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  • La Luce che il mondo non può spegnere

    "O voi che credete, non vi è lecito ereditare le donne contro la loro volontà, né opprimerle per portar via parte di ciò che avete dato loro, a meno che non abbiano commesso una manifesta indecenza. Vivete con esse con gentilezza. Se provate avversione verso di loro, può darsi che abbiate avversione per qualcosa in cui Allah ha posto un grande bene."  Sura An-Nisāʾ (Le Donne) – 4:19 Bismillah Una donna protetta da Dio non deve temere nulla, non perché sia risparmiata dal dolore, ma in quanto questo non ha il potere di distruggerla ed è proprio costei che il mondo dovrebbe temere. Non è pericolosa nè dominante, ma ogni tentativo di nuocerle è destinato a fallire. Porta un sigillo invisibile nel suo cuore e sa come utilizzare la sua Luce, una fiamma antica e silenziosa, ma potente, che riemerge ogni volta che deve tenere lontano i nemici. Più cattiveria e ingiustizia le viene inflitta, più ciò avviene perché Allah la sta mettendo alla prova e ogni test -nella logica divina- è accompagnato da un risarcimento proporzionato, se non addirittura superiore. Non dispera, la sua luce cresce attraverso la sofferenza e non attraverso la comodità e quando si intensifica, non passa inosservata. Inizia a disturbare chi la vede, a smascherare chi la guarda e ad inquietare chi la osserva. Per questo, la donna sotto protezione divina continua a camminare nella verità, anche se ciò significa diventare bersaglio di tentativi di distruzione, ricordando che ciò che è custodito da Dio non può essere spezzato. Sono molti i segni che ti aiutano a riconoscere una donna protetta da Dio: impara velocemente dal dolore e cresce, senza diventare amara, ma vigile. Non cade due volte nello stesso errore, perché ogni ferita diventa conoscenza. Dio le permette di soffrire per insegnarle a difendersi e a rafforzare le sue basi interiori. Ama, ma con confini. Dona, ma con equilibrio. Ogni lezione diventa una luce che illumina i pericoli futuri. Non cammina sola nella vita, ma non è nemmeno immersa nel rumore del mondo. Ha pochi amici, ma veri ed è circondata da anime che restano. La solitudine non è un vuoto, ma uno spazio sacro in cui Dio dimora. Allah protegge i cuori puri, quelli che resistono: anche se non sempre si rende conto di essere favorita , è in grado di riconoscere la quiete interiore, una calma che non si manifesta dall’assenza di problemi, ma dalla presenza costante di Dio. Perde persone, ma guadagna la pace. Gli amici vanno, le relazioni si spezzano, i colleghi rovinano il suo lavoro. Dio protegge la donna che ama togliendo dalla sua vita ciò che potrebbe ferirla ulteriormente, spesso senza farle capire subito il motivo. Nonostante le ferite, ha un cuore puro. Subisce umiliazioni, accuse ingiustificate e mal dicerie e questo dovrebbe rendera dura, vendicativa e chiusa, invece è rimasta buona e pura. Questo è uno dei segni più elevati di protezione divina, perché non si vendica ma affida il suo dolore al Creatore. Perdona, anche chi non lo merita, per non contaminare il suo cuore. Dio protegge i cuori sensibili e il perdono diventa una forma di alleanza con il Creatore, che le manda segnali prima di prendere una decisione finale. Viene svegliata pian piano attraverso molti segni e percepisce gli avvertimenti sottili, fidandosi delle proprie percezioni. L’anima diventa il suo sistema di allarme e ciò che altri definiscono intuizione, per lei è ascolto. Allah/Dio non le manda messaggi rumorosi, ma la protegge attraverso degli scalini rotti su cui inciampa: deviazioni improvvise, strade inattese, incontri mancati. Viene guidata dove non pensa di andare, ma sempre dove deve trovarsi. Diventa forte, ma non dura. Non chiude il suo cuore ma mette confini, per non permettere al dolore di distruggerla, anche quando il mondo tenta di strapparle questa forza, lei la conserva, perché non le appartiene: le è stata affidata. Infine, rimane calma nel caos e lascia la scena del dramma. Non per freddezza, ma per saggezza. Non reagisce, ma osserva. Non si indurisce, si eleva. Diventa saggia, non insensibile. Quando una donna comprende che nessuno può proteggerla al di fuori di Dio, diventa interiormente indistruttibile. La sua luce, ormai forte, attira sguardi e ostilità, ma non può essere spenta. Rimane inconquistabile dal “diavolo”, perché la sua resilienza non nasce dal mondo, ma da un’intima e silenziosa unione con il Creatore. Alhamdulillah.

  • Halal non è Conformismo

    L’inverno, con le sue giornate brevi e le temperature a volte molto rigide, richiede un maggiore apporto di calore e energia da parte dell’organismo. Tuttavia, nella società contemporanea, nutrirsi è diventato spesso un atto meccanico e disattento, guidato da bisogni immediati, comodità o impulsi commerciali piuttosto che dalla consapevolezza della salute e del benessere. La disponibilità costante di alimenti industriali, ricchi di zuccheri aggiunti, conservanti chimici e carne trattata con antibiotici, ha generato effetti tangibili sulla salute fisica e mentale, con stanchezza cronica, predisposizione a malattie e una generale sensazione di vulnerabilità, spingendoci a cercare “energia” illusoria in alimenti dolcificati inutilmente. Questi fenomeni non sono soltanto biologici, ma rappresentano anche una crisi spirituale e psicologica, in cui il cibo perde la sua funzione originaria di cura e nutrimento per corpo e anima. Il cibo è diventato una vera e propria dipendenza, fra le tante: una distrazione quotidiana per colmare quel senso di vuoto che scompare proprio quando facciamo l’opposto: non cibarci per un periodo prolungato. In questo contesto, l’alimentazione halal si configura come un modello integrale, capace di considerare sia la salute fisica, sia l’equilibrio emotivo e la responsabilità etica. Il cibo halal si distingue per la scelta di alimenti puri e benefici, va dal vietato al consigliato, passando per diverse sfumature – a molti sconosciute- e non è un concetto in bianco e nero come molti tendono a considerare. Dalla carne sana priva di sangue contaminato, all’astensione da alcol, sostanze tossiche, droghe, funghi velenosi, pesticidi, solventi chimici e uso eccessivo di farmaci, comprende sei livelli di classificazione del cibo, che verranno spiegati in un articolo dedicato. L’adozione di tale regime non rappresenta una restrizione arbitraria, bensì una forma di prevenzione primaria con effetti positivi non solo sull’individuo, ma sull’intera collettività. La salute pubblica, la coesione familiare, la sicurezza, l’economia, la legalità, l’educazione giovanile e l’inclusione culturale sono tutti ambiti influenzati dalle scelte alimentari quotidiane, sottolineando la connessione profonda tra comportamento individuale e benessere sociale. Il principio di moderazione e consapevolezza, alla base dell’alimentazione halal, consente di riscoprire il valore intrinseco del cibo, considerato non soltanto fonte di energia, ma dono della creazione. Nutrire il corpo lentamente e con attenzione favorisce la gratitudine, la riflessione e il riconoscimento della sacralità del cibo. Tale consapevolezza si estende oltre l’alimentazione, includendo i cosmetici, i farmaci e gli altri prodotti di uso quotidiano, che dovrebbero anch’essi rispettare criteri di purezza, assenza di alcol, di derivati di maiale, di organismi geneticamente modificati e non devono essere testati sugli animali. In un contesto occidentale caratterizzato da consumismo sfrenato e perdita di valori etici, l’approccio halal offre strumenti concreti per contrastare l’alcolismo, l’abuso di sostanze e lo sfruttamento ambientale, promuovendo scelte responsabili e sostenibili. Le conseguenze del consumismo incontrollato sono evidenti su scala globale. La disponibilità immediata di cibi industriali e di beni materiali alimenta un ciclo di insoddisfazione e di desiderio continuo, che colpisce in particolare i giovani, spingendoli verso abitudini alimentari disfunzionali, alcol, droghe e comportamenti compulsivi. Tale fenomeno ha effetti indiretti anche sui Paesi in via di sviluppo, dove la libertà alimentare occidentale contribuisce a disuguaglianze e vulnerabilità. Le esperienze di chi, pur vivendo in condizioni di povertà, rinuncia a un pasto per garantire sostentamento ad altri, ricordano che le scelte alimentari hanno ricadute non solo individuali, ma sociali e globali. La responsabilità verso i più deboli e la riflessione sui propri consumi diventano quindi imperativi morali, oltre che pratici. Integrare i principi della dieta halal nell’educazione dei giovani costituisce un intervento pedagogico fondamentale. Non si tratta di imporre una cultura sull’altra, bensì di fornire strumenti per comprendere il valore della moderazione, della gratitudine e del rispetto verso sé stessi e la società, in cui l`identità e l`appartenenza vengono spesso legate al consumo di alcolici e/o altre sostanze. Le evidenze scientifiche confermano che una dieta ricca di alimenti sani, priva di tossine e sostanze nocive, sostiene il corretto funzionamento del cuore, del fegato e del sistema immunitario. Tuttavia, la centralità del concetto halal non risiede esclusivamente negli effetti fisiologici, ma integra soprattutto una dimensione psicologica e spirituale. Pratiche di digiuno, come quelle osservate durante il Ramadan, costituiscono strumenti di riequilibrio corporeo e mentale, consentendo di sviluppare il controllo degli impulsi, a praticare la gratitudine per ciò che si possiede e divenire consapevoli delle disuguaglianze globali. I benefici derivanti da queste pratiche non si limitano al piano fisiologico, ma comprendono una profonda crescita personale. L’approccio halal, pertanto, va oltre la dieta o l’osservanza religiosa, rappresentando un modello globale di responsabilità etica e sociale. Invita a ridimensionare l’ego, a riconoscere l’altro come pari e a comprendere che le proprie scelte quotidiane influenzano l’equilibrio del mondo circostante. Per i giovani, per i poveri e per tutti coloro che vivono immersi in un contesto di consumismo compulsivo, il paradigma halal offre una possibilità concreta di liberazione: liberazione dall’alienazione, dall’avidità e dall’insoddisfazione cronica. Gratitudine verso il nutrimento, lentezza nel consumo e consapevolezza delle proprie azioni diventano strumenti fondamentali per vivere con equilibrio, proteggere la salute, rispettare la vita e partecipare attivamente alla costruzione di una società più giusta. Alhamdulillah per il nutrimento che sostiene il corpo e per l’inverno che insegna a rallentare, riflettere e scegliere con coscienza, riconoscendo in ogni pasto un’opportunità di cura, etica e crescita interiore. «O figli di Adamo! Indossate le vostre vesti in ogni occasione di preghiera e mangiate e bevete, ma non sprecate; in verità, Egli non ama i dissoluti.» (Q 7:31) يَا بَنِي آدَمَ خُذُوا زِينَتَكُمْ عِنْدَ كُلِّ مَسْجِدٍ وَكُلُوا وَاشْرَبُوا وَلَا تُسْرِفُوا إِنَّهُ لَا يُحِبُّ الْمُسْرِفِينَ

  • La risurrezione di un’illusione: La Rosa di Gerico

    La Rosa di Gerico, pur rinvigorendosi con poche gocce d’acqua nei nostri vasi, cresce in una terra, quella di Gerico e dintorni, che soffre. Non solo per le condizioni di siccità aggravate dalla privatizzazione dell’acqua e dal controllo sulle risorse naturali, ma anche a causa di interessi economici e geopolitici che, da quasi un secolo, compromettono un territorio sacro per Ebrei, Cristiani e Musulmani, oltre che per l’equilibrio ecologico stesso. La pianta, miracolosa nella sua resilienza, diventa oggi oggetto di riflessione e simbolo di rinascita. « Non dite di coloro che sono uccisi sul sentiero di Allah: ‘Sono morti’. No, essi sono vivi, ma voi non ve ne rendete conto.» Corano – Sura al-Baqarah (2:154) Non solo gli esseri umani sono sottomessi a Dio, ma anche la Natura ne rispecchia la volontà. Ogni organismo si nutre di un’energia trascendente che ne sostiene l’esistenza. L’Ākhirah, pur inteso in senso spirituale più che letterale, rappresenta la dimensione in cui l’anima trascende la vita terrena e si unisce alla verità ultima, in analogia con il Sahasrara dello yoga, punto di apertura alla coscienza universale. La Rosa di Gerico, come ogni essere vivente, segue questo percorso di resilienza e trasformazione. La pianta rivela un principio di risurrezione universale : le ossa umane si rigenerano ogni dieci anni circa, e la scienza conferma che le cellule sono in costante rinnovamento. In tal senso, la vita e la materia seguono cicli interconnessi che riflettono un ordine profondo e intelligente, coerente con gli insegnamenti del Corano. La Rosa di Gerico trascende la sua funzione ornamentale: è simbolo di sopravvivenza latente, di paziente attesa, e di rinascita legata a condizioni esterne favorevoli. La materia, apparentemente morta, contiene potenziale vitale; così, la nostra esistenza, pur soggetta a limitazioni fisiche, mantiene la possibilità di trasformazione attraverso l’attivazione della coscienza. La conoscenza umana, osservando i fenomeni naturali e cosmologici, copre solo una piccola frazione della realtà: circa il 5% della materia osservabile nell’universo è comprensibile, mentre il restante 95% – materia ed energia oscura – resta in gran parte sconosciuto. Il Corano stesso ricorda: «E non vi è stato dato della conoscenza se non ben poco.» Corano 17:85 La Rosa di Gerico illustra anche il ciclo della percezione: ciò che appare assente o morto può vivere in forme invisibili, come il sole coperto dalle nuvole o una persona in stato di incoscienza. Le leggi della natura, purciò, riflettono principi spirituali di continuità e resilienza. Ogni elemento naturale, dalla foglia al vento, manifesta una realtà più profonda; le coppie di fenomeni riportate nel Corano ( Sura Adh-Dhariyat 51:49 ) evidenziano simmetrie e interconnessioni tra mente, pensiero e materia. La qualità della coscienza si riflette nel mondo circostante: pensieri positivi generano azioni costruttive e realtà armoniose, mentre quelli negativi possono produrre effetti distruttivi. La Rosa di Gerico diventa così il diagramma della vita , una rappresentazione silenziosa dei cicli di nascita, morte e rinascita che caratterizzano ogni essere e fenomeno. Anche quando sembra inattiva, registra e risponde all’ambiente circostante. Gerico, una delle città più antiche della Terra Santa, ospita questa pianta straordinaria. La sua biologia, capace di sopravvivenza estrema, ha ispirato studi di biomimetica e adattamento vegetale ai cambiamenti climatici. La comprensione dei processi naturali – piante, animali, tessuti – offre non solo spunti tecnologici, ma anche riflessioni sul funzionamento spirituale dell’essere umano, che nasce, muore e rivive, in un continuo ciclo di trasformazione.

  • Acqua

    Bismillah. Durante l’inverno prendo più profondamente coscienza del valore dell’acqua. La stagione fredda, con il suo cielo imperterrito e quasi imparziale, e il lago che ne riflette un colore blu più intenso e “puro”, suscita in me una percezione diversa e più raccolta del mondo. In questo tempo rallentato, l’acqua diventa oggetto di contemplazione e, quasi silenziosamente, mi invita a riconoscere in essa un significato che supera la sua natura fisica. Bere lentamente un sorso, assaporare ogni goccia, diventa allora un gesto quasi rituale. L’acqua non solo purifica il corpo, ma anche la mente ed è come fare un bagno in una lozione magica, un passare “oltre” sé stessi. Se d’estate ci viene spontaneo tuffarci nel lago, d’inverno la voglia di lanciarsi cambia, assumendo un significato profondo, perché “il tuffo” si trasforma in un salto nell’ ipnotico infinito, e buttarsi non si sa dove spaventa che si limita alla vita terrena. Eppure, se non ci proviamo, le onde ci sorpassano, raccogliendoci in una di loro e annientando la nostra peculiarità. Alhamdulillah , vivo in una regione ricca di laghi, dove l’acqua è presente in abbondanza. E proprio questa grande quantità mi rende più consapevole della sua scarsità altrove e della responsabilità etica che ognuno di noi ha nel custodirla. Così mi soffermo spesso ad osservare il suo movimento attraverso le fronde ormai spoglie degli alberi del mio giardino. Quando il vento agita il lago, le onde si frangono sulle rocce sollevando spruzzi che, per un istante, sembrano rilasciare frammenti di vita. Perché nell’acqua io percepisco la vita stessa. E il Corano lo afferma con chiarezza: Corano 76:2 «In verità creammo l’uomo da una goccia di sperma mista ( nutfah amshaj , letteralmente: “una piccola goccia” o “una limitata quantità di fluido”), per metterlo alla prova; e lo rendemmo udente e vedente.» L’acqua è l’elemento fondativo della vita terrestre, un testimone discreto ma costante dei processi vitali che attraversano il pianeta. Scorre nei fiumi come nelle vene, evapora, si condensa, ritorna come pioggia e conclude il suo ciclo nell’oceano, solo per ricominciare. Questo viaggio ininterrotto le conferisce una dimensione simbolica che attraversa culture e epoche: purezza, emozione, trasformazione e, soprattutto, continuità . È proprio su questo concetto che desidero soffermarmi. Siamo abituati a pensare alla continuità come a una linea senza interruzioni, come a una persistenza costante nel tempo. Tuttavia, l’esperienza umana è segnata da intervalli: relazioni che si modificano o si spezzano, momenti che non ritornano, sentieri che si perdono. L’acqua, invece, suggerisce un’altra verità: quella di un legame che non si interrompe, tra la creazione e il Creatore . Nell’acqua si riflette la persistenza della misericordia divina,  che viene richiamata ogni volta che pronuncio Bismillah  prima di bere. L’acqua, in questo senso, testimonia che non tutto è destinato a rompersi; alcune realtà persistono, nonostante le fratture apparenti dell’esistenza. In tale prospettiva, il lavoro del dottor Masaru Emoto introduce una dimensione ulteriore: l’idea che l’acqua possa essere influenzata dalle intenzioni e dalle emozioni umane. I suoi esperimenti, nei quali l’acqua veniva esposta a parole, suoni o preghiere prima del congelamento, hanno prodotto strutture cristalline che, simbolicamente, sembravano rispecchiare la natura dello stimolo ricevuto. Parole positive generavano forme armoniose, mentre stimoli negativi producevano configurazioni irregolari. Pur rimanendo controversi nei metodi e nella replicabilità, questi risultati offrono una metafora potente: l’acqua come superficie sensibile, come spazio in cui le intenzioni umane lasciano una traccia, almeno simbolica. Nell’ambiente naturale, l’acqua mostra una straordinaria capacità di trasformazione: assume forme diverse, segue percorsi sempre nuovi, si adatta alle condizioni che incontra. Da qui deriva la sua forza metaforica: resilienza, flessibilità, e soprattutto continuità. Anche se si spezza in gocce, anche se evapora o si congela, essa non perde la propria identità. E questa sua caratteristica fluida costruisce un ponte concettuale: se l’acqua è così, allora anche la vita possiede una dimensione che non si interrompe del tutto, ma si trasforma. Forse è per questo che, anche quando non siamo fisicamente assetati, abbiamo bisogno dell’acqua: comprenderla ci permette di comprendere noi stessi. In questo inverno, l’acqua diventa per me un principio di forza, un simbolo di speranza, una garanzia silenziosa che una singola goccia di noi racchiude un significato invisibile ma essenziale nella Creazione. Ho viaggiato attraverso l’Africa arida, attraversato oceani, camminato sotto le chiome dense delle foreste tropicali. Eppure non avevo mai pensato che una goccia di me può essere ovunque: in una lacrima, in un cristallo di ghiaccio, su una foglia dopo la tempesta. Questa possibilità di essere “tutto” e “ovunque” è forse una delle forme più profonde della vita, perché credo fermamente che siamo più verità in una sola. Se per alcuni questa concezione è inizialmente incomprensibile, per le persone come me fa parte dell’essere quotidiano e il Corano conferma che esistono più dimensioni, più mondi e più realtà. Non usa il termine moderno “multiverso”, ma l’idea coranica di al-ʿālamīn  indica una pluralità di mondi, livelli di creazione, regni e realtà . Il Corano ribadisce che l’acqua è un segno tangibile della misericordia divina: «Abbiamo fatto scendere dal cielo un’acqua benedetta e con essa abbiamo fatto crescere giardini e cereali per il raccolto» (50:9). Essa non solo sostiene la vita, ma incarna purificazione, rinnovamento, consapevolezza e gratitudine. In ogni sua manifestazione, l’acqua richiama la saggezza del Creatore e invita alla riflessione sulla nostra dipendenza dalla Sua provvidenza.   L’ Acqua di Zamzam Tra le acque menzionate nella tradizione islamica, la Zamzam occupa un posto particolare. Scaturita nel deserto accanto alla Kaʿba, essa è legata alla vicenda di Hajar e del giovane Ismaʿil, quando Allah intervenne nel loro momento di estrema necessità. Bere Zamzam è un’esperienza che va oltre l’idratazione: è un gesto di memoria storica e di profonda fiducia nella misericordia divina. Durante Hajj e ʿUmrah, i pellegrini la bevono con l’intenzione di trarne beneficio spirituale e con la speranza che le loro suppliche trovino ascolto. Dal punto di vista scientifico, la Zamzam presenta caratteristiche chimiche peculiari: un’elevata concentrazione di minerali essenziali, grande purezza e un profilo costante nel tempo.  Questi elementi hanno attirato l’interesse di idrologi, geologi e studiosi delle scienze nutrizionali. Il suo valore scientifico, unito a quello spirituale, crea un terreno in cui fede e osservazione empirica dialogano in modo sorprendentemente armonico. Pronunciare Bismillah prima di bere e al-ḥamdu liLlāh al termine del gesto sottolinea la centralità dell’intenzione nella vita del credente. Un atto quotidiano si trasforma così in un esercizio di consapevolezza e di riconoscenza, rafforzando una spiritualità che si intreccia con la vita ordinaria. E oggi, mentre osservo il lago, ricordo Allah attraverso l’acqua: Egli ha creato un mondo perfetto, e ha creato noi—ancora più perfetti—da una singola goccia. Al-ḥamdu liLlāh.

  • Jasmine e le strade perdute

    Questa è la storia di Jasmine, un fiore che un tempo abitava ampiamente la Siria, quando il mondo era ancora dormiente e sembrava avere un respiro lento, dolce e sicuro. Jasmine era candida, luminosa e si arrampicava con modestia sulle inferriate delle case e sui balconi delle vie di Damasco, propagando eleganza e spargendo un profumo di sogni impliciti e fragili. Chi passava accanto a lei, anche solo per un istante, si sentiva sospeso, rapito da un’inebriante felicità che sapeva di eternità. I fiori si ricordano di chi gli è passato accanto, di chi li ha macchiati di sangue vivo e rosso e dei bambini che giocavano a palla nei cortili. Alcuni fuggiti ricordano, altri hanno perso la capacità di emozionarsi pensando alle strade e alle viuzze spaccate, ma quando Jasmine pervade la loro mente, il suo profumo diventa eco di una storia ancora più profonda. "Casa" ha un`aroma, che invade le loro narici come se nulla fosse successo, come se ieri e oggi fossero la stessa cosa, ma soltanto per un istante. Jasmine nel mio giardino non ha lo stesso profumo e manca quell’incanto che stordisce, quella luce che attraversa le ossa. Cerco di avvicinarmi a un ricordo che non mi appartiene, di sentire l’ebbrezza di un passato che non ho vissuto, ma il fiore unico che rappresentava la Siria è stato spezzato, insieme alla storia millenaria e ai sogni di milioni di innocenti del Levante. Il gelsomino è una meraviglia botanica, ma in Siria non era solo un fiore, bensì rappresentava tenacia e bellezza, di un popolo che resisteva nella fragilità e un simbolo che nessun giardino lontano può riprodurre. Ho cercato invano una similutudine, che mi facesse entrare nella sua biografia, ma non ho trovato nulla. Mi sono arresa, perché alcuni fiori, alcuni ricordi, devono restare intatti, lontani dalle mani che li cercano, vivendo soltanto nei cuori di chi non ha dimenticato e nel silenzio degli occhi di chi li ha visti fiorire. Nessun gelsomino potrà mai uguagliare ad un altro.

  • Il Volto Nascosto: Lo Specchio di Dorian Gray e i Peccati dell’Ego

    Il Corano dedica grande attenzione all’atteggiamento interiore dell’uomo, e in particolare mette in guardia contro l’arroganza, uno dei comportamenti più nocivi per il cuore e per la società. Il versetto 17:37 ci invita a riflettere sul nostro rapporto con gli altri e con il mondo: nessuna altezza materiale o sociale può giustificare la superbia. Camminare con arroganza significa credersi superiori, trattare gli altri con disprezzo e ignorare i propri limiti. Il Corano usa un’immagine semplice ma potente: non potrai mai aprire la terra né raggiungere le montagne in altezza. Nessuna ricchezza, potere o forza fisica rende l’uomo più grande o più importante agli occhi di Dio. Questo versetto non è solo un ammonimento, ma una guida pratica: chi desidera vivere con equilibrio deve coltivare umiltà, rispetto e consapevolezza dei propri limiti. L’umiltà non significa debolezza, ma riconoscere che ogni successo, ogni conquista, è temporanea e relativa rispetto alla vastità del creato e alla giustizia divina. In un’epoca in cui il protagonismo personale e la competizione sono spesso esaltati, il Corano ci ricorda che l’autentica grandezza non si misura in altezza, potere o status, ma nella capacità di camminare con rispetto e gentilezza, evitando che l’ego trasformi la vita in un palcoscenico di vanità. Il versetto 17:37 invita a una riflessione quotidiana: “E non camminare sulla terra con arroganza” . La scelta è individuale, possiamo camminare con modestia o diversamente, ma l’umiltà ci conduce alla vera armonia interiore e sociale. Non tutti sono disposti ad ascoltare o a cambiare. Il Corano ci offre indicazioni chiare su come comportarsi davanti ai superbi: 1.      Proteggi il tuo cuore – Non lasciare che l’ego altrui ti trascini nella rabbia o nel disprezzo. Mantieni la tua rettitudine. 2.      Rispondi con gentilezza e saggezza – Il Corano invita a “invitare alla via di Allah con saggezza e buona esortazione” (16:125). Il tuo comportamento corretto è spesso più efficace di mille parole. 3.      Applica giustizia o perdona consapevolmente – Non sei obbligato a perdonare subito. Come dice il versetto 42:40, la giustizia proporzionata è legittima, ma chi sceglie il perdono riceve una ricompensa speciale. 4.      Coltiva la pazienza (ṣabr) – Sii paziente, perché “Allah è con i pazienti” (8:46). La calma e la perseveranza proteggono il cuore e permettono di affrontare l’arroganza senza danneggiarsi. Il Corano ci insegna che non possiamo cambiare tutti, ma possiamo controllare le nostre reazioni, preservare la nostra integrità e rispondere con saggezza. Camminare con umiltà e rettitudine, anche davanti alla cattiveria altrui, è la vera grandezza che il versetto 17:37 vuole insegnarci.

  • Il Corano come nessuno te l’ha mai raccontato: libertà, dignità e diritti delle donne

    Bismillah. Il presente saggio analizza Sura al-Nisāʾ e il quadro coranico relativo alla dignità femminile, contestualizzando le interpretazioni tradizionali e contemporanee (Luxenberg, Shahrour) alla luce delle dinamiche sociali moderne. Attraverso fonti testuali, dati demografici e prospettive antropologiche, si sostiene che il Corano proponga un modello normativo flessibile, centrato sulla protezione dei vulnerabili e non sull’imposizione di strutture familiari rigide. Il saggio dimostra inoltre come molte critiche rivolte all’Islam derivino da letture distorte o culturalmente condizionate, e come alcune disposizioni coraniche — inclusa la poligamia — possano essere comprese come misure straordinarie per specifiche situazioni sociali, piuttosto che come prescrizioni generali. Il Corano come sistema normativo flessibile Il Corano offre linee guida concepite non come imposizioni rigide, ma come possibilità adattabili a contesti storici, culturali e sociali differenti. La rivelazione trascende il tempo e lo spazio, proponendo principi di giustizia, equilibrio e tutela dei più vulnerabili. Questo carattere aperto influenza la lettura delle sue norme, da intendersi come strumenti di protezione, armonia familiare e stabilità sociale, capaci di anticipare problematiche oggi centrali nelle società moderne. La percezione occidentale e il problema delle letture distorte dell’Islam La convinzione diffusa in Occidente secondo cui l’Islam maltratterebbe le donne nasce spesso da presupposti errati e da letture superficiali del testo sacro. L’equivalenza tra “abusi culturali” e “Islam” è metodologicamente fallace: sarebbe come affermare che la medicina sia una disciplina nociva perché alcuni medici agiscono in modo scorretto. L’errore (o l`orrore) dunque, non risiede nella religione, ma nelle sue interpretazioni culturali e politiche. Il Corano sottolinea chiaramente l’uguaglianza spirituale tra uomini e donne. Il versetto 33:35 elenca parallelamente uomini e donne nelle stesse categorie etiche e spirituali; il versetto 49:13 ribadisce che l’unico criterio di superiorità è la pietà. In nessun punto del testo sacro la donna è presentata come spiritualmente inferiore. Diritti femminili nel contesto storico della rivelazione Le donne, al tempo della rivelazione, godevano di diritti che risultano rivoluzionari se comparati con quelli delle società contemporanee, incluse molte europee: ·        diritto di possedere, acquistare e vendere proprietà (4:7); ·        necessità del loro consenso al matrimonio (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 5136); ·        diritto al divorzio (khulʿ) e alla dote (2:229); ·        diritto all’eredità (4:11). Questi diritti non erano teorici, ma legalmente obbligatori. L’Islam risulta quindi un motore di emancipazione giuridica femminile in un’epoca in cui molte società negavano alle donne anche i diritti minimi. Il divario tra testo sacro e pratiche culturali Molte critiche rivolte all’Islam derivano non dal testo coranico, ma da interpretazioni patriarcali e pratiche tribali che storicamente hanno distorto o ignorato le norme religiose. Ne sono esempi: ·        la mancata attribuzione dell’eredità, nonostante il severo ammonimento profetico («Chi nega all’erede ciò che gli spetta, Allah gli negherà il Paradiso», Ibn Mājah 2703); ·        la trascuratezza dell’istruzione femminile, in contrasto con la Sunna, secondo cui «cercare la conoscenza è obbligatorio per ogni musulmano» (Ibn Mājah 224). Questi casi dimostrano che il problema è la deviazione dagli insegnamenti, non gli insegnamenti stessi. Il quadro coranico di protezione dei vulnerabili e l’abolizione delle pratiche oppressive All’epoca della rivelazione erano diffuse pratiche violente come l’infanticidio femminile. Il Corano le condannò con forza (81:8–9), sancendo la sacralità della vita e della dignità femminile. Inoltre, la tutela patrimoniale e giuridica degli orfani costituiva uno dei temi centrali della Sura al-Nisāʾ, che affronta la protezione dei minori come priorità normativa. Interpretazioni alternative del versetto 4:3: Luxenberg e Shahrour La discussione sulla presunta "legittimazione" della poligamia in Sura 4:3 è al centro di un rinnovato dibattito esegetico, in cui due studiosi contemporanei offrono letture radicalmente differenti rispetto alla tradizione. Christoph Luxenberg: un’analisi filologica sul retroterra siro-aramaico Luxenberg propone una reinterpretazione fondata su una revisione linguistica delle radici semitiche del Corano. Secondo la sua analisi: ·        termini interpretati come “donne” dovrebbero essere letti come “orfane” o “pupille”; ·        il versetto non stabilirebbe un limite numerico di mogli, bensì indicherebbe la capacità del tutore di provvedere a più orfane senza commettere ingiustizia. In questa prospettiva, Sura 4:3 non riguarderebbe la poligamia, ma la tutela di membri vulnerabili della società. Mohammed Shahrour: la poligamia come misura eccezionale e storicamente determinata Secondo Shahrour: ·        il versetto è legato alla protezione di vedove con orfani; ·        la poligamia è ammessa solo in condizioni storiche specifiche; ·        le condizioni di “giustizia assoluta” richieste dal testo la rendono praticamente impossibile da realizzare; ·        nelle società moderne, dove la tutela dei minori è garantita dallo Stato, la poligamia risulta non più applicabile. La sua conclusione vieta, di fatto, la poligamia nel mondo contemporaneo, poiché ne vengono meno i presupposti sociali che la giustificavano. Rilettura contemporanea: la poligamia come opzione straordinaria Anche accettando l’interpretazione classica del versetto, la poligamia emerge come misura straordinaria per situazioni eccezionali: guerre, catastrofi, instabilità sociale, assenza di tutela per orfani e vedove. In tutti i casi: ·        l’uomo deve garantire equità economica e spirituale; ·        tale equità è riconosciuta come estremamente difficile da realizzare; ·        la finalità non è l’accesso illimitato a relazioni multiple, bensì la protezione dei vulnerabili. In questo senso, la rilevanza sociale della norma è confermata anche da dati contemporanei. Dati demografici e fragilità delle famiglie moderne Le società occidentali mostrano un aumento significativo di famiglie frammentate e situazioni di vulnerabilità femminile. Svizzera ·        16,2% delle famiglie con figli è monoparentale; ·        83% di queste è guidato dalla madre; ·        80,2% delle persone vedove è donna; Italia . 18,1 delle famiglie con figli è monoparentale; .  77,6 di queste è guidato dalla madre;      . 84% delle persone vedove è donna; Questi numeri evidenziano la presenza diffusa di nuclei familiari fragili, spesso privi di figura paterna e di stabilità economica. Il paradosso occidentale: libertà senza protezione Nelle società occidentali contemporanee: ·        la poligamia è vietata; ·        adulterio e tradimenti non costituiscono reato; ·        si moltiplicano famiglie spezzate e instabilità affettiva. La libertà assoluta si rivela spesso una libertà priva di protezione. Al contrario, norme religiose percepite come “restrittive”, come quelle dell’Islam, si mostrano strumenti realistici di tutela: garantiscono protezione alle vedove, ai minori, ai soggetti vulnerabili e stabilità sociale. La pluralità delle scelte femminili e la complessità dell’esperienza umana La realtà contemporanea è più complessa di quanto ammettano i modelli sociali dominanti. Esistono donne che: ·        desiderano relazioni non convenzionali; ·        scelgono volontariamente di essere seconde mogli; ·        cercano stabilità senza il peso di un’unione tradizionale; ·        dopo malattie o divorzi necessitano di supporto emotivo e genitoriale; ·        non rientrano nei canoni estetici e sono penalizzate nei circuiti relazionali moderni. Negare queste possibilità significa ignorare bisogni reali . Il Corano, proprio perché aperto alle variabili della vita umana, non impone modelli rigidi ma consente scelte responsabili condivise tra tutte le parti. Versetti fondamentali sulla dignità femminile: una lettura integrata Riportare in sequenza alcuni versetti consente una comprensione organica della visione coranica della donna: ·        33:35 – uguaglianza spirituale tra uomini e donne; ·        4:1 – origine condivisa dell’umanità; ·        31:14 – centralità e sacrificio della madre; ·        4:19 – comando di trattare la donna con onore; ·        3:195 – pari responsabilità morale; ·        4:7 – garanzia dei diritti patrimoniali; ·        81:8–9 – condanna dell’infanticidio femminile; ·        30:21 – amore e misericordia come fondamento del matrimonio; ·        3:42 – elevazione della figura di Maria. Nel loro insieme, questi versetti delineano un quadro coerente: la donna è presenza strutturale nel tessuto sociale, affettivo e spirituale della comunità.   Conclusioni: flessibilità normativa, dignità e responsabilità Il Corano si presenta come un testo che non impone modelli monolitici, ma offre possibilità adattabili alle circostanze. Le norme apparentemente più controverse — come la poligamia — si rivelano strumenti eccezionali per la protezione dei vulnerabili. Alla luce della contemporaneità, la vera maturità sociale consiste nel riconoscere: ·        che non tutto ciò che non comprendiamo è sbagliato; ·        che non ogni norma è pensata per condizioni di stabilità; ·        che alcune disposizioni esistono per proteggere chi non ha alternative. Alhamdulillah. Nota sull’autrice L’autrice riflette criticamente su Sura al-Nisāʾ, confronta interpretazioni tradizionali e moderne e incoraggia un approccio esegetico libero, responsabile e radicato nella complessità dell’esperienza umana. Il Corano appare così strutturato per lasciare a ogni individuo la libertà di scegliere come vivere le proprie relazioni. A questo punto, la domanda non è chi sia “chiuso”, ma come la natura stessa dell’essere umano — fondata su processi biologici e sociali complessi — richieda un pensiero critico e una flessibilità interpretativa capaci di comprendere la reale pluralità della vita.

  • Angeli di Luce e Messaggi Divini: L’ Universo Rivela la Grandezza di Dio

    Bismillah. Ovunque ci si trovi, ogni essere umano è sotto protezione. Nell’Islam, questa protezione proviene dagli angeli, esseri di luce creati per obbedire esclusivamente a Dio, a differenza degli uomini e dei jinn che possiedono libero arbitrio. Gli angeli non hanno desideri personali, ma svolgono compiti straordinari: trasmettono messaggi celesti, custodiscono l’universo e guidano l’umanità verso la rettitudine. Nell’Ebraismo e nel Cristianesimo, gli angeli erano conosciuti come Cherubini, messaggeri e corpi celesti vicini a Dio. L’Islam li conferma nella sua ultima rivelazione, il Corano, chiamandoli anche “guardiani della Terra”. La tradizione li associa ai sette punti cardinali cosmici, mantenendo l’ordine nell’universo. Dividere le religioni monoteistiche appare irragionevole: si tratta di una stessa fede, e Maometto è l’ultimo profeta. Il Corano conferma la Torah, il Vangelo e i profeti: ogni ebreo, cristiano o musulmano è sotto la protezione degli stessi angeli. Come recita la Sura 2:136 : "Noi crediamo in Allah, in ciò che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e le Tribù, in ciò che è stato dato a Mosè e Gesù e ai profeti: noi non facciamo distinzione tra alcuno di loro." Molti cristiani, non avendo letto il Corano, si sono distaccati dalla religione a causa di apparenti incongruenze. Dio ha inviato il Corano tramite l’angelo Jibrīl (Gabriele)  al Profeta Muhammad ﷺ per completare la religione. Studiare il Corano è fondamentale: fermarsi a Gesù senza conoscere i profeti successivi è come interrompere la scuola a metà percorso, senza comprenderne la completezza. Gibrīl  è l’angelo più importante nel Corano, l’angelo della Rivelazione, mentre Gabriele  (sempre Gibril) è uno degli arcangeli principali nel Cristianesimo, annunciando la nascita miracolosa di Gesù a Maria. Così lo stesso messaggero divino collega la rivelazione cristiana a quella islamica. La Sura Maryam (19)  è dedicata alla nascita di Gesù (ʿĪsā) e alla storia di sua madre Maria (Maryam), ricordando il miracolo della nascita e la purezza della missione profetica. Il Corano respinge la Trinità e afferma che Gesù non può essere figlio di Dio: Allah è unico, trascendente e infinito, distinto dalla creazione. Attribuirgli un figlio implicherebbe una pluralità incompatibile con il monoteismo. Gesù rimane una creatura e un messaggero, la cui nascita miracolosa da Maria testimonia la potenza divina senza compromettere l’unicità di Dio. Molti lasciano il Cristianesimo per ragioni intellettuali, emotive o spirituali, spesso alla ricerca di coerenza morale e razionale. L’Islam ritorna come risposta perché: ·        Il Corano insiste sull’unicità di Dio e presenta concetti teologici coerenti e privi di contraddizioni. ·        Fornisce risposte strutturate ai dilemmi morali e spirituali, come il senso della vita, la giustizia e la responsabilità umana. ·        Contiene riferimenti compatibili con osservazioni scientifiche moderne, dall’embriologia ai cicli naturali e all’espansione dell’universo, senza sostituire la scienza ma armonizzandosi con essa. Il Corano è l’ultima rivelazione perché conferma le Scritture precedenti, offre un messaggio universale e completo, e presenta insegnamenti logici, pratici e spirituali validi per tutte le epoche e culture. Anche oggi gli angeli hanno un ruolo attivo, invisibile ma essenziale: registrano le azioni umane, proteggono i giusti, ispirano al bene, eseguono i decreti divini e sostengono l’ordine dell’universo. In un mondo segnato da corruzione morale, essi dimostrano che la giustizia e l’equilibrio cosmico rimangono eterni e inesorabili. Dal punto di vista islamico, tutti gli esseri umani sono “gente del Libro” , destinatari delle rivelazioni divine, e l’Islam si presenta come il completamento e la conferma di queste radici spirituali comuni. La diffusione dell’Islam è un richiamo universale a ritrovare il contatto con Dio, la giustizia e la moralità originaria, valori che trascendono tempo, luogo e cultura. Il Natale  e l’Islam si incontrano nel miracolo della nascita di Gesù: nel Cristianesimo, Natale celebra Gesù come figura divina, mentre nell’Islam la nascita sottolinea la purezza di Maria e la missione profetica di Gesù, servo e messaggero di Allah. Entrambe le tradizioni riconoscono in questo evento un segno di speranza, fede e rettitudine, un richiamo universale alla guida spirituale e alla misericordia divina. Recenti scoperte scientifiche sulla luce rafforzano questa visione: esperimenti quantistici hanno creato stati di “ luce condensata ” o “ supersolidi di luce ”, mostrando come la luce possa comportarsi come materia ordinata, attraverso interazioni tra fotoni e materia. Se gli angeli sono esseri di luce e la luce viaggia a circa 300.000 km/s , questo suggerisce, simbolicamente e scientificamente, la loro incredibile potenza e la loro capacità di trasmettere i messaggi divini. La luce diventa così il filo che unisce scienza e Corano , materia e spirito, visibile e invisibile. La fisica moderna rivela la sua velocità, la sua struttura e la sua precisione, mentre il Corano proclama: Allah è la “Luce dei cieli e della terra”  (Sura 24:35), guida eterna della verità e dei credenti. Ogni fenomeno luminoso, ogni scoperta scientifica diventa un segno della volontà divina, dimostrando che conoscenza, fede e universo sono intrecciati da una stessa luce eterna. In ogni raggio, nell’ordine dell’universo e nella verità del Corano, risplende una sola certezza immutabile: Dio è grande, e nulla gli sfugge. Alhamdulillah.

  • Correlazioni tra Stato del Cuore e Condotta Umana

    “In verità, nel corpo vi è un pezzo di carne che, se è sano, tutto il corpo è sano; e se è corrotto, tutto il corpo è corrotto. In verità, è il cuore.” (Sahih al-Bukhari; Sahih Muslim) Osservare la natura, come un giardino, evidenzia delle dinamiche che si posizionano bene come metafora per descrivere ciò che accade dentro di noi. In un sistema vegetale, ogni elemento, dalle foglie alle radici, opera all’interno di un quadro di interdipendenze. La stessa logica di relazione e reciprocità può essere applicata alla dimensione psico-spirituale dell’essere umano, dove il cuore rappresenta un nodo centrale di regolazione e armonizzazione. Lo stesso concetto di relazione e reciprocità può essere applicata alla dimensione psico-spirituale dell’essere umano, dove il cuore rappresenta un nodo centrale di regolazione e armonizzazione. Nel Corano, il cuore non è descritto unicamente come organo fisiologico, ma come centro epistemico e morale. “Egli è Colui che ha fatto scendere la tranquillità nei cuori dei credenti affinché accrescano fede alla loro fede.” (Sura al-Fath, 48:4) “Tranne colui che verrà ad Allah con un cuore puro (qalb salīm).” (Sura ash-Shu‘arā’, 26:89) Questi versetti delineano il cuore come sede di stabilità emotiva, discernimento e ricettività alla guida divina. Tali rappresentazioni trovano riscontri concettuali in alcune acquisizioni della scienza moderna. La ricerca in neurocardiologia, e in particolare gli studi condotti dall’HeartMath Institute, ha evidenziato la presenza nel cuore di un sistema neurale autonomo talvolta definito “cervello cardiaco”, in grado di comunicare con il sistema nervoso centrale mediante segnali neurochimici, elettrici e pressori. Condizioni emotive caratterizzate da calma, gratitudine o compassione generano una coerenza cardio-cerebrale, uno stato fisiologico associato a una maggiore stabilità emozionale, a un miglioramento delle funzioni cognitive e a processi decisionali più equilibrati. La descrizione coranica della sakīnah — la tranquillità che si stabilisce nel cuore — può essere considerata, a livello simbolico e fenomenologico, analoga a questo stato di coerenza fisiologica. In ambito coranico, il cuore è inoltre descritto come luogo di percezione veritativa e centro di integrità morale: “Il Giorno in cui né ricchezze né figli gioveranno, tranne colui che verrà ad Allah con un cuore puro.” (Sura ash-Shu‘arā’, 26:88–89) Il concetto di qalb salīm , o cuore puro, può essere interpretato come un sistema interiore caratterizzato da permeabilità, accoglienza e capacità di integrare stimoli cognitivi e morali in modo armonico. Tale configurazione trova un parallelo ecologico: un terreno fertilizzato, aerato e privo di contaminazioni è in grado di facilitare processi di crescita sostenibile; un terreno compattato o inquinato perde invece la capacità di sostenere la vita. Analogamente, stati interiori dominati da apertura e equilibrio facilitano processi di maturazione etica ed emotiva, mentre condizioni di ostilità, rigidità o conflitto interno producono regressione o stagnazione. “Invero, abbiamo creato l’uomo e conosciamo ciò che il suo cuore sussurra, e siamo più vicini a lui della sua vena giugulare.” (Sura Qāf, 50:16) Il versetto sottolinea la natura profonda dei processi interiori e la loro rilevanza nel quadro ontologico dell’esistenza umana. La ricerca contemporanea in psicologia, ecologia sistemica e studi religiosi converge nel riconoscere che i sistemi complessi — biologici, cognitivi o ambientali — operano secondo principi di interdipendenza. Uno studio del 2022 pubblicato sull’ International Research Journal on Islamic Studies  ha definito l ` “intelligenza del cuore” come un paradigma integrativo in grado di connettere intuizione etica, regolazione emotiva e competenze necessarie per affrontare sfide multifattoriali. La crisi ecologica e sociale attuale può essere interpretata come manifestazione macroscopica di un disequilibrio sistemico interiore. Fenomeni quali inquinamento, conflitti e frammentazione sociale non rappresentano elementi isolati, ma espressioni di un disallineamento morale o emotivo. Il principio è analogo a quanto avviene nel mondo vegetale: un singolo organo compromesso può segnalare un’alterazione che interessa l’intero organismo. Nel funzionamento degli ecosistemi naturali, la crescita non deriva dal controllo, ma da dinamiche di relazione, cooperazione e equilibrio sistemico. Allo stesso modo, la regolazione emotiva e cognitiva umana è favorita da stati di coerenza interiore e da processi di allineamento tra dimensioni fisiologiche, psicologiche e spirituali. Il Corano, la ricerca scientifica e l’osservazione ecologica si allineano nel riconoscere al cuore una duplice natura: organo biologico e sede di processi cognitivi, etici e spirituali. In questa prospettiva, il cuore può essere inteso come interfaccia tra dimensione materiale e immateriale dell’esperienza umana. L’armonia interiore, concettualmente assimilabile alla condizione di qalb salīm  — può essere descritta come uno stato di equilibrio in grado di generare effetti positivi sul comportamento umano e, per estensione, sull’ambiente sociale e naturale. La rigenerazione del mondo esterno appare, in questa cornice, correlata al ristabilimento di un ordine interiore coerente.

  • Simmetrie e Orbite: Scienza del Cerchio nella Prospettiva Coranica

    «Egli è Colui che ha creato la notte e il giorno e il sole e la luna, ciascuno naviga in un’orbita.»   Surah Al-Anbiya (21:33) La provvidenza e il sostegno di Al-Muqīt possono essere simbolicamente rappresentati da un cerchio , figura di perfezione e completezza. Proprio come un cerchio non ha né inizio né fine, così l’azione di Al-Muqīt si manifesta in ogni momento della vita, in ogni creatura e in ogni aspetto dell’universo. Ogni punto del cerchio dipende dagli altri per mantenere l’equilibrio: allo stesso modo, tutte le forme di vita ricevono nutrimento, protezione e guida, fisica, emotiva e spirituale, in misura perfetta e al momento giusto. Il cerchio diventa così un potente simbolo del sostegno continuo, dell’armonia e della connessione universale garantiti da Al-Muqīt. Il cerchio, visibile e invisibile, attraversa l’intera realtà. Dalla microfisica a macrocosmo, dalla biologia alla spiritualità, dall’arte alla cosmologia, esso rappresenta ciclicità, centralità, equilibrio e armonia ma al contempo anche L’illusione, attraverso un ciclo infinito, quasi ipnotico, in grado di ingannare la nostra percezione del movimento e del progresso. Osservando un vortice, seguendo una spirale o mescolando pigmenti con movimenti circolari, si crea l’impressione di un cambiamento, eppure, tutto ritorna a punto di partenza. Sembra che tutto avanzi, ma rimaniamo intrappolati nella nostra forma. Nel corpo umano, la circolarità si manifesta nei ritmi vitali e nelle strutture anatomiche. Il cuore pulsa in circuiti chiusi, i polmoni seguono cicli respiratori regolari, i ritmi circadiani scandiscono il sonno e la veglia, e ogni articolazione segue traiettorie articolari ottimizzate per efficienza e stabilità. Questi cicli biologici, pur perfetti, possono generare illusioni se percepiti come linee di progresso lineare; orbitare attorno a desideri e abitudini senza trovare il centro della propria coscienza produce un movimento vuoto, apparentemente ordinato ma privo di significato reale. Il mondo naturale, e in particolare i giardini, offre una metafora vivente della circolarità e dell’ordine. Nei giardini progettati secondo principi armonici, i sentieri curvi, i cerchi di piante e i laghetti rotondi replicano schemi di equilibrio cosmico. Ogni pianta, ogni fiore, ogni elemento del paesaggio obbedisce a ritmi ciclici: germinazione, fioritura, fruttificazione e decadimento costituiscono un ciclo perfettamente integrato nell’ecosistema. Muovere il pennello in piccoli cerchi per fondere i colori riproduce in scala microcosmica ciò che accade nei giardini e nella natura: elementi distinti si uniscono in armonia visiva e funzionale, evocando la simmetria universale. Anche nel cosmo, la circolarità governa strutture e fenomeni estremi. I dischi di accrescimento attorno ai buchi neri formano vortici di materia che orbitano verso il centro gravitazionale, mentre l’orizzonte degli eventi definisce un limite sferico oltre il quale nulla può sfuggire. La luce piegata dai fenomeni di lente gravitazionale crea cerchi visibili, manifestazione tangibile della geometria dello spazio-tempo. Le orbite planetarie, il moto degli elettroni intorno al nucleo atomico e le galassie spiraliformi sono tutti esempi di circolarità ordinata, che dimostrano come il principio del cerchio sia onnipresente e regolato da leggi naturali precise. Nel Corano, la circolarità assume anche valenza spirituale. Ogni creatura glorifica Dio attraverso il proprio moto, come un gigantesco Tawaf cosmico (Surah An-Nur 24:41; Surah Al-Anbiya 21:33) . Il Tawaf umano, compiendo sette rivoluzioni attorno alla Kaaba, manifesta concretamente questo principio: il credente pone Dio al centro della propria vita, orbitando intorno al divino, come tutte le creature orbitano nell’ordine cosmico. La ripetizione dei sette giri non è rituale vuoto: è percorso di perfezione, richiamo simbolico alla completezza del numero sette e all’armonia universale. L’arte e la pratica dei colori riflettono la stessa logica: il movimento circolare del pennello permette di fondere pigmenti distinti, creando sfumature armoniose che replicano in piccolo la perfezione dei cicli naturali e cosmici. Nei mandala indiani, nei simboli sciamanici o nei rituali cristiani, il cerchio diventa strumento di contemplazione e di connessione tra microcosmo e macrocosmo, tra materia e spirito, tra il sé e l’universo. Integrando la metafora del giardino, il cerchio diventa anche simbolo di vita e rigenerazione. Le piante seguono cicli naturali, i sentieri curvi guidano il visitatore attorno a un centro visivo o spirituale, e il giardino stesso diventa microcosmo dell’universo: un luogo dove ordine, bellezza e armonia sono percepibili in forma concreta. Qui, come nel Tawaf, esiste un centro reale intorno al quale tutto ruota, e la percezione delle relazioni tra gli elementi diventa esperienza conoscitiva e spirituale. In conclusione, il cerchio non è solo forma: è legge universale, principio integratore, metafora e realtà insieme. Dal battito del cuore ai dischi di accrescimento, dai ritmi circadiani al movimento dei pianeti, dai mandala ai giardini progettati, dai pennelli che mescolano pigmenti al Tawaf umano, ogni cerchio racconta la stessa storia: esiste un centro, esiste ordine, esiste armonia. Riconoscere il centro significa distinguere tra illusione e realtà, tra movimento vuoto e progresso autentico, tra caos apparente e legge invisibile dell’universo. Il cerchio è il respiro nascosto del cosmo, la mappa invisibile della vita, e la chiave per percepire l’unità tra materia, spirito, natura e arte. Al-Muqīt  — Il Sostenitore e il Provvidente di ogni cosa.

  • Un venerdì per scoprire come l’Islam guida mente e cuore da secoli

    Bismillah. Molti individui, all’interno delle nostre comunità, tendono a distogliere lo sguardo quando si parla di salute mentale o di guarigione interiore, come se questi temi non facessero realmente parte dell’esperienza umana. In alcuni ambienti si continua a pensare che i disturbi psicologici siano legati esclusivamente all’azione di shayṭān o a una fede debole, una convinzione che deriva in larga parte da mancanza di conoscenza scientifica e teologica. La storia della medicina islamica, tuttavia, racconta un’altra realtà: grandi pensatori e medici musulmani come Abū Zayd al-Balkhī, Muḥammad ibn Zakariyyā al-Rāzī (Rhazes), Ibn Sīnā (Avicenna) e altri studiosi medievali trattarono la salute mentale come parte integrante della medicina, considerandola una componente essenziale del benessere umano. Al-Balkhī, ad esempio, nel IX secolo elaborò una distinzione fra malattie del corpo e malattie dell’anima, osservando che la depressione, l’ansia, la tristezza patologica e le ossessioni richiedevano approcci terapeutici specifici e razionali. Al-Rāzī, direttore di uno dei più avanzati ospedali di Baghdad, descrisse e trattò disturbi mentali con metodologie cliniche, e Ibn Sīnā dedicò parti sostanziali del suo Qānūn  a fenomeni che oggi definiremmo psicologici, osservando che la cura della mente non può essere separata dal corpo né dalla dimensione spirituale della persona. Questi esempi mostrano che la cura della salute mentale non è un tema moderno, né un’influenza occidentale: è parte radicata e antica del patrimonio islamico. L’approccio integrativo di corpo, mente e spirito come unità, era centrale nella civiltà islamica classica e si trova anche nei bīmāristān, gli ospedali medievali che offrivano trattamenti per i disturbi psicologici attraverso terapie mediche, ambientali, spirituali e psicologiche. L’idea che la malattia mentale indichi una debolezza di fede è quindi una semplificazione priva di fondamento sia storico che clinico. La spiritualità, tuttavia, ha sempre giocato un ruolo terapeutico importante. Molti studiosi contemporanei, come il Dr. Tareq Al-Habib e il Dr. Al-Khamīs, confermano che integrare la fede in Dio nei percorsi terapeutici può sostenere la guarigione, non perché sostituisca la medicina, ma perché la completa. I maggiori psicologi moderni riconoscono infatti il valore della spiritualità come fattore di protezione psichica. La tradizione islamica stessa contiene numerosi riferimenti agli stati emotivi umani: il Corano parla di ḥamm (preoccupazione), ghamm  (oppressione), khawf  (paura), e descrive il “petto che si restringe” (6:125), una descrizione sorprendentemente vicina a ciò che oggi definiamo sintomi d’ansia. Allo stesso modo, afferma che Dio “rimuoverà ciò che è nei petti” (7:43), offrendo una prospettiva di liberazione e guarigione. Il Corano utilizza diversi termini per indicare gli stati interiori della persona: qalb , ṣadr , fu’ād , ognuno con sfumature semantiche specifiche. Il fu’ād  esprime l’intensità emotiva, quasi “bruciante” (53:11), mentre il qalb  è sede della fede e dell’orientamento spirituale, e il ṣadr  rappresenta la dimensione esterna, simile a un cortile che protegge il cuore profondo. La distinzione fra questi livelli interiori, confermata anche nella tradizione profetica, suggerisce una struttura antropologica complessa, nella quale i pensieri disturbanti, come indicato in hadith riportati da Abū Dāwūd e Ahmad, possono “raggiungere” il petto senza necessariamente corrompere il cuore. Riconoscere la propria fragilità non è segno di mancanza di fede; al contrario, il Corano ricorda che “l’uomo è stato creato debole” (4:28) . È proprio da questa condizione di vulnerabilità che nasce il percorso di guarigione: non evitando le emozioni, non combattendo ossessivamente i pensieri, né cercando spiegazioni eccessive, ma riducendo l’attenzione che diamo alle intrusioni mentali. Più si tenta di controllare o analizzare i pensieri ossessivi, più essi si fissano; e per questo la tradizione islamica incoraggia la pazienza (2:153), l’ignorare ciò che disturba, e il ritorno a Dio attraverso la preghiera, i movimenti della ṣalāh, il dhikr e la recitazione del Corano, che agiscono sul corpo e sulla mente, favorendo processi neurofisiologici di calma e regolazione emotiva. Il Corano fa riferimento anche alla nafs lawwāmah  (75:2), l’anima che rimprovera sé stessa, riconoscendo la tendenza umana all’autocritica e al senso di colpa. In presenza di errori, la via insegnata dalla tradizione è chiedere perdono e muoversi avanti. Riflettere sul passato con “se fosse andata così…” può aprire a dinamiche distruttive, come ricorda la prospettiva coranica (57:22–23). L’essere umano, esposto a rischi quotidiani, non può pretendere perfezione né totale controllo; la guarigione inizia nell’accettazione della propria condizione creaturale e nel riconoscimento della sovranità divina. La questione delle origini della malattia mentale rimanda spesso al trauma infantile, un concetto oggi spiegato attraverso la neuroplasticità: il cervello costruisce connessioni e percorsi, come pezzi di lego, sulla base delle esperienze e delle abitudini. Cambiare abitudini significa cambiare la struttura stessa del cervello. Il Corano ricorda che la responsabilità umana riguarda ciò che “acquisisce” la persona (2:286), e richiama la regione della fronte come sede simbolica delle intenzioni e delle azioni, descrivendo il “ciuffo della fronte” dell’oppressore come metafora della responsabilità morale (96:15–16). Comprendere che gli schemi mentali e comportamentali si consolidano gradualmente aiuta a capire come anche le abitudini peccaminose nascano da piccoli errori, poi ripetuti fino a diventare dipendenze. La cura della mente, come un giardino, richiede la rimozione costante delle “erbacce”, prima che diventino troppo radicate. Allo stesso modo, iniziare con una preghiera, poi due, poi tre, o con un Ramadan, poi un altro, permette di trasformare lentamente la vita interiore. L’abitudine alla pratica religiosa, sostenuta dalla neuroplasticità, diventa un fattore terapeutico di grande valore. La recitazione del Corano, già nei bambini, mostra effetti calmanti e regolatori, e un approccio prudente evita diagnosi affrettate. Diagnosi come “ADHD”, “psicopatia” o altre etichette non dovrebbero essere applicate senza una valutazione clinica seria: come ricordavano gli studiosi islamici classici, una condizione clinica richiede molteplici sintomi persistenti, non un singolo tratto o comportamento. Se i sintomi persistono oltre sei mesi e interferiscono con la vita quotidiana, è appropriato rivolgersi a un professionista. Il primo passo, tuttavia, può essere rivolgersi a Dio nella preghiera, chiedendo guida e chiarezza. Molti riferiscono che la risposta arriva nel giorno successivo, e che la comunicazione costante con il Creatore rende il cuore più stabile. Vi sono testimonianze di persone che, grazie all’Islam, hanno superato dipendenze da alcool, droghe, o situazioni di vita degradanti. La purificazione è un viaggio e, una volta intrapreso, la strada si apre. Alhamdulillah. Bibliografia Fonti primarie Al-Balkhī, Abū Zayd. Masālih al-Abdān wa al-Anfus  (Sostentamento dei corpi e delle anime). Al-Rāzī, Muḥammad ibn Zakariyyā. Al-Ḥāwī fī al-Ṭibb  e Al-Mansūrī . Ibn Sīnā (Avicenna). Al-Qānūn fī al-Ṭibb (Il Canone della Medicina). Corano, con riferimenti ai versetti citati: 6:125; 7:43; 53:11; 4:28; 2:153; 75:2; 57:22–23; 2:286; 96:15–16. Studi secondari e contemporanei Badri, Malik. Dilemmas of Muslim Psychologists . Ragab, Ahmed. Medicine and Religion in the Middle Ages . Yaqeen Institute. “Holistic Healing: Islam’s Legacy of Mental Health.”

  • Affinità, Interazioni ed Equilibrio Divino: Una Lettura Scientifica del versetto 2:216

    Il versetto coranico “Può darsi che detestiate qualcosa mentre è un bene per voi, e può darsi che amiate qualcosa mentre è un male per voi. Allah sa, e voi non sapete”  (Corano 2:216)  rivela con notevole chiarezza i limiti della conoscenza umana quando essa è posta di fronte alla complessità strutturale della realtà. La percezione umana coglie solo frammenti di un sistema molto più vasto, mentre l’ordine divino abbraccia ogni interazione, ogni conseguenza e ogni equilibrio nascosto. Il corpo umano e il mondo naturale operano come sistemi sincronizzati e altamente interconnessi. Anche minime perturbazioni possono generare una serie di effetti a sull’intero organismo, un principio che risuona nel concetto coranico di equilibrio universale ( Mīzān ). Questa logica sistemica si estende alla dimensione interiore dell’essere umano: il ritorno a Dio attraverso la preghiera, la riflessione o la riconnessione con il proprio nucleo spirituale ristabilisce una coerenza energetica, proprio come un dispositivo che necessita di essere ricaricato per funzionare. Osservare la natura con attenzione scientifica rivela continuamente schemi di interconnessione che si allineano con questa visione coranica. A questa intersezione tra scienza e metafisica, la teoria goethiana delle affinità elettive diventa sorprendentemente pertinente. Ispirandosi alla chimica del XVIII secolo, il modello suggerisce che gli elementi interagiscono secondo tendenze intrinseche più che secondo la previsione umana. Sostanze che appaiono incompatibili possono combinarsi in composti stabili, mentre altre apparentemente affini possono separarsi o reagire in modo distruttivo in condizioni specifiche. Goethe utilizza questa metafora chimica per illustrare che le relazioni umane e gli eventi della vita obbediscono a leggi sistemiche più profonde: le interazioni possiedono una loro logica interna, indipendente dal giudizio morale o dall’intenzione. Ciò che appare favorevole o dannoso a livello soggettivo può, a livello strutturale, svolgere un ruolo necessario all’interno del cosmo. La fisica contemporanea rafforza ulteriormente questa teoria. Il principio di indeterminazione di Heisenberg mostra che alcune proprietà non possono essere conosciute simultaneamente con precisione; la sovrapposizione quantistica rivela che più stati coesistono fino all’osservazione; l’entanglement dimostra che particelle distanti possono influenzarsi istantaneamente. Questi principi indicano che le proprietà di un sistema emergono dalle relazioni, non dai componenti isolati. Correlazioni invisibili, oltre la percezione immediata, possono generare esiti decisivi. Allo stesso modo, in chimica, una molecola apparentemente stabile può diventare reattiva in condizioni specifiche, ridefinendo intere traiettorie di reazione. Così, anche incontri o eventi minimi possono trasformare profondamente la traiettoria della vita umana. Interpretiamo spesso la realtà attraverso giudizi binari — “benefico” o “tossico”, “giusto” o “sbagliato”. Tuttavia, la meccanica quantistica incoraggia un’epistemologia più sofisticata. Prima della misura, esiste un sistema quantistico probabilistico. Allo stesso modo, ciò che percepiamo come positivo o negativo è soltanto una delle molteplici cornici interpretative possibili. La nostra comprensione è intrinsecamente parziale: eventi che appaiono dannosi possono rivelarsi costruttivi, mentre ciò che sembra benefico può portare ad una perturbazione. Se ci limitassimo unicamente a ciò che appare “giusto”, evitando incertezza o rischio, la vita ristagnerebbe. La crescita nasce dalla coesistenza degli opposti — dalla loro “sovrapposizione” — non dall’esclusione della difficoltà. Anche le esperienze dolorose contribuiscono all’equilibrio sistemico, così come una misura quantistica apparentemente casuale determina lo stato finale di un complesso. Il versetto “Allah sa, e voi non sapete”  allude ad un’architettura probabilistica della realtà. L’essere umano non può percepire l’intera rete causale in cui gli eventi si dispiegano. Eppure ogni occorrenza, favorevole o sfavorevole, svolge un ruolo nella configurazione complessiva del tutto, proprio come ogni ampiezza di una funzione d’onda contribuisce allo stato quantistico al momento del collasso. La vita, come il mondo subatomico, è plasmata da possibilità, interazioni e comportamenti emergenti. Ciò che appare dannoso può portare un beneficio nascosto; ciò che sembra benefico può celare sfide trasformative. La chiave è accogliere l’incertezza, sospendere il giudizio prematuro e riconoscere che ogni scelta altera l’equilibrio dell’intero sistema. L’interpretazione di questa sura è quindi molto più complessa di quanto si possa pensare inizialmente. Le esperienze della vita ne rimodellano continuamente il significato: se i nostri corpi sono materia riciclata, le emozioni energia riciclata e i pensieri informazione riciclata, allora ogni esperienza è una carta del domino che ne mette in moto un’altra, generando catene di significato che nessun individuo può prevedere del tutto. In questa luce, il versetto non è una proibizione rigida, ma un invito a riconoscere che ogni evento partecipa a un più ampio processo integrativo. Nulla è accidentale; tutto contribuisce alla continuità dell’equilibrio — così come le affinità elettive di Goethe mostrano che le interazioni obbediscono a leggi più profonde del desiderio, producendo esiti che solo in seguito rivelano la loro importanza all`interno di uno schema. La verità è questa: non siamo spettatori casuali della vita, né vittime di eventi isolati. Siamo componenti di un sistema in cui ogni interazione — umana, emotiva, spirituale o quantistica — contribuisce all’equilibrio complessivo. Nulla di ciò che accade è un errore: è la configurazione precisa che permette all’universo di proseguire il suo disegno.  Allah conosce, mentre noi intuiamo soltanto una delle infinite possibilità del tutto. Nota dell’autore Questo articolo integra intuizioni dell’esegesi coranica, della teoria goethiana, della chimica dei sistemi e della fisica quantistica per mettere in luce un principio unificato: la realtà è fondamentalmente relazionale ed è governata da schemi che superano la percezione umana. L’intenzione non è quella di fondere artificialmente i quadri scientifici e teologici, ma mostrare come entrambi indichino un universo interconnesso, in cui gli eventi traggono significato dai sistemi che contribuiscono a modellare.

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