Chi si aggrappa ai simboli vede perdita; chi cerca Dio trova comprensione
- Nora Amati

- 22 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Molti richiami arcaici emergono attraverso storie e il loro significato storico; dovremmo analizzare il modo in cui Allah (Dio) racconta queste narrazioni, perché c’è sempre una saggezza nascosta che spesso non cogliamo immediatamente nel significato apparente. Dovremmo migliorare la nostra capacità di contemplazione e riconoscere che il senso di ogni trama viene ricostruito e modificato delle varie culture.
Allah dice: perché pregate per gli oggetti o seguite ciò che non ha base? Che cosa sta allontanando le persone dalla giusta direzione?
Ora ci viene presentata una nuova realtà, ma la natura dell’essere umano è una sola. La religione passa da una generazione all’altra, ed è per questo che rischia di diventare una tradizione. Essa è il corpo, mentre gli abiti sono pensati per abbellirla e proteggerla; ma a volte succede che la religione stessa si perda (Nouman Ali Khan). Come puoi prenderti cura dei tuoi vestiti ma non di te stesso/a? Si aggiungono strati su strati… e l’attenzione finisce per concentrarsi sull’abito (il rituale), invece che sull’essenza.
Se segui qualcosa di cui sei veramente convinto perché lo ritieni vero, quando viene messo in discussione non ti smuovi: puoi difenderlo con ragione, non con una risposta emotiva. È qualcosa di profondamente radicato dentro di te.
Quando Allah cambiò la qibla, molti reagirono con confusione e opposizione. Non perché la direzione fosse importante in sé, ma perché veniva toccato qualcosa a cui i credenti si erano aggrappati esteriormente. Ed è lì che emerge il Corano con una parola potentissima: as-sufahā’ — gli stolti.
Non stolti per mancanza di intelligenza. Stolti perché interiormente superficiali, senza fondamenta.
La radice araba س-ف-ه (s-f-h) parla proprio di questo: frivolezza, instabilità e mancanza di profondità. As-sufahā’ corrisponde a coloro la cui interiorità è troppo leggera per sostenere il peso della verità. Una fede senza comprensione è fragile, poiché basta una domanda per incrinarla o una critica per farla cadere.
Chi è davvero convinto non teme il confronto e chi conosce la verità non si sente minacciato dalle domande, ma risponde con lucidità.
Seguire ciò che seguivano i tuoi padri, anche se sbagliato, ti farà sempre avere dubbi e tenderai a cambiare strada facilmente, a sentirti turbato quando qualcuno non condivide quella che ritieni essere la verità.
Allora, perché le persone si allontanano dalla giusta direzione? In fondo, a nessuno importa davvero se preghi in una direzione o in un’altra, ma quando qualcosa tocca personalmente ciò in cui credi. I musulmani seguono la religione di Abramo (religione originaria del monoteismo puro -tawḥīd-) e gli “abiti” dovrebbero servire a proteggere quella fede; ma oggi molte persone indossano i vestiti senza seguire un ordine e uno scopo.
Quindi, che cosa stanno facendo la tua eredità culturale e la tua tradizione? Ognuno di noi ha una cultura che risale a secoli fa; molti usi e costumi sono stati ispirati dall’Islam, ma non hanno realmente nulla a che vedere con l’Islam autentico.
Cambiare religione non significa necessariamente liberarsi dai condizionamenti. Anche chi abbraccia il Corano può, inconsapevolmente, sostituire vecchie tradizioni con nuove sovrastrutture culturali, confondendo appartenenza con comprensione. Ma il Corano non chiama all’imitazione: chiama alla riflessione.
Quando senti qualcosa che hai sempre creduto vero, ma scopri che non lo è, vieni messo alla prova — ed è lì che comincia il problema. Dovremmo recuperare la nostra capacità di dubitare in modo sano, di riflettere; perché quando le tradizioni, invece di proteggere la religione, la sostituiscono, nasce la divisione.
Il Corano richiama costantemente al discernimento, alla riflessione critica e alla responsabilità individuale della comprensione, non all’imposizione acritica di usi, costumi o tradizioni culturali. Le divisioni che hanno progressivamente attraversato il mondo musulmano si sono ampliate anche a causa di una carenza di approfondimento teologico ed ermeneutico, laddove lo studio rigoroso e la ricerca sincera del significato sono stati sostituiti dall’imitazione passiva e dall’adesione identitaria. Quando la religione cessa di essere un percorso di conoscenza e consapevolezza, trasformandosi in mera appartenenza culturale, il rischio non è soltanto la frammentazione comunitaria, ma l’allontanamento stesso dal messaggio originario della rivelazione.
E Allah ci ricorda qualcosa che abbatte ogni confine umano:
“Ad Allah appartengono l’oriente e l’occidente.”
Non il tuo gruppo. Non la tua cultura. Non la tua eredità.
Dio.
Tutto appartiene a Lui.
E forse proprio per questo la guida non arriva a chi difende ciecamente ciò che conosce… ma a chi ha ancora l’umiltà di cercare.
Perché una fede autentica non teme il dubbio sincero, ma lo attraversa.
“Ad Allah appartengono l’oriente e l’occidente; ovunque vi volgiate, lì è il Volto di Allah. In verità Allah è Immenso, Onnisciente.” (Surah Al-Baqarah, 2:115)
Questo versetto possiede una notevole profondità teologica ed ermeneutica, poiché decostruisce l’idea che la verità divina possa essere circoscritta a coordinate spaziali, appartenenze culturali o forme esteriori di identificazione religiosa. Sebbene la qibla rivesta un significato centrale nell’Islam in termini di obbedienza, disciplina spirituale e unità comunitaria, il testo coranico chiarisce che la presenza divina non è limitata da categorie geografiche o costrutti umani.
Il riferimento assume una particolare rilevanza se letto nel contesto del cambiamento della qibla, evento che costituì non solo una modifica rituale, ma una vera prova di discernimento spirituale. Poco oltre, infatti, il Corano afferma:
“Diranno gli stolti tra la gente: ‘Cosa li ha distolti dalla direzione verso cui erano rivolti?’” (Surah Al-Baqarah, 2:142)
Qui compare il termine as-sufahā’ (السفهاء), plurale di safīh, concetto che nella lingua araba non indica semplicemente mancanza di intelligenza, bensì superficialità di giudizio, leggerezza interiore e incapacità di cogliere il significato profondo oltre l’apparenza fenomenica.
Da una prospettiva esegetica, il contrasto tra questi due versetti appare particolarmente significativo: da un lato, l’affermazione dell’universalità e trascendenza divina; dall’altro, la reazione di coloro che riducono la religione alla dimensione formale e simbolica, incapaci di comprendere la finalità spirituale sottesa al comando.
La critica coranica non è dunque rivolta al rituale in sé, ma alla sua assolutizzazione quando esso viene svuotato del proprio significato interiore. In questa prospettiva, il cambiamento della qibla non riguarda semplicemente una direzione fisica, ma interroga la capacità dell’essere umano di distinguere tra forma e sostanza, tra tradizione ereditata e comprensione autentica della guida divina.
Che liberazione immensa in queste parole. Dio non appartiene alla nostra cultura, alle nostre abitudini, alle nostre interpretazioni tramandate senza riflessione. Siamo noi ad appartenere a Lui e dovremmo chiederci se stiamo seguendo la verità, non se stiamo praticando "una religione". La guida non è per chi ripete senza comprendere, ma per chi ha il coraggio di cercare davvero.




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