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Umanità: pensa

Umanità: riflettere non è mai stato così urgente.

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 16 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Immaginiamo un carcere occidentale moderno: corridoi sterili, celle anguste, orologi che scandiscono giornate ripetitive e spesso senza senso. È in questo ambiente apparentemente privo di speranza che si verifica un fenomeno sorprendente e poco noto: ogni anno decine di migliaia di detenuti scelgono di abbracciare l’Islam. Questi individui – spesso provenienti da contesti sociali fragili, con storie di marginalizzazione e reati precedenti – trovano nella fede un percorso di disciplina, comunità e rinnovamento morale.

Le conversioni all’Islam in carcere non sono solo episodi religiosi: rappresentano una trasformazione identitaria che tocca la sfera psicologica, sociale e morale del detenuto. Studi recenti dimostrano che la maggior parte dei non musulmani carcerati non nasce musulmana, ma trova nell’Islam una risposta a bisogni profondi di senso e appartenenza (Wilkinson et al., 2021; Ammar et al., 2004). La prassi religiosa – con le preghiere quotidiane, il digiuno e i rituali collettivi – offre una struttura che può incidere positivamente sul comportamento e sull’adattamento psicosociale dei detenuti.

Tuttavia, questo fenomeno non è privo di complessità e dibattiti. Mentre la maggioranza delle conversioni promuove riabilitazione e resilienza morale, alcuni casi sollevano preoccupazioni sulla possibile diffusione di interpretazioni estremiste (Hamm, 2009). Comprendere l’Islam carcerario significa quindi esplorare un terreno dove fede, identità e istituzioni penitenziarie interagiscono in modi profondi e spesso inattesi.


Conversione all’Islam come “cambiamento religioso intenso”

Secondo Wilkinson et al. (2021), la conversione all’Islam nelle carceri europee – analizzata in uno studio comparato condotto in **10 istituti di pena in Inghilterra, Svizzera e Francia – può essere concettualizzata come un «cambiamento religioso intenso» che normalmente implica processi di “switching”, “intensifying” o “shifting” dell’identità religiosa. La ricerca, basata su metodi misti (survey, interviste qualitative e osservazioni), mostra che i convertiti musulmani spesso:

  • adottano l’Islam per la prima volta in carcere (switchers);

  • intensificano la pratica e l’impegno religioso (intensifiers);

  • riformulano il proprio rapporto con l’Islam durante la detenzione (shifters).

    Questa tipologia è volta a distinguere tra convertiti che sviluppano una nuova identità religiosa e altri che approfondiscono una fede precedente o modificano la propria Weltanschauung.

Lo studio indica inoltre che i motivi di conversione includono ricerca di significato personale, regolazione emotiva, espiazione morale e integrazione sociale, piuttosto che meri vantaggi strumentali legati alla vita carceraria.


Evidenza empirica: studi di casi e risultati quantitativi

Una delle poche indagini sistematiche negli Stati Uniti condotta da Ammar et al. (2004) su prigionieri musulmani in carceri statali dell’Ohio mostra che la maggior parte dei già musulmani nel campione aveva convertito mentre era detenuta. Questo studio, basato su questionari inviati ai cappellani carcerari, ha rilevato un’elevata osservanza religiosa tra i musulmani e nessuna correlazione chiara tra la conversione e il tipo di reato commesso, indicando che la conversione non si limita a categorie criminogene specifiche.

Un altro studio qualitativo su detenuti convertiti in prigione nel Regno Unito indica che l’adesione all’Islam è associata a un maggiore adattamento psicosociale alla vita carceraria, con riferimenti a una riduzione dell’aggressività e a una percezione di normalizzazione morale durante il periodo di detenzione.


Dinamiche sociali e psicologiche della conversione in carcere

La teoria sociologica della conversione in contesti carcerari sottolinea che le strutture religiose e le reti sociali interne alla prigione possono facilitare l’adozione di una nuova identità religiosa. In ambienti dove i legami comunitari esterni sono deboli o inesistenti, l’appartenenza a una comunità religiosa può fungere da sostituto sociale, offrendo rituali condivisi, disciplina quotidiana e un quadro normativo alternativo.

In particolare, la prassi islamica – con la frequenza delle preghiere quotidiane, le pratiche di digiuno e l’enfasi sull’auto‑controllo – può fornire uno schema di disciplina interna che soddisfa bisogni di ordine, autocontrollo e senso di appartenenza sociale in un ambiente fondamentale come la detenzione.

Questa dinamica è stata ulteriormente collegata alla costruzione di una nuova identità pio‑morale, nella quale il detenuto riformula la propria biografia personale in termini religiosi, contribuendo a un concetto di sé maggiormente pro‑sociale e meno centrato sulla criminalità.


Conclusioni

La letteratura accademica contemporanea mostra che:

  1. La conversione all’Islam in carcere è un fenomeno empiricamente documentato, distinto dai processi di socializzazione religiosa esterni alla detenzione.

  2. I processi di conversione sono motivati da fattori psicologici, identitari e sociali, piuttosto che da mere esigenze strumentali

  3. Vi sono benefici potenziali associati alla pratica religiosa islamica in carcere, tra cui maggiore adattamento psicosociale e percezione di ordine morale.


In definitiva, lo studio delle conversioni all’Islam nelle carceri invita a superare letture semplicistiche o allarmistiche e a considerare la dimensione spirituale come parte integrante delle strategie di reinserimento. Comprendere e valorizzare questi percorsi può offrire non solo una migliore gestione della vita penitenziaria, ma anche nuove prospettive sul ruolo della religione nei processi di cambiamento umano e sociale.

  • Nawal H. Ammar, Richard R. Weaver, e Steven Saxon, “Muslims in Prison: A Case Study from Ohio State Prisons,” International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology 48, n. 4 (2004): 414–428.

  • Mark Wilkinson, Liam Irfan, Mohammed Quraishi, e Mallory Schneuwly Purdie, “Prison as a Site of Intense Religious Change: The Example of Conversion to Islam,” Religions 12, n. 3 (2021): 162.

  • Mark Wilkinson, Liam Irfan, Mohammed Quraishi, e Mallory Schneuwly Purdie, “Finding Their Faith: Why Do Prisoners Choose Islam?”, in Islam in Prison, Bristol: Bristol University Press, 2023, 94–107.

Nell’Islam, cristiani ed ebrei sono conosciuti come Ahl al-Kitāb — Popoli del Libro. Questo significa che condividiamo un patrimonio spirituale comune. Crediamo in un solo Dio, nei profeti e nelle scritture sacre come la Torah, la Bibbia e il Corano.

Molti studiosi concordano sul fatto che l’ultimo versetto completo rivelato sia stato:

“Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione e ho completato su di voi la Mia benevolenza e ho approvato per voi l’Islam come religione.” — Sura Al-Ma’ida (5:3)

Questo versetto segna il compimento della religione dell’Islam.

C’è anche una tradizione secondo cui l’ultima sura completa rivelata sia stata la Sura An-Nasr (Capitolo 110):

“Quando sarà giunta la vittoria di Allah e la conquista, e vedrai la gente entrare nella religione di Allah in gran numero, allora lodate il vostro Signore e chiedete perdono a Lui. In verità, Egli è sempre Accettante del pentimento.”

Questa sura è vista come un segno che la missione del Profeta Maometto stava giungendo al termine, dato che molte persone stavano abbracciando l’Islam.

 

Sediamoci e parliamo…

La maggior parte dei conflitti tra ebrei, cristiani e musulmani non riguarda davvero la fede. Si tratta di potere, terra, politica o paura. La religione è spesso usata come strumento o pretesto per dividere le persone, mentre le ragioni reali sono più profonde.

Molti di noi non conoscono veramente le credenze degli altri. Questa mancanza di conoscenza può trasformarsi in paura, e la paura diventa odio. Ma quando ci sediamo a parlare, spesso scopriamo di avere molto più in comune di quanto ci aspettassimo.

 

Le nostre Scritture insegnano la pace

Tutte e tre le religioni insegnano l’amore e la gentilezza:

  • Il Corano dice: “Vi abbiamo fatti in nazioni e tribù affinché vi conosciate a vicenda.” (49:13)

  • Gesù disse: “Beati gli operatori di pace.” (Matteo 5:9)

  • La Torah dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso.” (Levitico 19:18)

Siamo insegnati a prenderci cura, non a combattere.

 

Riflettiamo

Il mondo ha bisogno di meno guerre e più comprensione. Non dobbiamo essere d’accordo su tutto, ma possiamo comunque rispettarci. Perché, alla fine, siamo tutti Gente del Libro. E questo significa che siamo una famiglia.

“In verità, abbiamo fatto scendere la Torah, in essa c’era guida e luce… E abbiamo mandato, seguendo le loro orme, Gesù, figlio di Maria… E gli abbiamo dato il Vangelo…” — Sura Al-Ma’ida (5:44–46)

Sura Al-Ma’ida (5:44–46) è importante perché mostra che l’Islam conferma le scritture precedenti — la Torah e il Vangelo — e onora i profeti prima di Maometto. Insegna che l’Islam è la rivelazione finale e completa, portando la guida e la luce definitiva per tutta l’umanità.

 

Il Corano parla spesso di ebrei e cristiani — i Popoli del Libro — con rispetto e riconoscimento:

  • “Di’: O Popoli del Libro, venite a una parola su cui tutti possiamo essere d’accordo: che adoriamo solo Dio…” (Corano 3:64)

  • “Non discutete con i Popoli del Libro se non nel modo migliore e più rispettoso…” (Corano 29:46)

  • “Tra i Popoli del Libro ci sono persone rette, che pregano e credono in Dio.” (Corano 3:113)

L’Islam insegna che ebrei e cristiani hanno ricevuto le scritture prima, e che dovremmo trattarci con equità e gentilezza — anche quando siamo in disaccordo.

 

Allora, perché dimentichiamo?

È profondamente doloroso vedere persone che condividono le stesse radici spirituali voltarsi l’una contro l’altra.

Il Corano non ci insegna a odiare i nostri vicini — ci insegna a comprenderli:

  • “Non discutete con i Popoli del Libro se non nel modo migliore e più rispettoso…” (Corano 29:46)

  • “Tra loro ci sono persone rette, che pregano di notte e credono in Dio.” (Corano 3:113)

Ci invita a parlare con gentilezza, anche quando siamo in disaccordo. Ricorda che la vera fede porta alla pace, non all’orgoglio o alla crudeltà.

Condividiamo il nostro giardino comune.




 


  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 14 nov 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 7 feb


Il Corano non suggerisce mai che l’essere umano sia destinato a vivere in condizioni misere o sfavorevoli. Nella trama sottile della creazione, tutto indica il contrario. Così come certi fiori sbocciano in angoli inattesi di un giardino, cercando la luce più adatta, anche l’uomo è chiamato a orientarsi verso luoghi e contesti che nutrano la sua crescita e il suo benessere interiore.

Nella visione islamica, l’anima è naturalmente attratta da ciò che è puro, elevato, luminoso: la preghiera (ṣalāh), il dhikr — il ricordo di Dio — e la recitazione del Corano sono gli strumenti attraverso cui essa si purifica, ritrova sé stessa, ritrova la pace.

Gli ambienti colmi di serenità, come una moschea silenziosa, un paesaggio naturale, un luogo in cui si percepisce la Presenza, favoriscono questo movimento verso il centro, verso la quiete più profonda. Come recita il Corano:

«O anima tranquilla, torna al tuo Signore, compiaciuta e accolta.» (Sura al-Fajr 89:27-28)

Ciò significa che l’anima riconosce istintivamente ciò che le porta serenità e compimento spirituale, mentre ciò che la allontana dal bene genera inquietudine. L’Islam invita dunque a cercare ciò che nutre e libera l’anima, e ad abbandonare ciò che la ferisce o la limita.

Eppure, la percezione comune è spesso deformata: molti rimangono in situazioni sfavorevoli credendo che quella sia la volontà divina. Ma Allah desidera il bene per ogni essere umano e, attraverso gli eventi della vita, invita ciascuno a distinguere ciò che è salutare da ciò che non lo è. Il Corano lo ricorda con parole chiare:

Sura al-Baqara 2:216: «Può darsi che detestiate qualcosa che è un bene per voi, e può darsi che amiate qualcosa che è un male per voi. Allah sa, e voi non sapete.»

Sura al-Mā’ida 5:100: «Dio desidera per voi facilità, non difficoltà.»

Sura al-An‘ām 6:54: «Dio desidera rendere chiari i Suoi segni affinché comprendiate e siate guidati.»

Versetti che affermano con forza che nessuno è chiamato a rimanere nel dolore: cercare attivamente il bene è un dovere, tanto personale quanto collettivo. Purtroppo, culture e società hanno talvolta deformato il significato originario del testo sacro, trasformandolo in uno strumento di rassegnazione invece che di liberazione.

In realtà, il Corano innalza l’essere umano verso il Bene, ricordando che la via di Allah è la fonte stessa della vita e la guida più sicura dell’esistenza. Le sue parole sono strumenti di orientamento, un vero “manuale dell’anima”, più necessario di qualsiasi guida tecnica creata dall’uomo: se per far funzionare una macchina complessa serve comprenderne ogni meccanismo, quanto più necessario è conoscere la struttura profonda del proprio cuore.

Il senso dell’esistenza, nella prospettiva islamica, è vivere secondo Dio, compiere il bene, purificare il proprio sé: ogni prova, gioia, perdita o conquista contribuisce alla crescita spirituale e prepara alla felicità eterna. Il messaggio è universale. Il Corano si rivolge all’umanità intera, senza distinzioni di etnia, tribù o cultura, come ricordano i versetti:

Sura al-Baqara 2:213: «Gli uomini formavano un’unica comunità; poi Allah inviò i profeti come guide…»

Sura al-Ḥujurāt 49:13: «O uomini! Vi abbiamo creati da un maschio e una femmina, e vi abbiamo fatti popoli e tribù affinché vi conosciate. In verità, il più nobile fra voi, presso Allah, è il più pio.»

Il Corano riconosce le altre tradizioni monoteistiche e i loro profeti — Abramo, Mosè, Gesù — sottolineando che giustizia e rettitudine contano più dell’appartenenza religiosa (Sura al-Baqara 2:62). Affida a pietà e bontà il ruolo di metro universale, valido per uomini e donne, ricchi e poveri, schiavi e liberi (Sura An-Nisā’ 4).

Alla luce di ciò, è evidente che l’essere umano non è creato per rimanere in condizioni che danneggiano la sua anima. L’Islam guida verso la libertà, la crescita e la felicità spirituale. Ma l’umanità deve ancora imparare a far risuonare in sé questa verità.

L’unità dell’umanità tra Rivelazione e Scienza

La scienza moderna, sorprendentemente, restituisce un’eco della visione coranica dell’unità umana. La genetica e l’antropologia molecolare hanno dimostrato che tutti gli esseri umani condividono una stessa origine: il DNA umano è identico al 99,9% tra individui di ogni parte del mondo. Le differenze visibili, come i colore della pelle, degli occhi e dei capelli, sono variazioni minime, superficiali. La struttura fondamentale resta la stessa.

Gli studi indicano che l’umanità discende da un gruppo ristretto di antenati africani vissuti circa 200.000 anni fa. La teoria dell’“Out of Africa” conferma così l’unità biologica della specie umana: un’unica radice, da cui si sono diffusi tutti i rami della grande famiglia umana.

Questa scoperta scientifica dialoga perfettamente con il versetto:

«O uomini! Vi abbiamo creati da un maschio e una femmina e vi abbiamo fatti popoli e tribù affinché vi conosciate…» (Sura al-Ḥujurāt 49:13)

Così come la biologia ricorda che condividiamo lo stesso patrimonio genetico, il Corano sottolinea che la vera nobiltà risiede nella pietà e nella giustizia, non nel colore della pelle, nell’origine geografica o nella classe sociale. Siamo, in sostanza, una sola famiglia, un’unica umanità.

E proprio come l’anima che ricerca la serenità, anche l’essere umano può muoversi, scegliere, crescere, trasformarsi, senza restare prigioniero di condizioni che lo rendono infelice. Scienza e Rivelazione concordano nel riconoscere la dignità, l’unità e il potenziale spirituale di ogni individuo.

Alhamdulillah.


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