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Lettere dimenticate – Venerdì da Ugarit

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 27 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Episodio X — L’ultimo venerdì

La notte aveva lavorato in silenzio, senza portare sogni o risposte, ma qualcosa di più sottile, uno spazio.

All’alba, il cortile era immobile. L’acqua della sera prima si era asciugata, ma il profumo del mare era rimasto sospeso nell’aria, come una parola non ancora detta, come spruzzi di acqua non ancora caduti.

Il ragazzo si sveglio prima degli altri, sentendo che quel giorno gli sarebbe appartenuto del tutto, come fosse già stato scritto, o forse solo atteso.

Entrò negli archivi senza esitazione, lo scriba era già lì. Non stava lavorando, né ordinando tavolette o levigando superfici, ma sedeva, semplicemente, accanto allo spazio dove erano custodite quelle spezzate.

E accanto a esse — la sua.

Il ragazzo non si avvicinò subito.

«È cambiata?» chiese.

Lo scriba scosse appena il capo.

«No. Ma tu sì.»

Il ragazzo sorrise, senza sapere se fosse vero, facendosi avanti.

La tavoletta era esattamente come l’aveva lasciata: il nome inciso all’inizio, le parole irregolari e l’ultima riga non terminata, come una finestra lasciata aperta.

Eppure, qualcosa era diverso, non nella forma, ma nel modo in cui lo guardava.

La madre entrò poco dopo, senza dire nulla. Si fermò accanto a lui, come nei giorni precedenti, ma questa volta i suoi occhi non cercavano. Riconoscevano soltanto.

Il ragazzo prese la tavoletta tra le mani. Era più leggera di quanto ricordasse, o forse era lui ad aver smesso di trattenerla.

«Oggi…» iniziò, poi si fermò.

Non c’era una domanda da fare.

Lo scriba si alzò lentamente.

«Oggi non si scrive per aggiungere», disse. «Si scrive per lasciare andare.»

Il ragazzo abbassò lo sguardo sulla superficie incisa e per un istante pensò di non fare nulla, lasciando la tavoletta cosi com`era, perfettamente incompleta.

Poi capì.

Non doveva riempire lo spazio, ma riconoscerlo.

Posò lo stilo, senza incidere parole. Tracciò solo un segno.

Sottile, quasi invisibile. Non una lettera, non un simbolo degli archivi, ma una linea che non chiudeva, ma accompagnava ciò che già c’era.

Un gesto, più che una scrittura e quando si fermò, non guardò subito.

Inspirò, e lasciò andare.

La madre appoggiò una mano sulla sua spalla.

«Adesso sì», disse piano.

Il ragazzo sollevò lo sguardo.

«Adesso cosa?»

Lei esitò, come sempre faceva davanti alle cose vere.

«Adesso non appartiene più solo a te.»

Lo scriba prese la tavoletta, ma non la portò né tra quelle spezzate, né la mise tra i registri.

La depose in uno spazio vuoto, appena visibile, tra due file di archivi. Uno spazio che fino al giorno prima non esisteva.

«Questo posto», disse, «non è per ciò che è completo e neanche per ciò che è perduto.»

Il ragazzo lo guardò.

«E per cosa, allora?»

Lo scriba sorrise appena.

«Per ciò che continua.»

Il vento entrò dagli ingressi aperti, muovendo leggermente le tende e per un istante, sembrò che le tavolette respirassero.

Il ragazzo uscì nel cortile, mentre il sole era già alto, ma non accecava. Illuminava senza chiedere nulla. Il mare, invece, si sentiva più vicino, presente.

La madre lo raggiunse.

«Tornerai?» gli chiese.

Il ragazzo guardò verso l’ingresso degli archivi, poi verso il mare, poi verso le sue mani.

«Non come prima», rispose.

Non era una perdita, ma un’apertura. Rimasero tutti in silenzio, ma non perché non sapessero cosa dire, ma perché alle volte parlare non serve più.

Dentro gli archivi, lo scriba si fermò davanti allo spazio nuovo e per un istante, parve ascoltare. Non più le voci del passato, né quelle del futuro che non si conosce, ma il momento, il qui ed ora.

E allora, per la prima volta, non registrò nulla. Non catalogò, non spiegò, ma lasciò tutto così com’era.

Uno spazio vivo, un campo aperto.

Quando il sole iniziò a scendere, Ugarit non era cambiata.

Eppure, nulla era più come prima. Da qualche parte, tra le tavolette, esisteva ora un luogo che non conservava, ma accoglieva soltanto.

E quella sera, mentre il mare continuava il suo dialogo antico con la riva, il ragazzo capì. Comprese che non tutte le lettere sono destinate a essere lette. Alcune esistono per rendere possibile ciò che verrà scritto dopo.

E gli archivi, finalmente, avevano imparato a lasciare una dimensione indefinita, non per ricordare, ma per permettere.

E così, nell’ultimo venerdì, non si chiuse una storia, ma si aprì una nuova possibilità, silenziosa ed immensa.

Come una tavoletta che aspetta, senza fretta, il prossimo gesto umano.


“Leggi! E il tuo Signore è il più generoso, Colui che ha insegnato con il calamo, ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva.”

(Sura 96:3–5)


 

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