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Ramadan sensoriale

Il Ramadan è più di un mese — è un viaggio sensoriale.
Dall’aroma delle spezie all’iftar ai momenti silenziosi di riflessione, dal bagliore delle lanterne al gusto dei pasti condivisi, questa categoria esplora il Ramadan attraverso vista, suono, profumo, tatto e sapore.

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 24 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

L’Islam si comprende pienamente nella misura in cui viene praticato. Non si tratta di un sistema teorico da osservare dall’esterno, bensì di un’esperienza incarnata che rivela il proprio significato attraverso l’azione. Non è un caso che molti si avvicinino alla pratica del Ramadan per semplice curiosità e ne escano trasformati, percependone gli effetti tanto sul piano fisico quanto su quello spirituale. L’esperienza diretta del digiuno rende evidente ciò che spesso viene dimenticato: il nostro percorso terreno è un viaggio eminentemente corporeo. È attraverso il corpo che ci muoviamo, che interagiamo con l’energia che sostiene l’ambiente, che abitiamo lo spazio e il tempo.

La spiritualità non è evasione dal corpo, ma dimensione ulteriore che lo avvolge e lo attraversa, come un’aura che conferisce senso all’esperienza materiale. L’Islam viene sovente ridotto a un insieme di norme e prescrizioni; tuttavia, tali prescrizioni costituiscono in realtà un insieme coerente di istruzioni per orientarsi nell’esistenza. L’essere umano accetta senza esitazione le indicazioni d’uso di qualsiasi strumento tecnologico, ma mostra resistenza di fronte alle istruzioni del proprio Creatore. Da un punto di vista razionale, la coerenza di questa guida appare difficilmente contestabile.

Durante il Ramadan questa verità si manifesta con particolare nitidezza. Il digiuno riporta l’attenzione sull’involucro corporeo: sulle mani e sui piedi, sullo stomaco e sulla schiena, sugli occhi e sull’intero scheletro. Non si tratta di una pratica volta all’affaticamento, bensì di un esercizio di consapevolezza. Più la pratica si consolida, più emerge la comprensione che il corpo costituisce una veste temporanea dell’essere autentico. L’astensione prolungata da cibo e acqua non impoverisce l’individuo, ma lo rende consapevole delle proprie facoltà: vista, udito, olfatto, tatto e gusto, insieme a quella dimensione interiore che consente di trascendere la mera fisicità e orientarsi verso Dio.

I raccomandamenti del Corano possono essere letti anche alla luce di una sostenibilità scientifica, poiché promuovono equilibrio, moderazione e armonia. L’Islam si configura pertanto come una guida universale, destinata all’umanità nel suo complesso. La lettura frammentaria di singole sure, isolata dal contesto della Rivelazione, conduce a interpretazioni superficiali e distorte; al contrario, l’insieme del testo sacro preserva un principio di equilibrio e stabilità che attraversa i secoli.

Praticare significa permanere sulla retta via, educare la sensibilità, interiorizzare la coscienza della propria temporaneità. L’essere umano è destinato a lasciare questa dimensione: il corpo tornerà alla terra, mentre ciò che rimarrà saranno le tracce delle azioni compiute, le vibrazioni positive o negative immesse nel tessuto dell’universo. La responsabilità non è esclusivamente individuale; essa assume una dimensione collettiva. Un quadro non può reggersi se non è sostenuto da tutte le sue angolature: così anche l’equilibrio sociale dipende dalla stabilità dei singoli.

Il digiuno islamico, lungi dall’essere una mera prescrizione rituale, costituisce uno strumento di riequilibrio integrale della persona. Una persona interiormente stabile contribuisce alla stabilità dell’ambiente che la circonda. L’Islam viene studiato nelle università sotto il profilo storico, evolutivo e sociopolitico; meno esplorata rimane la sua dimensione scientifico-spirituale, che da secoli attraversa le sue pratiche e le sue istituzioni. Oggi, con oltre due miliardi di fedeli, esso continua a esercitare un’influenza significativa su un Occidente che ancora si interroga sulle questioni fondamentali dell’esistenza: perché siamo qui?

Mentre milioni di persone digiunano, altri cercano forme di intossicazione per non confrontarsi con quella stessa interiorità che potrebbe costituire il fondamento di una convivenza più sobria e consapevole. Il digiuno, in questa prospettiva, non è privazione ma elevazione: un ritorno all’essenziale che consente di preservare l’essere e di orientarlo verso una dimensione più alta.


  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Spesso immaginiamo la responsabilità attraverso la lente del lavoro. Un’azienda ci affida un computer, una formazione, una missione, e naturalmente ci aspettiamo di dover rispondere di come utilizziamo quegli strumenti.

Eppure, la responsabilità più profonda della nostra vita non proviene da datori di lavoro o sistemi. Proviene da Colui che ci ha creati e ci ha affidato capacità infinitamente più potenti di qualsiasi dispositivo o risorsa.

Allah, l’Altissimo, ci ha nominati vicari sulla terra. Non abbiamo fatto domanda per questo ruolo; ci siamo risvegliati ereditandolo. Con questo incarico sono arrivati doni che nessun impero può eguagliare: vista, udito, intelletto, emozioni, salute e tempo. Ognuno di essi è un’amānah, una fiducia che un giorno testimonierà, a nostro favore o contro di noi.


Questi doni sono più potenti di qualsiasi strumento possediamo                                                   

Si possono dare a due persone le stesse risorse — salute, intelligenza, opportunità — e ottenere risultati completamente diversi. Una usa i propri doni per generare beneficio, elevare gli altri e avvicinarsi ad Allah. L’altra li disperde in distrazione, vanità e rumore.

Le neuroscienze moderne confermano questo principio. La neuroplasticità insegna che il cervello si rimodella intorno alle abitudini che scegliamo. La vista si affina verso ciò che osserviamo, il linguaggio si plasma su ciò che ripetiamo, e l’attenzione si rafforza dove la dirigiamo.

L’Islam ha insegnato questo molto prima della psicologia contemporanea: ciò che usiamo cresce, ciò che trascuriamo si indebolisce.

Nella visione islamica, le nostre facoltà non sono neutrali, ma strumenti sacri con un potenziale quasi illimitato di bene. Usarle con negligenza significa spegnerne la luce, mentre usarle con consapevolezza significa elevarsi.

 

La responsabilità inizia riconoscendo la vera proprietà

Quando utilizziamo male i beni del nostro datore di lavoro, ci aspettiamo conseguenze. Ma quante volte utilizziamo male ciò che appartiene ad Allah — il nostro tempo, la nostra parola, il nostro corpo — senza avvertire la stessa urgenza di correggerci?

Il “gregge” non comprende solo la famiglia e le responsabilità esterne, ma anche il sé che abitiamo. Le nostre membra, le nostre ore, il nostro mondo interiore — tutto fa parte della fiducia.

Questo non è per terrorizzarci, ma per risvegliarci. I nostri corpi non sono passeggeri muti, ma strumenti di registrazione che preparano la loro testimonianza in ogni momento.

 

Prima che le tue membra testimonino contro di te, fai in modo che testimonino per te

Ogni giorno è un’opportunità per modellare la testimonianza di domani.

Usa gli occhi per riflettere, non solo per consumare.

La vista può essere una finestra verso il significato o una porta verso la distrazione. Abbassare lo sguardo non è repressione, ma protezione della chiarezza interiore.

Usa la lingua per guarire, non per ferire.

Le parole di misericordia calmano, mentre la maldicenza e l’asprezza agitano. Il Profeta ﷺ indicò la lingua come chiave del Paradiso.

Usa le mani per dare, non per prendere.

Il servizio agli altri riduce lo stress e illumina il cuore. Nell’Islam, la carità spegne il peccato come l’acqua spegne il fuoco.

Usa la mente per ricordare il Donatore, non solo il dono.

Riflessione, gratitudine e dhikr rafforzano la serenità interiore. Il ricordo di Allah non è solo adorazione, ma stabilità dell’anima.

Tutto ciò che possediamo sta già preparando la sua testimonianza. Ma attraverso il tawbah (pentimento), l’intenzione e l’azione, possiamo trasformare quella testimonianza in luce.

 

Conclusione

Ogni giorno generosità divina e scelta umana si incontrano. Allah ci ha donato strumenti straordinari: occhi che percepisconoi segni, un intelletto che distingue la verità, il tempo che può trasformare minuti in montagne di ricompensa.

E quando inizierà il giudizio, possa ogni nostra parte dire:

“Mi ha usato al servizio di Colui che mi ha creato.”



Applicare questo insegnamento alla vita quotidiana

 

1. Praticare la Sunnah della Gratitudine al Mattino

 

Hadith: Il Profeta ﷺ diceva al risveglio:

“Alhamdulillāh che ci ha dato la vita dopo averci fatto morire.”

(Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 6312)

Azione: Inizia ogni mattina ringraziando Allah per vista, udito e intelletto.

 

2. Custodire la Lingua con il Dhikr Quotidiano

 

Hadith:

“Chi crede in Allah e nell’Ultimo Giorno, dica il bene o taccia.”

(Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 6018)

Azione: Dedica tre minuti due volte al giorno a dire: “Astaghfirullāh” e “Lā ilāha illā Allāh.”

 

3. Usare gli Occhi come Strumenti di Riflessione

 

Qur’an:

“Non osservano forse il cielo sopra di loro?” (Surah Qāf, 50:6)

Azione: Sostituisci cinque minuti di distrazione digitale con cinque minuti di contemplazione del cielo o riflessione sul Qur’an.

 

4. Dare Qualcosa Ogni Giorno

 

Hadith:

“La carità spegne i peccati.” (Tirmidhī 614)

Azione: Compi ogni giorno un atto di generosità: un messaggio gentile, una donazione, un aiuto concreto.

 

5. Fare un “Amanah Audit” Prima di Dormire

 

Azione: Chiediti: oggi i miei occhi, le mie orecchie, la mia lingua e il mio tempo hanno testimoniato per me?



FAQ

 

1. Cosa significa “amānah” nell’Islam?

È una fiducia affidata da Allah, una responsabilità per cui saremo chiamati a rispondere.

 

2. Come è collegata al Giorno del Giudizio?

Il Qur’an insegna che le nostre stesse membra testimonieranno su come abbiamo usato i doni divini.

 

3. Come vede l’Islam il tempo?

Il tempo è una fiducia sacra. Sprecarlo in distrazioni è un cattivo uso di una risorsa divina.

 

4. La neuroplasticità supporta il miglioramento spirituale?

Sì. Le abitudini ripetute modellano il cervello; nell’Islam, le azioni ripetute formano il cuore.

 

5. Qual è il modo migliore per iniziare?

Inizia con intenzione sincera, gratitudine e piccoli atti quotidiani coerenti con la Sunnah.




 

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 18 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Il mio Ramadan inizia con un profumo.

Non con un suono, non con una data sul calendario, ma con l’aroma bianco e soave dei gigli. Eleganti, silenziosi e presenti. Basta avvicinarsi ai loro petali per sentire che qualcosa cambia: l’aria si fa più morbida, il tempo rallenta e lo spazio diventa più intimo.

È così che prende forma il mio Ramadan Sensoriale — attraverso ciò che si respira prima ancora di ciò che si pronuncia.

I fiori accompagnano queste giornate ancora invernali, sospese tra freddo e promessa. Tra tutti gli acquisti di questo periodo, sono sempre loro a rendere magiche le stanze. Non solo i petali di rosa damascena essiccati, che sanno di tradizione e memoria, ma anche i gigli freschi, aperti e vivi. E con loro tutti quei fiori che nell’aria annunciano già la primavera.

Nel Ramadan, i sensi si affinano e un fiore sul tavolo non è più solo decorazione, ma un segno, una presenza che invita a percepire.

Viviamo in un mondo che corre e che spesso riduce tutto all’essenziale materiale. Essere fedeli a se stessi è importante, ma la bellezza condivisa crea atmosfera, costruisce memoria, rende lo spazio abitabile anche per l’anima. Un fiore non sostituisce il calore familiare, ma lo accompagna e lo rende più soffice.

Ho scelto di iniziare questo mese dal giglio.

Il giglio bianco infonde purezza e rinnovamento. Richiama la fitra, quella disposizione naturale al bene che nella spiritualità islamica appartiene a ogni essere umano. Si nasce puri e il digiuno è un ritorno a quella limpidezza originaria.

I suoi petali candidi e ordinati diventano metafora dell’anima quando è in armonia con il Creatore. Nessun eccesso e nessun rumore; solo luce trattenuta.

Il giglio porta bellezza che non richiede attenzione.

Forse dovremmo entrare così nel mese del digiuno — con uno sguardo pulito, con un’intenzione chiara, con il desiderio di essere non solo belli da vedere, ma belli da respirare. Puliti nei pensieri e leggeri nelle parole, capaci di rinascere con uno scopo più alto.

Il mio Ramadan Sensoriale comincia da qui: da un profumo bianco nell’aria, da una stanza che si illumina piano e da un cuore che sceglie di rallentare.

Perché prima ancora del gusto, prima ancora del silenzio, il Ramadan si respira.


 

 

 

 

 

 

 

                              

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