Contro l’amore romantico: perché la verità religiosa è più onesta della libertà occidentale
- Nora Amati

- 5 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Biologia, fede e disgregazione sociale nel mito contemporaneo dell’amore
Ci è stato promesso che l’amore romantico fosse libertà e salvezza. I fatti mostrano altro: legami fragili, famiglie disgregate, solitudine strutturale. Questo saggio interroga quella promessa e propone una lettura teologica e antropologica in cui la verità religiosa, pur disilludendo, appare più aderente alla natura umana.
L’essere umano attraversa un processo di rinnovamento continuo, biologico e simbolico, che raramente viene riconosciuto come tale. Le cellule si rigenerano, le ossa si rinnovano nel corso degli anni, l’identità stessa muta di giorno in giorno; eppure, l’idea della Risurrezione — intesa non solo in senso escatologico, ma come trasformazione permanente dell’essere — viene spesso respinta o ridotta a mito. Ogni individuo non è mai identico a se stesso nel tempo, e tale impermanenza non rappresenta una perdita, bensì una condizione necessaria dell’esistenza.
L’accettazione di questa transitorietà rende meno traumatico il confronto con la finitezza. Il tempo assegnato all’essere umano è limitato e ineludibile: può concludersi tra un istante o tra decenni, ma non è arrestabile. Ne deriva che il fine dell’esistenza non dovrebbe essere ridotto alla semplice ricerca del piacere o del benessere, bensì alla comprensione, all’apprendimento e al superamento delle prove che la vita impone.
In questa prospettiva, il pensiero di Khalil Gibran risulta particolarmente illuminante. L’invito a seguire il proprio cuore, anche quando ciò conduce alla sofferenza e allo spogliamento interiore, suggerisce che l’amore stesso possa costituire una prova iniziatica. Amare qualcuno che inevitabilmente si perderà — per scelta, per mutamento o per destino — insegna che anche i legami umani sono contingenti, imperfetti e non assoluti. Il loro scopo ultimo non è il possesso reciproco, ma il ricondurre l’individuo a una dimensione trascendente, a Dio.
La perdita dell’amore non rappresenta dunque un’anomalia, bensì un’esperienza universale. L’amore, in quanto sentimento, è per sua natura instabile e temporaneo; come ogni stato emotivo, non può essere fissato né garantito. Accettare precocemente questa realtà consente di accedere a una forma di serenità più matura, fondata non sulla dipendenza affettiva, ma sull’equilibrio interiore.
È in questo stato di pace che diviene più comprensibile il senso profondo dell’Islam, inteso come sottomissione consapevole all’ordine della realtà. La relazione di coppia cessa di essere l’elemento fondativo dell’identità individuale, e le priorità, in particolare per la donna dopo la formazione di una famiglia, subiscono una trasformazione sostanziale. Emergono esigenze di stabilità, sicurezza, cooperazione e amicizia, accompagnate da un amore per sé che rende superflua la centralità esclusiva dell’uomo nella definizione del proprio valore.
Da questa prospettiva, l’idea romantica dell’amore come fusione totale e perpetua appare come una costruzione culturale recente, amplificata dall’immaginario mediatico occidentale. La distinzione dei ruoli biologici — l’uomo orientato alla diffusione, la donna all’accoglienza e alla continuità — viene spesso negata in nome di un’eguaglianza intesa in modo astratto, anziché funzionale. Ciò non implica una gerarchia di valore, ma una differenziazione di compiti che ha storicamente garantito la sopravvivenza e la stabilità delle società umane.
Il rifiuto di tale realtà biologica e sociale ha coinciso con un aumento esponenziale delle fratture familiari: divorzi, nuclei monoparentali, isolamento economico e psicologico delle madri, fragilità crescente dei figli. Parallelamente, l’enfasi sull’autorealizzazione individuale e sull’ego ha progressivamente eroso le reti di sostegno collettive.
L’amore, inteso come passione romantica, si rivela così un’esperienza transitoria; ciò che permane è piuttosto la compassione, la responsabilità verso l’altro e la comunità. Tuttavia, anche questi valori sembrano oggi subordinati a una logica di consumo affettivo, in cui il tradimento e l’instabilità relazionale diventano fenomeni sistemici.
Mettere in discussione il modello della donna-principessa e dell’uomo come fonte esclusiva di validazione emotiva non significa negare la dignità femminile, ma sottrarla a un paradigma illusorio. Le narrazioni dominanti hanno spesso prodotto l’effetto opposto a quello promesso: un aumento della solitudine, della precarietà e della disgregazione familiare.
Il Corano, nella sua radicale sincerità, non addolcisce questa condizione. Proprio per questo può risultare scomodo: disillude, smaschera e costringe a confrontarsi con la natura umana per ciò che è, non per ciò che si vorrebbe fosse. La libertà concessa all’uomo nei suoi ruoli è bilanciata da obblighi materiali e morali; la donna, rinunciando alla pretesa di esclusività simbolica, può paradossalmente accedere a una forma di libertà più concreta e autonoma.
Accettare di non essere “l’unica” non equivale a negare il proprio valore, ma a sottrarlo alla dipendenza dal riconoscimento altrui. In questo senso, la provocazione non è un attacco alla dignità umana, bensì un invito a riconsiderare i fondamenti su cui essa viene costruita.



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