Non è la durezza che uccide, ma la chiusura
- Nora Amati

- 16 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Non era speciale, almeno all’apparenza. Giaceva sul letto di un fiume, dove l’acqua correva veloce e il tempo non aveva fretta. Era nato da una roccia più grande, spezzata dal gelo e dal peso della montagna. Quel sasso grigio aveva imparato a resistere: ogni giorno l’acqua lo urtava, lo spostava, facendolo rotolare. E col tempo, per adattamento, era diventato liscio.
Nel Corano, i sassi e le rocce compaiono più volte, non come oggetti inutili, ma come segni simbolici profondamente legati al cuore umano. Uno dei riferimenti più forti è questo versetto:
“Poi, dopo ciò, i vostri cuori si sono induriti e sono diventati come pietre, o persino più duri”(Corano, 2:74)
Qui la pietra rappresenta un cuore chiuso e freddo. Ma il versetto prosegue con un dettaglio sorprendente: non tutte le pietre sono uguali. Alcune si spaccano e fanno scorrere l’acqua, mentre certi cuori no.
“E in verità vi sono pietre da cui sgorgano i fiumi.”
Il sasso che dura nel tempo è proprio uno di questi: levigato dall’acqua, che nel linguaggio simbolico rappresenta la vita, la misericordia e la conoscenza. Il fiume che modella il sasso non lo distrugge, ma lo educa.
E allora la domanda sorge spontanea: perché facciamo così fatica ad accettare le critiche, le sofferenze, il dolore?
Se non veniamo “spaccati”, il nostro cuore rimane grigio ma spigoloso. Un terremoto, invece, lo spezza e permette all’acqua di sgorgare. Ogni movimento, in natura, ha il suo senso preciso.
A questo punto non è la durezza a condannare, ma la chiusura. Una pietra da cui passa l’acqua è più viva di un cuore che rifiuta.
Questo è uno degli insegnamenti più profondi del Corano, da cui si possono trarre molti significati.
Ti lascio riflettere sul sasso grigio, questo venerdì, e a trarne le tue conclusioni. Se vuoi, condividi nei commenti cosa ti suscita questo versetto.




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