Il barile prima del nome
- Nora Amati
- 2 giorni fa
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La guerra è quella macchia elegante, lucida come petrolio appena versato: non sporca subito, no, prima ti ipnotizza. Scivola lenta, ti entra negli occhi, e mentre ti chiedi che odore abbia, ti ha già frantumato il cuore in miliardi di schegge riciclabili. È sostenibile, la guerra. Produce silenzio, amnesia e corpi senza etichetta.
Il barile, poi, è sempre pieno. Non si sa bene da chi, ma è già pronto prima ancora di essere lanciato sui civili innocenti. Un servizio impeccabile: consegna rapida, destinatari sbagliati. Ma tranquilli, è tutto “collaterale”.
Mi ricordo un ragazzo incontrato mentre lavoravo in un centro per rifugiati. Non ricordava il suo nome. Né il paese. Né il motivo per cui fosse lì. Un capolavoro di pulizia. Uno dei tanti “silenziati”: il cervello lavato a secco da un sistema che detesta le macchie della memoria. Ricordare è pericoloso, sporca le narrazioni ufficiali. Meglio cancellare tutto, come una lavagna dopo la lezione di storia — tanto, chi la ascolta davvero?
A questo punto viene da pensare che sia più dignitoso annegare direttamente nel barile, prima che arrivi a riva. Perché quando la macchia tocca la spiaggia, non sporca solo le vittime: imbratta anche gli spettatori, quelli col gelato in mano e l’opinione “equilibrata”. “È complicato”, dicono, mentre il petrolio gli arriva alle caviglie.
Sembra un controsenso, ma è un sistema perfetto, oliato meglio del barile stesso. I leader mondiali non fanno la guerra: giocano a tennis. Si lanciano missili come palline, si stringono la mano a fine partita, e chi sta nel campo — uomini, donne, bambini — muore per mantenere il punteggio interessante. Applausi dal pubblico. Match trasmesso in diretta. Sponsor soddisfatti.
Game, set, massacro.



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