazione, come può l’essere umano entrare in relazione con Dio senza una ricerca consapevole? In questo senso, il Corano afferma che la guida è riservata a coloro che credono nell’invisibile:

“Questo è il Libro su cui non c’è dubbio, una guida per i timorati, che credono nell’invisibile…” (Sura Al-Baqara 2:2–3).

Se la realtà empirica è limitata allo spettro della luce visibile, la questione dell’esistenza di una realtà non percepibile dai sensi diventa centrale. Il Corano richiama ripetutamente l’esistenza di una dimensione nascosta (al-ghayb), accessibile non attraverso la percezione sensoriale, ma tramite la fede e l’intelletto. Dio è descritto come Colui che conosce sia il visibile sia l’invisibile:

“Conosce l’invisibile e il visibile; è il Grande, l’Altissimo” (Sura Ar-Ra‘d 13:9).

L’esperienza dell’esistenza è dunque concepita come prevalentemente interiore. Il Corano stabilisce una stretta relazione tra vita, morte e stati di coscienza, paragonando il sonno a una forma temporanea di sospensione dell’anima:

“Allah prende le anime al momento della loro morte e quelle che non muoiono durante il sonno…” (Sura Az-Zumar 39:42). Questa visione suggerisce che la coscienza non si esaurisce nella dimensione materiale, ma si estende verso l’infinito e l’eternità.

In tale quadro, la purificazione interiore assume un ruolo centrale. L’Islam, come altre tradizioni religiose, pone forte enfasi sulla purificazione etica e spirituale come condizione necessaria per l’elevazione dell’essere umano. Il Corano afferma chiaramente:

“Ha avuto successo chi l’ha purificata, ed è perduto chi l’ha corrotta” (Sura Ash-Shams 91:9–10). La purificazione non è presentata come un rituale esteriore fine a se stesso, ma come un processo interiore che consente alla coscienza di non ostacolare il proprio sviluppo spirituale.

In una lettura simbolica, il “centro” della coscienza può essere inteso come il punto originario da cui tutto ha inizio, una sorta di nucleo assoluto dell’esperienza umana. Sebbene il Corano non utilizzi metafore come quella del “buco nero”, esso afferma che Dio è il Principio e il Fine di ogni cosa:

“Egli è il Primo e l’Ultimo, il Manifesto e il Nascosto” (Sura Al-Hadid 57:3). Questa affermazione permette una riflessione filosofica sulla corrispondenza tra interiorità umana e ordine cosmico.

L’idea che il mondo esterno sia, almeno in parte, una rappresentazione dello stato interiore dell’essere umano trova riscontro nel principio coranico secondo cui il cambiamento autentico inizia dall’interno:

“In verità Allah non cambia la condizione di un popolo finché essi non cambiano ciò che è in loro stessi” (Sura Ar-Ra‘d 13:11).

Infine, l’adesione all’Islam viene descritta come una scelta consapevole e progressiva. La vera jihad, intesa in senso etico e spirituale, è la lotta contro le inclinazioni negative interiori (nafs), finalizzata alla rettificazione del carattere e del pensiero. Il Corano incoraggia questo sforzo interiore:

“Quanto a coloro che lottano per Noi, li guideremo certamente sulle Nostre vie” (Sura Al-‘Ankabut 29:69).

In questa prospettiva, il Corano si configura come uno strumento di orientamento della coscienza, volto a trasformare il pensiero negativo in consapevolezza etica e spirituale. Una comprensione autentica del testo sacro richiede studio, riflessione e apertura intellettuale, evitando interpretazioni riduttive o ideologiche che non rendono giustizia alla complessità del messaggio coranico.


ll Corano rappresenta l’ultima rivelazione divina e Mohamed è riconosciuto come l’ultimo profeta. La sua comprensione richiede anni di studio, come esortato dallo stesso testo: leggere, osservare e non smettere mai di cercare conoscenza.

Le traduzioni non possono rendere pienamente giustizia al testo originale, poiché l’arabo è una delle lingue più ricche al mondo, con oltre 2,5 milioni di parole non ripetute, a fronte delle circa 700.000 dell’inglese e del tedesco. Questa complessità consente sfumature precise che rischiano di andare perse in traduzione, con possibili fraintendimenti.

Il Corano non è una copia della Tora o della Bibbia; contiene termini ebraici e conferma: “Ciò che è stato fatto scendere prima”. La rivelazione araba appare quindi necessaria per preservare il messaggio originario in forma immutabile, considerando che le scritture precedenti non erano complete al 100% e che Mohamed (pace su di Lui) era analfabeta. Il Corano è considerato unico al mondo anche per la sua sintassi.


Il Corano è l’ultima rivelazione, e come ogni aggiornamento storico, riflette il progresso del mondo. Mohamed, annunciato da Gesù come Paraclito, giunge per consolare, guidare, insegnare la verità e rafforzare i credenti, ruolo che non è stato riconosciuto dal Cristianesimo. Quest’ultimo rifiuta l’Islam e il Corano perché non riconosce Gesù come Figlio di Dio, considera la Bibbia completa e possiede concezioni diverse di salvezza e autorità divina.

L’Islam, al contrario, riconosce il Cristianesimo e il Giudaismo. Il Corano include moltissime descrizioni del mondo naturale e di fenomeni scientifici coerenti con conoscenze moderne, come lo sviluppo embrionale, il ciclo dell’acqua e la formazione dei cieli e della terra.

Da un punto di vista logico, resta la domanda: perché Dio avrebbe dovuto cambiare la lingua per la trasmissione finale della Sua Parola?


Dall’ebraico e aramaico all’arabo – Un passaggio divino per preservare e confermare la verità? Perché Allah scelse l’arabo dopo che ebrei e cristiani alterarono la Parola?

In tempi antichi, gli angeli erano spesso chiamati cherubini. Secondo la dottrina cristiana, sono esseri invisibili, considerati “motori dell’intelligenza” e mediatori della percezione. Possono manifestarsi come suono, luce o semplicemente come presenza percepibile, senza essere visti.

I cherubini sono essenzialmente messaggeri. Allo stesso modo, nella mitologia greca, Ermes era il messaggero degli dèi, sebbene le sue funzioni fossero più ampie. In un’epoca in cui tutto veniva comunicato tramite simboli, il Corano invita a “leggere i segni” inviati da Dio. Gli antichi lasciarono tracce e simboli per rappresentare il divino, ma col tempo questi segni furono adorati al posto di Dio. Il Corano ammonisce chiaramente: “Non adorate idoli.”

Il simbolismo era fondamentale per le civiltà antiche. Dai popoli mesopotamici alle culture precolombiane, i simboli rappresentavano ciò che non poteva essere espresso a parole. I cherubini, invisibili ma raffigurati nell’arte sacra cristiana, ne sono un esempio perfetto. Le chiese medievali e moderne sono luoghi simbolici, dove l’arte visiva trasmetteva verità spirituali, specialmente in epoche di analfabetismo diffuso.

L’espansione del messaggio biblico avveniva inizialmente tramite l’arte: altari e cattedrali sono pieni di simboli che comunicano verità spirituali. Eppure, se la Parola era Cristo, perché non esiste traccia concreta di questo simbolo nell’Enciclopedia Vaticana? Dov’è il sigillo di Cristo nella Bibbia?

Il Corano affronta questa questione direttamente:

“Guai a coloro che scrivono il Libro con le proprie mani e poi dicono: ‘Questo viene da Allah’, scambiandolo per un piccolo prezzo.” (Sura 2:79)“Gettarono il Libro alle loro spalle e lo vendettero per un piccolo prezzo.” (Sura 3:187)

Ciò indica che il messaggio originale è stato in parte perso o alterato. Il simbolo originale della Parola, il monogramma di Cristo, sembra scomparso, ma la sua memoria sopravvive nella tradizione orale: “In quel segno, saremo tutti nell’altro mondo,” diceva mia bisnonna. Significa entrare nella Luce eterna.


Il termine Vangelo, dal latino Evangelion, significa “buon messaggio”. In italiano, la parola angelo significa “messaggero”. Così, il Vangelo è essenzialmente un messaggio trasmesso da un angelo. Il Corano conferma questa visione.


Gli angeli nel Corano

Il Corano descrive gli angeli (malāʾika) come esseri di luce, fedeli e obbedienti a Dio.


Obbedienza e natura degli angeli

  • Sura At-Tahrim (66:6):

“Sopra l’Inferno ci sono angeli, severi e inflessibili; non disobbediscono ad Allah ma fanno ciò che viene loro comandato.”

  • Sura Fatir (35:1):

“Lode ad Allah, Creatore dei cieli e della terra, che ha fatto gli angeli messaggeri con ali — due, tre o quattro…”


Messaggeri della rivelazione

  • Sura An-Nahl (16:2):

“Egli manda giù gli angeli con la Rivelazione a chi Egli vuole…”

  • Sura Al-Baqara (2:97):

“Gabriele fece scendere il Corano nel tuo cuore per il permesso di Allah…”


Angeli come registratori delle azioni umane

  • Sura Al-Infitar (82:10–12):

“Su di voi ci sono custodi, nobili registratori, che conoscono tutto ciò che fate.”


Il Vangelo (Gospel) significa “buona parola” o messaggio universale. Senza il simbolo di Cristo, la Bibbia perde la sua essenza. La Parola originale è stata persa. Il Corano, invece, la sigilla, come negli enigmatici Alif Lām Mīm che aprono alcune sure, un sigillo sacro della rivelazione.

Cristianesimo predicava: “Portate la croce nel mondo”, ma il crocifisso rappresenta dolore, non il messaggio universale di resurrezione e luce. Il simbolo del Dio vivente si era perso, ma era ciò che originariamente rappresentava la Creazione. Oggi abbiamo simboli, segni e messaggi, ma spesso li cerchiamo nei posti sbagliati.

 

Scienza e luce: un legame con il divino?

Nel 2009, il fisico Daniele Sanvitto dimostrò che la luce può comportarsi come un fluido, portando alla scoperta del “supersolido”, una materia che unisce solidità e fluidità quantistica. Dimitris Trypogeorgos dichiarò:

“Abbiamo trasformato la luce in un solido. È fantastico.”

La luce può esistere in due stati contemporaneamente, simile agli angeli, che portano luce e sono mediatori tra il mondo materiale e Dio.

 

Visione apocalittica nella Bibbia e nel Corano

Apocalisse 7:1–4

Gli angeli ai quattro angoli della Terra simboleggiano la creazione intera e trattengono il giudizio fino a quando i servi di Dio non sono sigillati. Il sigillo del Dio vivente appare durante cataclismi, ma Dio rimane luce anche nell’oscurità.

Il Corano conferma questo concetto:

  • Sura An-Nur (24:35):

“Allah è la Luce dei cieli e della terra… Luce su Luce…”

  • Sura Al-An’am (6:122):

“È forse pari chi era morto e a cui abbiamo dato vita e una luce per camminare tra la gente, come chi è nelle tenebre da cui non può emergere?”

 

Terra, cataclismi e orbite

Il termine pianeta significa “errante”. Dopo un cataclisma, la Terra potrebbe aver cambiato orbita, spiegando scioglimento dei ghiacci e estinzioni rapide.

  • Sura Ya-Sin (36:38–40):

“Ogni corpo celeste fluttua nella sua orbita.”

  • Sura An-Nur (24:40):

“[Le azioni dei miscredenti] sono come tenebre in un mare profondo, onde su onde, sopra cui c’è una nuvola…”

Queste immagini evocano sia confusione spirituale che condizioni post-catastrofiche.

 

Il Diluvio e la sua non datazione

Il Corano e la Bibbia narrano il Diluvio senza collocarlo in un tempo storico preciso. Questo evidenzia il suo valore simbolico e morale: ogni generazione rischia un “diluvio” se perde il senso del sacro e della giustizia.

Il Corano è la Parola eterna di Dio, inviata anche ai tempi del Diluvio. I sopravvissuti includevano Noè e la sua famiglia, e secondo la riflessione dell’autore, i primi ebrei fedeli al patto di Dio. A loro fu affidato un messaggio primordiale, un sigillo divino che conteneva fede, morale e rispetto per la creazione.

I Figli di Israele furono favoriti da Allah, ma col tempo il loro messaggio fu alterato. Questo rese necessaria una rivelazione finale, chiara e in arabo: il Corano. Serve a ripristinare il vero messaggio per tutti, confermando le rivelazioni precedenti e ricordando che il favore divino richiede responsabilità.


Conclusione

Il Corano conferma la guida di tutti i profeti, da Adamo e Noè a Abramo, Mosè, Gesù fino a Maometto, l’ultimo Messaggero. Siamo tutti Popolo del Libro, uniti dalla guida divina. Dio è uno e continuo, non limitato a un popolo o a un’epoca.


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