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- Il Corano: non una zona di comfort ma un segnale d`allerta
Bismillah. La maggior parte degli individui concede al Corano un’unica occasione: lo apre, sfoglia alcuni versi e poi lo richiude, senza mai ritornarvi. Altri tentano un secondo approccio, perdendosi nel labirinto delle Sure. Esistono infine quei pochi, per i quali il terzo incontro diventa definitivo: il Corano non li abbandona più e loro stessi non riescono a farne a meno. Si sente spesso dire: “Il Corano è per chi teme la morte.” Tale affermazione è ingannevole. Il Corano non è un cuscino che ammorbidisce la caduta nella tomba; piuttosto una rivelazione per chi non teme nulla. Quando si percepisce appieno la sua logica impeccabile, la chiarezza strutturale e la precisione dei suoi insegnamenti, nasce una paura diversa: non quella di morire, ma di condurre un’esistenza irresponsabile e “inutile” in base alla percezione della vita che comporta questo stato di vanità. Il Corano non induce né passività, né consolazione superficiale, bensì impone una disciplina rigorosa, che richiede di vivere con serietà etica, integrità morale e equilibrio rispetto a sé stessi, alla società e alla natura. Non è un esercizio di contemplazione estetica, ma una richiesta concreta di riforma interiore, sacrificio e trasformazione individuale. “In verità, Allah non cambia la condizione di un popolo finché esso non cambia ciò che è in sé stesso…” — Al-Ra’d (13:11) La questione critica: quanti tra noi sono realmente in grado di rinunciare a dipendenze, abitudini autodistruttive e impulsi egoistici? La risposta è chiara: pochi. E per quei rari, il percorso è gravoso. Il Corano non si limita a invitare alla fede; ordina l’azione attraverso il digiuno, la preghiera, la donazione, il rifiuto del guadagno illecito, il rispetto dei genitori e il rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni. Si tratta di una sfida quotidiana per sconfiggere il proprio Ego. Eppure, persistono interpretazioni riduttive: “Il Corano è per chi teme la morte.” In realtà, esso si rivolge a chi osa vivere con piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Il vero pericolo non risiede nella paura, ma nella sua assenza: è ciò che conduce all’oppressione, allo sfruttamento e alla distruzione senza rimorso, sigillando i cuori e oscurando la luce della ragione. "Il Corano non è conforto: è uno specchio e una sfida. Non è poesia convenzionale, ma un canto unico di ritmo, immagini e suono che scuote cuore e mente, trasmettendo saggezza e guida indelebile. La domanda non è se ci parli, ma se siamo pronti ad ascoltare e a lasciare che trasformi profondamente la nostra vita. Alhamdulillah.
- Non sei stato creato per vivere come un orologio
La struttura di un albero nel mio giardino mi ha suggerito una riflessione profonda: e se il tempo non fosse lineare, ma circolare o ramificato, come un respiro che ruota su sé stesso? In effetti, il tempo, così come lo percepiamo, non possiede né un inizio né una fine definitiva, nessun “adesso” stabile o “domani” certo, ma soltanto un “ieri” che un tempo era il “domani” atteso da qualcuno. In natura, tutto segue cicli e ritorni. La Terra ruota attorno al Sole, gli elettroni orbitano intorno al nucleo, le piante orientano il loro sviluppo verso la luce e, durante l’Hajj, i fedeli compiono un movimento circolare intorno alla Kaaba, partecipando a un rito sacro, eterno e universale. Questo ritmo circolare suggerisce che il tempo non è necessariamente cronologico; non è semplicemente lo scorrere di minuti e ore. Piuttosto, esso può essere concepito come relativo e simbolico, un insieme di cicli che variano da essere a essere, da epoca a epoca, e che orientano la vita senza ridursi alla misurazione quantitativa. Nei giorni scorsi ho disegnato un albero genealogico ispirato al grande albero del mio giardino. Osservandolo, ho riconosciuto ancora una volta l’interconnessione del tutto: rami che si dividono e si ricongiungono, linee che si estendono, generazioni che si intrecciano. Questo mi ha ricordato la struttura delle Sure del Corano, che non seguono un ordine cronologico, ma sono organizzate secondo criteri di lunghezza, tema e armonia. Le Sure più lunghe occupano le posizioni iniziali del Sacro Corano, come tronchi robusti, mentre quelle più brevi si trovano alla fine, simili a foglie leggere mosse dal vento: un ordine che riflette una saggezza che trascende il tempo umano. Nel Corano, il tempo è una creazione destinata all’uomo, uno strumento che consente di orientarsi nel mondo materiale. È limitato e misurabile, mentre Allah — il Creatore — è illimitato e infinito. Come si afferma nella Sura Al-Insān (76:1): «Non è forse venuto all’uomo un tempo in cui non era neppure menzionato?» Questa osservazione ci ricorda che l’uomo non è eterno: la sua esistenza è solo un’apparizione fugace all’interno del vasto progetto della creazione. La scienza moderna stima che la Terra abbia circa 4,54 miliardi di anni, mentre l’uomo vi abita da circa 200.000–250.000 anni: un intervallo infinitesimale rispetto alla storia del pianeta, ma che corrisponde alla prospettiva coranica di una comparsa predestinata, volta a un compito preciso. Il Corano descrive inoltre episodi in cui il tempo si distorce, come nella Sura Al-Hajj (22:2): «Il giorno in cui la vedrete: ogni madre che allatta dimenticherà il suo lattante, ogni donna gravida perderà il suo feto; e vedrai la gente ubriaca, pur non essendo ubriaca; ma il castigo di Allah è terribile.» In tali contesti, giorni e mesi sembrano svanire, e l’Ultimo Giorno può giungere all’improvviso. Nell’esperienza contemporanea, molti percepiscono un’accelerazione del tempo. Alcuni studiosi collegano questo fenomeno a leggere variazioni dell’orbita terrestre o all’attività solare: la Terra si avvicina e si allontana dal Sole, influenzando percezioni fisiologiche e psicologiche. Tuttavia, al di là di tali spiegazioni scientifiche, resta una verità fondamentale: la percezione del tempo è fragile, soggettiva e profondamente legata all’esperienza individuale. Osservare un albero per un anno intero, senza l’ausilio di orologi o calendari, permette di misurare il tempo attraverso le foglie, la luce, il vento e il silenzio, piuttosto che attraverso numeri. In un precedente articolo, «Terra, Cataclisma e la Nuova Orbita», avevo ipotizzato che eventi catastrofici possano alterare l’orbita terrestre, avvicinandola al Sole, con conseguenze sul clima e sulla biosfera, analoghe a scioglimento rapido dei ghiacci o estinzioni di massa. Il Corano, pur non fornendo date precise, descrive eventi improvvisi e inevitabili. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’umanità possa già vivere una fase della “Resurrezione”, in un contesto di crescente confusione morale e spirituale, in cui la linea tra bene e male appare sempre più nitida. Le riflessioni scientifiche sul tempo, da Newton ad Aristotele fino a Einstein, hanno tentato di descriverne la natura: Newton lo concepiva come assoluto, Einstein come relativo, flessibile, dipendente da spazio e velocità. Tuttavia, il Corano propone una visione che trascende la mera temporalità: la sua struttura, il linguaggio e il messaggio sono multidimensionali — scientifici, storici, etici e spirituali — e parlano a ogni epoca. Il Corano non corre dietro alla scienza; la precede e accompagna il suo sviluppo. Più la scienza scopre, più il Corano rivela verità nascoste. Come ogni forma preziosa, la sua saggezza è velata, protetta, accessibile solo a chi la cerca con sincerità. Ciò che rimane certo è che il Corano ci invita a vivere consapevolmente il nostro tempo sulla Terra: un tempo fatto di cicli, prove e significati, non di semplici numeri e orologi. Saper gestire questo ritmo, comprenderne la relatività e il valore, rappresenta parte integrante della prova che ogni vita è chiamata a compiere.
- Il Giardino Nascosto della Memoria: Neuroscienza, Corano e l’ Arte dell`Oblio
Immagina la mente come un giardino vasto e complesso, in cui ogni ricordo, idea o percezione è un seme. In questo contesto, dimenticare non costituisce una perdita, ma un processo attivo di selezione: il cervello, come un abile giardiniere, elimina ciò che è superfluo per consentire la crescita e il consolidamento dei ricordi essenziali. La neuroscienza contemporanea evidenzia come tale potatura neuronale favorisca flessibilità e resilienza cognitiva. Parallelamente, il Corano allude all’esistenza di un registro centrale, un archivio universale in cui nulla viene realmente perduto, suggerendo una dimensione metafisica del ricordo che trascende la percezione umana lineare del tempo. L’oblio, secondo la psicologia moderna, è una strategia di sopravvivenza: il cervello dimentica per proteggere l’individuo e facilitare il progresso personale. La quantità di stimoli cui siamo quotidianamente esposti—immagini, suoni, informazioni—richiede meccanismi di selezione, analoghi a una valigia già piena che non può essere ulteriormente caricata. La memoria, pertanto, non è infinita; dimenticare libero spazio, consentendo alla mente di concentrare risorse su ciò che è veramente significativo. Lo psicologo tedesco Hermann Ebbinghaus, nel XIX secolo, dimostrò che la perdita della memoria segue un ritmo prevedibile: circa la metà delle informazioni acquisite viene dimenticata entro la prima ora, con una riduzione progressivamente più lenta nel tempo. Ciò evidenzia come la memoria sia soggetta a limiti naturali, e come la dimenticanza sia funzionale piuttosto che casuale. Il Corano invita alla riflessione sulla memoria attraverso versi emblematici: “E certamente abbiamo reso il Corano facile da ricordare. C’è dunque qualcuno che rifletta?” (Sura Al-Qamar, 54:17)Allo stesso tempo, viene sottolineato che ogni azione è registrata in un registro universale, suggerendo che nulla va realmente perduto. Questa dualità tra dimenticanza attiva e registrazione universale apre una prospettiva in cui la memoria individuale e quella cosmica coesistono armoniosamente. La neuroscienza conferma che la memoria nasce dall’interazione tra soggetto e ambiente: uno sguardo, un suono, un odore o una sensazione, se percepiti attentamente, vengono codificati in tracce neurali. Tuttavia, tali tracce non scompaiono completamente: rimangono latenti, come strati profondi di un dipinto, invisibili ma persistenti. Questo spiega perché, secondo molte testimonianze, al momento della morte la vita di una persona può apparire come un film completo, in accordo con il verso coranico: “E tutto ciò che hanno fatto è nei registri scritti.” (Sura Al-Qamar, 54:52) La filosofia platonica risuona con questo concetto: Platone sosteneva che l’anima contemplasse verità eterne prima dell’incarnazione e che, pur dimenticandole nell’esistenza corporea, queste rimanessero come memorie latenti, riattivabili attraverso riflessione e esperienza. Anche la psicologia contemporanea riconosce forme analoghe di memoria implicita: tracce di esperienze passate che persistono senza consapevolezza cosciente. Il legame tra spiritualità e neuroscienza emerge chiaramente nella pratica della recitazione coranica. Studi indicano che leggere, memorizzare e recitare il Corano attiva aree cerebrali coinvolte nella memoria, nel linguaggio e nelle funzioni cognitive superiori. Il tarteel , il ritmo lento e misurato della recitazione, induce stati di calma cerebrale analoghi alla meditazione, aumenta le onde alfa e theta e favorisce rilassamento, concentrazione e consolidamento mnemonico. L’ascolto e la recitazione del Corano riducono inoltre i livelli di cortisolo, migliorando benessere emotivo, qualità del sonno e resilienza psicologica. Dal punto di vista cognitivo, i recitatori regolari mostrano significativi miglioramenti nella memoria di lavoro, nell’attenzione e nella fluidità verbale, dimostrando che la pratica coranica funge anche da allenamento neurocognitivo naturale. In conclusione, dimenticare non è una debolezza della mente umana, ma un meccanismo evolutivo e spirituale. La memoria, così come descritta dalla neuroscienza e dal Corano, emerge come ponte tra dimensione individuale e universale, tra il tempo finito dell’esperienza umana e l’eternità del registro divino. La cura della memoria, attraverso riflessione, consapevolezza e pratica spirituale, diventa così non solo un esercizio cognitivo, ma un atto di connessione con l’infinito.
- Lutto e Decomposizione del Pensiero
Bismillah. Quando muori il tuo corpo fisico si scompone lentamente: prima i tessuti, poi le forme, finché restano solo le ossa. Infine, rimane il Silenzio. I tuoi pensieri funzionano in egual modo: nel lutto si gonfiano, si ribellano, fermentano come materia vita, si sfaldano e perdono peso, cedendo. Rimane l’essenza, un’intrinseca Luce che non svanisce mai, che inizia a riflettere un punto differente per tornare a brillare altrove. Anche la terra si sgretola per permettere la rinascita. Riflettendo, la perdita è paragonabile al processo di decomposizione del corpo fisico. Forse un’analogia radicale, eppure, la mente ricorre a immagini biologiche estreme per resistere, come fanno gli alberi durante l’inverno. Infatti, Le piante hanno sviluppato strategie sorprendenti per vivere anche senza foglie, soprattutto nei periodi più duri o negli ambienti estremi. Il loro segreto è la capacità di trasformarsi: rallentano il metabolismo, attingono alle riserve, si affidano a simbiosi sottili o, in casi ancora più incredibili, rinunciano persino alla fotosintesi. Così, adattandosi in silenzio, continuano a esistere. Questo confronto esercita una funzione ermeneutica efficace, coinvolgendo i pensieri ormai inutili o rifiutati in una funzione di "scomparsa" che ricorda il destino della materia organica. Come microrganismi e batteri degradano i tessuti fino a lasciarne soltanto l’essenza scheletrica, così i pensieri legati al dolore attraversano fasi di resistenza, attenuazione e graduale disgregazione, riducendosi al "nulla". Tale fenomeno non è soltanto psicologico, ma riflette il principio della vita: la nascita, la crescita, lo sviluppo, il declino e la morte. Il Corano invita l’essere umano a riflettere su questo ritmo attraverso i segni (āyāt) presenti nel cosmo e in sé stessi¹. Il testo sacro ricorre spesso alla metafora della terra arida che si rigenera, come in Sura al-Hajj (22:5) , dove il rianimarsi del suolo dopo la pioggia diventa un simbolo della risurrezione². L’analogia tra decomposizione e rigenerazione è centrale, in quanto ciò che sembra finire è, nella prospettiva coranica, un preludio a un nuovo inizio. Tale tema è ulteriormente rafforzato in Sura Qāf (50:3–4) , dove si legge: «Quando saremo morti e ridotti in polvere? […] In verità sappiamo ciò che la terra consuma di loro.» ³ . La dissoluzione materiale non è ignoranza divina, bensì parte di un processo definito nei minimi dettagli. Nel dubbio umano riguardo alla risurrezione delle ossa, il Corano fornisce una risposta chiara in Sura Yā-Sīn (36:78–79) : «Colui che le ha create la prima volta darà loro vita.» ⁴. Questa affermazione non mira soltanto a ribadire un potere soprannaturale, ma a orientare la ragione verso l’osservazione della natura, in cui tutto si rigenera ciclicamente. Infatti, anche il corpo fisico offre un segno eloquente attraverso il rinnovamento dello scheletro umano, che si rigenera completamente nell’arco di circa dieci anni, richiamando la concezione coranica dell’esistenza come trasformazione continua. Non sorprende che il Corano utilizzi la metamorfosi corporea per sostenere la possibilità della rinascita: «Noi abbiamo creato l’uomo da un estratto d’argilla» (23:12) e «Poi, dopo ciò, certamente morirete» (23:15) ⁶. In questo schema, la morte non è la fine, ma una parentesi tra due manifestazioni dell’essere. Le pratiche meditative apprese negli āshram indiani, in particolare l’osservazione distaccata del pensiero, si inseriscono sorprendentemente bene in questa prospettiva. Se l’essere umano non è il suo pensiero ma l’osservatore dello stesso, in grado di osservarlo mentre nasce e si dissolve, come una nuvola che attraversa il cielo in una giornata qualsiasi per poi scomparire all’orizzonte, allora la metamorfosi interiore riflette il dinamismo della creazione. Il Corano stesso ci ricorda continuamente come l’uomo attraversi fasi e stadi: in Sura al-Mu’minūn (23:12–16) , la sequenza della creazione, morte e rianimazione viene presentata come parte integrante dell’esistenza⁵. La relazione tra sonno, morte e risveglio, espressa in Sura az-Zumar (39:42) , rafforza questa visione: «Allah prende le anime al momento della loro morte e quelle che non sono morte durante il sonno.» ⁷ . La vita non è uno stato statico, ma un flusso: l’essere umano “muore” e “ritorna alla vita” mentre dorme ogni notte, senza accorgersene. Questo ciclo naturale offre una chiave interpretativa per comprendere anche la trasformazione dei pensieri durante il lutto, che dapprima resistono, si affievoliscono, per poi morire lentamente, lasciando emergere uno spazio nuovo in cui ridefinire il proprio mondo interiore. Il Corano prosegue sottolineando che la morte, pur dolorosa, è parte integrante di una traiettoria verso una nuova esistenza: «Ogni anima gusterà la morte» (3:185) ⁸, ma tale “assaggio” è soltanto un ponte. Analogamente, il dolore emotivo conduce a una forma di rinascita interiore. Quando il pensiero che ci legava alla persona perduta si dissolve, ciò che rimane è la nostra essenza, un nucleo meta-fisico che permane attraverso i cambiamenti. L’amore stesso, spesso ridotto a processo biochimico, non esaurisce la complessità dell’essere umano. Quando la struttura dei pensieri si disfa, la persona rimane “spoglia” e deve ridefinire il proprio mondo: una fase ardua, ma profondamente coerente con il principio coranico sopracitato. Infine, ciò che chiamiamo “termine” non è che un passaggio di forma. Mark Harmon lo ha scoperto nei tronchi degli alberi morti, che studia da quarant’anni: quando muoiono, diventano argilla friabile, sabbia e suolo nuovo. Si disfano per generare spazio, nutrimento e ricrescita. È la stessa dinamica che attraversa i nostri pensieri quando il dolore li spezza: fermentano, resistono, poi si disgregano lentamente. Il Corano riconosce questa legge della trasformazione con una lucidità che attraversa i secoli. Sūrat Ṭā-Hā ricorda: «Da essa vi abbiamo creati, ad essa vi faremo ritornare e da essa vi faremo uscire un’altra volta» (20:55 ). È il ciclo completo: nascita dalla terra, ritorno alla terra, rigenerazione. In Sūrat al-Ḥajj (22:5) l’uomo diventa polvere; in Sūrat Yā-Sīn (36:78) si chiede chi possa ridare vita alle ossa ridotte a frammenti; in Sūrat al-Mu’minūn (23:82) ci si interroga sulla resurrezione quando saremo “ossa e polvere”. La risposta non è un’eccezione al mondo naturale, bensì l’affermazione che la natura stessa è una resurrezione continua. La decomposizione non è il contrario della vita, ma la sua logica più profonda. Ciò che si sgretola sta già preparando la forma che verrà. I tronchi che diventano suolo, i pensieri che si rigenerano, i corpi che la terra accoglie e restituisce: tutto è incluso nella stessa legge di ritorno e rinnovamento. Non c’è perdita assoluta, solo trasformazione. E comprendere questo non elimina il dolore, ma lo rende attraversabile: un passaggio, non un abisso. Alhamdulillah. Note 1. Cfr. Corano 51:20–21 , dove si afferma che nei cieli e in se stessi vi sono segni per coloro che riflettono. 2. Corano 22:5 : metafora della terra che rinasce dopo la pioggia come segno della Risurrezione. 3. Corano 50:3–4 : menzione della polvere e della conoscenza divina della decomposizione. 4. Corano 36:78–79 : risposta divina a chi dubita della rigenerazione delle ossa. 5. Corano 23:12–16 : sequenza creazione–morte–risurrezione come struttura dell’esistenza. 6. Ibid. 7. Corano 39:42 : analogia tra sonno e morte come stati transitori. 8. Corano 3:185 : universalità del passaggio attraverso la morte. 9. Le Scienze, Novembre 2026
- Qadar e Libero Arbitrio
Bismillah. La verità plausibile contenuta nel Libro Preservato (Lawḥ al-Maḥfūẓ) è espressa in vari versetti coranici, tra cui Al-Burūj 85:22 e Al-Ḥadīd 57:22, nei quali si afferma che nulla accade sulla terra o all’interno degli esseri umani senza che sia previamente registrato in un Libro divino prima che l’evento stesso si realizzi. Questo principio suggerisce una dimensione di predestinazione e di conoscenza totale da parte di Dio, pur lasciando spazio alla responsabilità umana. Riflettendo sullo stato attuale dell’ambiente, si osserva che l’equilibrio naturale (mīzān) è stato alterato dalle azioni dell’uomo, causando fenomeni quali tempeste più intense e modifiche stagionali. Sebbene non sia possibile determinare con certezza in quale misura la crisi climatica sia dovuta all’attività antropica o a processi naturali, la tradizione coranica implica la responsabilità umana per i danni arrecati al pianeta. La questione della predestinazione pone spesso interrogativi riguardo alla libertà umana: se Dio conosce il giorno della nostra morte e tutto ciò che accade, ciò significherebbe che ogni nostra scelta sarebbe già scritta. Tuttavia, secondo la dottrina islamica, ciò non implica che le decisioni individuali siano imposte. Il Corano afferma che Dio conosce tutto e nulla avviene senza il Suo volere, come indicato in Al-Qamar 54:49, Al-Anʿām 6:59 e Ar-Raʿd 13:11, ma allo stesso tempo riconosce la responsabilità umana: gli esseri umani sono ricompensati o puniti in base alle proprie azioni, come indicato in Al-Jathiya 45:15. In altre parole, la predestinazione riguarda la conoscenza e il controllo divino, non la coercizione delle scelte individuali. Per comprendere questo concetto, si può ricorrere a un’analogia con la causalità naturale: conoscere un evento futuro non implica causarlo. Ad esempio, sapere che domani pioverà non fa piovere, ma consente di anticipare il fenomeno. Allo stesso modo, Dio conosce quando ciascun individuo morirà, ma tale conoscenza non annulla la libertà delle azioni compiute durante la vita. La vita umana può essere paragonata a un fiume: Dio conosce il percorso finale, ma l’individuo può determinare il proprio movimento lungo il corso del fiume. In questa analogia, Dio agisce come regista del film della vita, mentre gli esseri umani ne sono gli attori, vivendo e decidendo momento per momento. Il concetto di Qadar, o predestinazione, può essere analizzato anche in termini psicologici ed energetici. Dal punto di vista psicologico, le scelte umane non sono casuali, ma emergono da un insieme complesso di fattori quali carattere, abitudini, pensieri, emozioni, esperienze pregresse, contesto sociale e motivazioni. Le neuroscienze mostrano che i comportamenti derivano da processi mentali reali e strutturati. Nel quadro islamico, Dio conosce perfettamente la struttura interiore di ciascun individuo, comprese le sue inclinazioni e i suoi limiti, in quanto creatore dell’essere umano e della rete di cause che ne modellano la personalità. Tale conoscenza divina include le scelte future, ma la decisione rimane effettivamente nella sfera del libero arbitrio umano. L’aspetto energetico si riferisce ai processi fisiologici che sottendono il comportamento umano: impulsi elettrici cerebrali, campi elettromagnetici prodotti dal cuore, variazioni ormonali e stati emotivi influenzano mente e comportamento. Emozioni positive e negative modulano la funzione neurobiologica: serenità e pratiche di meditazione o preghiera riducono lo stress e favoriscono l’equilibrio psicofisiologico, mentre paura o rabbia attivano risposte fisiologiche specifiche. Abitudini ripetute modellano reti neurali che facilitano o ostacolano la propensione al bene o al male. Tutto ciò è noto a Dio, che ha creato le leggi naturali e psicologiche che governano l’essere umano. L’azione umana può essere concepita come un’onda che produce effetti nel mondo, parallela ai fenomeni misurabili dai sistemi scientifici. Il Libro Preservato registra tali possibilità e risultati, senza limitare la libertà dell’individuo: l’azione è generata dall’essere umano, mentre Dio ne possiede la conoscenza totale ancor prima che si manifesti. Il Qadar si configura dunque come l’interazione tra tre livelli: la creazione delle leggi fisiche, psicologiche e spirituali da parte di Dio; l’agire dell’individuo all’interno di queste leggi; e la conoscenza divina di tutte le cause, effetti e possibilità. La libertà umana e la sovranità divina operano simultaneamente in un ordine armonico, nel quale l’uomo esercita decisioni reali e Dio ne conosce l’esito finale grazie alla Sua onniscienza. Alhamdullillah.
- Il Corano e l’arte di elevarsi oltre la miseria
Bismillah. Il Corano non suggerisce mai che l’essere umano sia destinato a vivere in condizioni misere o sfavorevoli. Nella trama sottile della creazione, tutto indica il contrario. Così come certi fiori sbocciano in angoli inattesi di un giardino, cercando la luce più adatta, anche l’uomo è chiamato a orientarsi verso luoghi e contesti che nutrano la sua crescita e il suo benessere interiore. Nella visione islamica, l’anima è naturalmente attratta da ciò che è puro, elevato, luminoso: la preghiera (ṣalāh), il dhikr — il ricordo di Dio — e la recitazione del Corano sono gli strumenti attraverso cui essa si purifica, ritrova sé stessa, ritrova la pace. Gli ambienti colmi di serenità, come una moschea silenziosa, un paesaggio naturale, un luogo in cui si percepisce la Presenza, favoriscono questo movimento verso il centro, verso la quiete più profonda. Come recita il Corano: «O anima tranquilla, torna al tuo Signore, compiaciuta e accolta.» (Sura al-Fajr 89:27-28) Ciò significa che l’anima riconosce istintivamente ciò che le porta serenità e compimento spirituale, mentre ciò che la allontana dal bene genera inquietudine. L’Islam invita dunque a cercare ciò che nutre e libera l’anima, e ad abbandonare ciò che la ferisce o la limita. Eppure, la percezione comune è spesso deformata: molti rimangono in situazioni sfavorevoli credendo che quella sia la volontà divina. Ma Allah desidera il bene per ogni essere umano e, attraverso gli eventi della vita, invita ciascuno a distinguere ciò che è salutare da ciò che non lo è. Il Corano lo ricorda con parole chiare: Sura al-Baqara 2:216: «Può darsi che detestiate qualcosa che è un bene per voi, e può darsi che amiate qualcosa che è un male per voi. Allah sa, e voi non sapete.» Sura al-Mā’ida 5:100: «Dio desidera per voi facilità, non difficoltà.» Sura al-An‘ām 6:54: «Dio desidera rendere chiari i Suoi segni affinché comprendiate e siate guidati.» Versetti che affermano con forza che nessuno è chiamato a rimanere nel dolore: cercare attivamente il bene è un dovere, tanto personale quanto collettivo. Purtroppo, culture e società hanno talvolta deformato il significato originario del testo sacro, trasformandolo in uno strumento di rassegnazione invece che di liberazione. In realtà, il Corano innalza l’essere umano verso il Bene, ricordando che la via di Allah è la fonte stessa della vita e la guida più sicura dell’esistenza. Le sue parole sono strumenti di orientamento, un vero “manuale dell’anima”, più necessario di qualsiasi guida tecnica creata dall’uomo: se per far funzionare una macchina complessa serve comprenderne ogni meccanismo, quanto più necessario è conoscere la struttura profonda del proprio cuore. Il senso dell’esistenza, nella prospettiva islamica, è vivere secondo Dio, compiere il bene, purificare il proprio sé: ogni prova, gioia, perdita o conquista contribuisce alla crescita spirituale e prepara alla felicità eterna. Il messaggio è universale. Il Corano si rivolge all’umanità intera, senza distinzioni di etnia, tribù o cultura, come ricordano i versetti: Sura al-Baqara 2:213: «Gli uomini formavano un’unica comunità; poi Allah inviò i profeti come guide…» Sura al-Ḥujurāt 49:13: «O uomini! Vi abbiamo creati da un maschio e una femmina, e vi abbiamo fatti popoli e tribù affinché vi conosciate. In verità, il più nobile fra voi, presso Allah, è il più pio.» Il Corano riconosce le altre tradizioni monoteistiche e i loro profeti — Abramo, Mosè, Gesù — sottolineando che giustizia e rettitudine contano più dell’appartenenza religiosa (Sura al-Baqara 2:62). Affida a pietà e bontà il ruolo di metro universale, valido per uomini e donne, ricchi e poveri, schiavi e liberi (Sura An-Nisā’ 4). Alla luce di ciò, è evidente che l’essere umano non è creato per rimanere in condizioni che danneggiano la sua anima. L’Islam guida verso la libertà, la crescita e la felicità spirituale. Ma l’umanità deve ancora imparare a far risuonare in sé questa verità. L’unità dell’umanità tra Rivelazione e Scienza La scienza moderna, sorprendentemente, restituisce un’eco della visione coranica dell’unità umana. La genetica e l’antropologia molecolare hanno dimostrato che tutti gli esseri umani condividono una stessa origine: il DNA umano è identico al 99,9% tra individui di ogni parte del mondo. Le differenze visibili, come i colore della pelle, degli occhi e dei capelli, sono variazioni minime, superficiali. La struttura fondamentale resta la stessa. Gli studi indicano che l’umanità discende da un gruppo ristretto di antenati africani vissuti circa 200.000 anni fa. La teoria dell’“Out of Africa” conferma così l’unità biologica della specie umana: un’unica radice, da cui si sono diffusi tutti i rami della grande famiglia umana. Questa scoperta scientifica dialoga perfettamente con il versetto: «O uomini! Vi abbiamo creati da un maschio e una femmina e vi abbiamo fatti popoli e tribù affinché vi conosciate…» (Sura al-Ḥujurāt 49:13) Così come la biologia ricorda che condividiamo lo stesso patrimonio genetico, il Corano sottolinea che la vera nobiltà risiede nella pietà e nella giustizia, non nel colore della pelle, nell’origine geografica o nella classe sociale. Siamo, in sostanza, una sola famiglia, un’unica umanità. E proprio come l’anima che ricerca la serenità, anche l’essere umano può muoversi, scegliere, crescere, trasformarsi, senza restare prigioniero di condizioni che lo rendono infelice. Scienza e Rivelazione concordano nel riconoscere la dignità, l’unità e il potenziale spirituale di ogni individuo. Alhamdulillah.
- La formula che smentisce il nulla: la Shahada e la logica contro l’ateismo
“La ilaha illa Allah” — Non c’è altro dio all’infuori di Allah.أشهد أن لا إله إلا الله وأشهد أن محمدًا رسول الله Ogni grande idea comincia con una negazione. La dichiarazione di fede islamica, la Shahada , non è un semplice atto di appartenenza: è un atto di liberazione. “Non c’è alcun Dio. ” Solo dopo questo rifiuto totale di ogni divinità presunta, di ogni idolo mentale o materiale, arriva l’affermazione: “Tranne Allah". ”È in questo passaggio, in questa frattura tra il “non” e il “tranne”, che si apre lo spazio del pensiero. La fede, qui, non è un abbandono della ragione: è il suo culmine. Nel nostro tempo, segnato da una crisi diffusa del sacro, le chiese si svuotano e le fedi tradizionali sembrano perdere presa sul mondo moderno. Molti si allontanano dalla religione non per ostilità, ma per disillusione: troppe incoerenze, troppe contraddizioni tra dogma e logica. Eppure, in mezzo a questa fuga dal trascendente, il Corano continua a esercitare un’attrazione singolare. La sua coerenza interna, la sua apertura alla riflessione e il suo dialogo con la conoscenza scientifica ne fanno, per molti, un testo sorprendentemente attuale. Il Corano non chiede di credere ciecamente. Invita, invece, a interrogare, osservare, comprendere. “Iqra” — Leggi — è la prima parola rivelata al Profeta. Non una preghiera, ma un imperativo all’intelligenza. È l’inizio di una tradizione che non teme la curiosità umana, ma la considera una via verso Dio. Nell’Islam, ragione e rivelazione non si escludono: si completano. La conoscenza è sacra quanto la preghiera, e la scoperta scientifica è vista come una forma di contemplazione. Molti studiosi e convertiti moderni hanno raccontato di aver trovato nell’Islam una rara armonia tra fede e razionalità. Il Corano, dicono, non chiede di scegliere tra il microscopio e la moschea, tra l’esperimento e la preghiera. Al contrario, li unisce in un’unica ricerca della verità. In diversi versetti, il testo sacro descrive fenomeni naturali con una precisione che, letta oggi, suscita stupore: lo sviluppo dell’embrione, la struttura degli oceani, la formazione del cosmo. Non è questione di trasformare il Corano in un trattato di scienze naturali, ma di riconoscerne la straordinaria coerenza con l’ordine del mondo. Questa coerenza si può cogliere anche nelle esperienze più quotidiane. In un giardino, ad esempio, dove tutto obbedisce a un ritmo che non è casuale: la crescita, la fioritura, la caduta, la rinascita. Ogni dettaglio è un frammento di un disegno più vasto, una manifestazione di quella che il Corano chiama ayat , i segni di Dio. Osservare la natura, in questa prospettiva, non è un esercizio estetico, ma un atto di conoscenza spirituale. L’idea di Dio nell’Islam è tanto rigorosa quanto poetica. Dire “Non c’è altro dio che Allah” significa riconoscere che il Creatore non appartiene al mondo che ha creato. Non è “in” uno spazio, perché è Colui che ha creato lo spazio stesso. L’Imam Ali lo ha espresso con limpida precisione: “Dio ha creato lo spazio per la Sua creazione, dunque non può essere limitato dallo spazio stesso. Egli è più grande di qualsiasi luogo che possa contenerLo.” E tuttavia, questa trascendenza non implica distanza. Il Corano afferma: “Siamo più vicini a lui della sua vena giugulare.” (50:16), e su questo tema tornerò. Dio non è confinato, ma presente. Non visibile, ma intimo. È la coscienza stessa dell’esistenza. In un altro versetto si legge: “A Lui appartengono le chiavi dell’invisibile; nessuno le conosce se non Lui. Egli sa ciò che è sulla terra e nel mare. Nessuna foglia cade senza che Egli lo sappia, né un granello nella tenebra della terra, né nulla di verde o secco che non sia scritto in un Libro chiaro.” (Corano 6:59) Poche righe bastano per delineare una teologia della conoscenza totale: un universo in cui ogni evento, dal moto delle galassie alla caduta di una foglia, è inscritto nella consapevolezza divina. È una visione in cui la scienza non si oppone alla fede, ma ne diventa linguaggio parallelo. Leggere il Corano, per chi vi si accosta con mente libera, è come immergersi in un oceano. All’inizio si nuota in superficie, dove il linguaggio è chiaro, lineare, quasi narrativo. Poi, gradualmente, si scende: i significati si moltiplicano, la prospettiva si amplia, e la logica stessa sembra dilatarsi per accogliere qualcosa di più grande di sé. A un certo punto, non si cerca più di capire con la mente: si comincia a riconoscere con il cuore, e anche su questo tema tornerò. Il Corano non è soltanto un libro da leggere: è un viaggio da intraprendere. Un testo che non impone, ma accompagna; che non chiude, ma apre. Nel suo linguaggio antico vibra una modernità sorprendente: l’invito a pensare, a osservare, a conoscere. Perché, in fondo, la fede, in Islam come nella filosofia, non nasce dall’assenza di ragione, ma dal suo compimento. E riconoscere questo è, già di per sé, un atto di fede.
- Mīzān: L’Islam dell’equilibrio in un mondo che vive di estremi
Il mondo contemporaneo è invaso da rumori assordanti, spesso fastidiosi, quasi apocalittici. Tutti cercano di farsi sentire, ma più il rumore aumenta, più l’equilibrio su cui ci sosteniamo, personale e comune, si incrina. Solo pochi detengono la vera conoscenza: individui capaci non solo di orientare e guidare, ma anche di mettere in discussione le nostre convinzioni più radicate. Secondo la tradizione islamica, Allah si rivolge unicamente a coloro che sanno ascoltare, a chi si muove nel silenzio e riconosce la dimensione sacra dell’assenza di suoni. Il silenzio, in questa prospettiva, non è mera quiete, ma uno spazio epistemologico e spirituale in cui si forma la consapevolezza. Chi ne fa esperienza osserva con introspezione e discernimento, senza cedere al giudizio. In tal senso, il silenzio diventa uno strumento di conoscenza: dissipa le menzogne generate dal caos, cura le ferite interiori e riapre l’accesso a un orientamento etico e spirituale che la modernità, in gran parte, ha smarrito. Il cammino autentico è quello che riconduce a Dio. Non è un sentiero di distruzione, ma una via di equilibrio, di misura e di armonia. L’Islam è Mīzān : il principio che regge l’universo, il respiro che mantiene ogni cosa nella sua giusta posizione. Camminare nel Mīzān è come avanzare su una corda tesa tra cielo e terra, con l’anima come bilanciere. Ogni passo richiede consapevolezza, ogni gesto custodisce una scelta: non oltrepassare il limite, non spezzare l’ordine. In questo equilibrio fragile e sacro risiede la vera libertà — quella che nasce dal riconoscere la propria dipendenza dal divino. Oggi, il principio del Mīzān è sistematicamente violato: nell’individuo, nelle società, nelle relazioni con la Natura. La corda si è arrovellata su sé stessa e nessuno riesce a disfare il nodo. Il nostro mondo materiale ha usurpato i confini del sacro. L’eccesso, la sopraffazione, l’ingiustizia e la menzogna hanno spezzato il Mīzān , come un ramo di un albero che a furia di tirarlo marcisce lentamente, morendo sul sottosuolo umido e bagnato di una giornata di novembre, mese in cui tutto è destinato a trapassare per ritornare alla sua natura. Anche gli esseri umani sono inciampati in un fosso di apatia condivisa, e la risalita, ora è ardua, se non addirittura impossibile. Il Corano preannuncia il declino dell’umanità soltanto quando la guida divina viene ignorata; al tempo stesso, tuttavia, offre costanti e insistenti occasioni di ritorno, invitando l’essere umano a ritrovare la retta via e a riallinearsi all’ordine voluto da Dio. La domanda che si dovrebbe porre, allora, è inevitabilmente provocatoria: perché non scegliamo di rialzarci? Il ritorno all’equilibrio richiede un gesto di rottura, una revisione radicale del nostro modo di vivere, delle priorità che abbiamo scelto e delle strutture economiche alle quali, quasi senza accorgercene, abbiamo consegnato la nostra libertà. Ci siamo auto schiavizzati, illudendoci di essere padroni. I desideri effimeri, gli interessi egoistici e il bisogno compulsivo di apparire ci hanno resi pigri nella menzogna, anestetizzati da un oblio che ci separa sempre più dalla verità. Così, mentre inseguiamo ombre, dimentichiamo la sostanza: la quiete che nasce dall’essere in equilibrio con Dio, con noi stessi e con il mondo. La saggezza del Corano non è un codice obsoleto: è una guida etica, sociale e spirituale, un richiamo a vivere entro limiti precisi, a praticare la giustizia, l’umiltà e la moderazione. Solo riallineando le nostre vite al Mīzān possiamo ricostruire, forse, ciò che è stato distorto. La stabilità dell’asse, intesa come principio universale, non appartiene solo all’Islam. Cristianesimo, Ebraismo, Induismo, Buddismo e tradizioni indigene enfatizzano anch’essi la giustizia, l’armonia e la misura come fondamenti di una vita autentica. Questa convergenza evidenzia una verità essenziale: il Mīzān non è negoziabile. È un principio divino, una responsabilità collettiva, un criterio imprescindibile per rigenerare il mondo, individualmente e socialmente. “E il cielo, Egli lo ha innalzato, e ha posto la bilancia, affinché non trasgrediate nell’equilibrio. Stabilite dunque il peso con giustizia e non alterate la bilancia.” — Sura ar-Raḥmān (55:7–9) “Noi porremo le bilance della giustizia nel Giorno della Resurrezione, e nessuna anima subirà torto. Anche se vi sarà il peso di un granello di senape, lo porteremo alla luce.” — Sura al-Anbiyā’ (21:47)







