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Un aggancio all’infinito

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 31 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Gli esseri viventi sono esseri “pronti”, non importa quante volte li ritocchi, e i giorni a Venezia mi hanno ispirato ad andare di nuovo “oltre”. Al di là del nostro misero viaggio terreno, alle volte illuminato in maniera esagerata dalla luce del sole, altre all’ombra di vecchie case, quasi rancide. Se rimango salda alle cose che passano, svanisco anche io e per questo ho cercato, sforzandomi, di leggere il cielo, per riconoscere ancora una volta che la misericordia divina è infinita ed illimitata. Se mi stendo sul terreno appassito o mi sdraio sul marciapiede umido, scelgo ciò che non dura. Se invece interpreto il mondo in modo poetico, umanamente, tengo in vita la speranza, anche quando tutto sembra fragile, come questa città, appesantita dai turisti che forse volevano vedere qualcosa che un giorno non ci sarà più, oppure, come me, cercare “non so cosa”. Ci sono riuscita, indirizzando lo sguardo oltre i ponti, oltre i canali, oltre la città, sempre più lontano. L’infinito è ciò che resta, quando il sole tramonta e i gabbiani si incrociano sui pontili, sfaldando le poche certezze che ci accomunano.


“Dio è l’Assoluto (As-Samad)”, (112:2) e dal Creatore tutto dipende, perché le nostre anime sono a Lui connesse, altrimenti non potrei scorgere ciò che si nasconde dietro le barriere di vetro. Mi piace utilizzare lo specchio per descrivere “ciò che resta”, perché spesso non restiamo che noi soli, e ce ne accorgiamo mentre ci cerchiamo in un modellino di Murano o vediamo la nostra estensione attraverso un oggetto qualsiasi. E in questi giorni in cui il sole scalda il cuore e il mare spruzza gocce di schegge bagnate, che fanno quasi male al tocco della pelle, l’orizzonte impallidisce e si disfa contemporaneamente, mostrando solo la luna e una piazza di viandanti che non vedo più. Quando mi concentro su un dettaglio, tutto il resto scompare dal mio campo visivo. Se mi chiedi che cosa ho apprezzato di più in questi giorni a Venezia, ti rispondo:

“Essere finalmente riuscita ad aggrapparmi all’eternità”, anche se la sensazione è durata pochi secondi, e “avere visto tante forme di vetro che girano su sé stesse” e “colori che si alternano per creare un quadro diverso da quello che ricordano le persone comuni”.


Questa è una testimonianza di una felicità autentica, di un viaggio fuori dal viaggio, perché la vita è spesso irradiata sia da una luce estrema, sia da un’ombra imperturbabile. Entrambe mi lasciano in silenzio.

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