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Togliersi le scarpe cambia più di quanto pensi

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 1 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Camminare a piedi nudi aiuta a radicarsi, a sentire il nostro attaccamento imprescindibile con la terra e a riconoscere la nostra presenza. Anche quando fa freddo, anche quando le temperature sono minime.

Da un lato è certo che dobbiamo proteggere il nostro corpo coprendolo, ma delimitare la nostra anima rischia di distoglierci dalla nostra essenza, che vuole sentirsi libera, anche attraversando le suole delle scarpe, per permettere alle informazioni di arrivare direttamente al cervello.

I piedi sono un sensore potentissimo, eppure spesso dimenticato. Ci ricordiamo del corpo solo quando fa male, quando manda segnali attraverso fastidi, dolori e allergie o vere e proprie malattie. Nella vita quotidiana lo riduciamo a una macchina funzionale, perdendo il dialogo sottile che costantemente tenta di instaurarsi con noi.

Eppure, dal punto di vista biologico, i piedi sono una delle parti più sensibili del corpo umano.



Cosa dice la scienza sul camminare scalzi

La pianta del piede contiene migliaia di terminazioni nervose che inviano informazioni continue al cervello, sulla temperatura, la pressione, il tipo di superficie e l’equilibrio. Camminare a piedi nudi stimola questi recettori in modo molto più inclusivo rispetto alle calzature moderne, soprattutto quelle con le suole rigide e isolanti.


Studi in ambito biomeccanico e neurofisiologico mostrano che il camminare scalzi può:


  • migliorare la propriocezione, ovvero la percezione del corpo nello spazio

  • rafforzare i muscoli intrinseci del piede, spesso indeboliti dall’uso prolungato delle scarpe

  • favorire un appoggio più naturale e una distribuzione più armonica dei carichi

  • migliorare equilibrio e stabilità



In fisioterapia, il contatto diretto del piede con superfici diverse viene utilizzato per riattivare il sistema nervoso e migliorare la consapevolezza corporea. Il corpo, quando sente di nuovo, si riorganizza.



Grounding: il contatto con la terra

Negli ultimi anni si parla sempre più di grounding (o earthing), ovvero il contatto diretto del corpo con la terra naturale: erba, sabbia e suolo. Alcuni studi preliminari suggeriscono effetti sul sistema nervoso autonomo, con una possibile riduzione dello stress percepito, un miglioramento del sonno e una modulazione dei processi infiammatori.

La ricerca scientifica resta cauta, ma un punto è chiaro: il sistema nervoso umano risponde in modo misurabile al contatto sensoriale diretto con l’ambiente naturale. Non siamo separati dalla terra, anche se viviamo come se lo fossimo.



Foglie, erba e cemento: esperienze diverse, stesso richiamo

Avete mai camminato a piedi nudi sulle foglie umide di un terreno ben drenato o sull’erba bagnata? Si tratta di un’ esperienza profondamente sedativa. Le superfici naturali, irregolari e vive, stimolano il sistema nervoso in modo complesso ma gentile, inducendo uno stato di calma vigile.

Anche il cemento ha un effetto. È freddo, duro e artificiale, eppure ci ricorda l’esistenza dei nostri piedi, troppo spesso trascurati, riportandoci alla realtà del corpo, alla sua presenza concreta e al fatto che siamo ancora qui, incarnati.


Il corpo come ponte: una lettura spirituale

Se l’anima viene lasciata libera, può diventare un tramite tra Dio e il nostro corpo temporaneo. Non per fuggire, ma per attraversarlo con coscienza. Camminare scalzi, in questa prospettiva, diventa un atto di presenza, un modo per permettere all’energia di fluire dove prima era bloccata.

Il corpo non è un ostacolo alla spiritualità, ma il luogo in cui essa si manifesta.



La visione dell’Islam: creati dalla terra

Nel Corano il legame tra l’ essere umano e la terra è profondo e originario. L’uomo viene descritto più volte come creato dalla terra, dall’argilla e dalla polvere. Non come semplice simbolo, ma come richiamo costante alla nostra origine e alla nostra fragilità.

La terra, nel Corano, è un segno (āyah): non qualcosa da dominare distrattamente, ma da riconoscere e camminare sulla terra con consapevolezza è parte dell’umiltà richiesta all’essere umano. I “servitori del Misericordioso” sono descritti come coloro che camminano sulla terra con umiltà e senza arroganza.

Il modo di camminare diventa riflesso dello stato interiore.


I piedi e la purificazione

Un aspetto particolarmente significativo nell’Islam è l’attenzione ai piedi nei rituali di purificazione. Prima della preghiera, il credente lava mani, volto e piedi. Questo gesto non è solo igienico, ma simbolico: riconosce che anche la parte più bassa e spesso ignorata del corpo ha dignità spirituale.

Lavare i piedi significa preparare il corpo all’incontro con Dio. È un richiamo potente all’unità tra corpo e anima, tra sacro e quotidiano.


Custodi della terra, non padroni

Nel Corano l’essere umano è custode della terra, non proprietario assoluto. Dimenticare il contatto con il suolo significa dimenticare la propria origine. Ritornare a sentirlo sotto i piedi — anche solo per pochi minuti — può diventare un gesto di memoria e responsabilità.

Camminare a piedi nudi non è un obbligo, né una pratica religiosa, ma un invito. Un invito ad ascoltare, a sentire e a ricordare che siamo fatti della stessa materia della terra su cui camminiamo.

E che, senza di essa, non possiamo davvero sentirci interi.

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