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Lettere dimenticate – Venerdì da Ugarit

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 13 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Episodio IV


A Ugarit, il mare significava attesa, in quanto le navi entravano ed uscivano dal porto trasportando legni di cedro, metalli, stoffe tinte di porpora e ancora prima che le merci venissero scambiate e le parole dei mercanti si intrecciassero come reti, c’era un momento di pausa.

Sulle tavolette, gli scribi annotavano nomi e quantità, ma tra una riga e l’altra restava uno spazio invisibile, durante il quale si ascoltava. Non si trattava solo di commerciare o di trattare scambi, ma anche di riconoscere che ogni nome inciso sull’argilla era un volto, come ogni cifra una promessa.

La città di Ugarit viveva di affari, ma non solo di beni. Lì si scambiava la fiducia e questa, come il grano, richiedeva pazienza per crescere, attraversando stagioni anche meno promettenti.

C’è una lezione nascosta in quelle contrattazioni antiche: non tutto ciò che ha valore è visibile a prima vista. Alcuni accordi maturano lentamente, come l’inchiostro che si asciuga sull’argilla fresca. Se si ha fretta di toccarlo, si cancella.

Anche nelle nostre vite ci sono porti interiori, luoghi dove attraccano pensieri nuovi, incontri inattesi, possibilità che chiedono spazio, ma non tutto deve essere deciso subito. Alcune scelte hanno bisogno di sedimentare, come il limo che il mare deposita pazientemente sulla riva.

Gli scribi lo sapevano: scrivere era un atto definitivo. Per questo, prima di incidere osservavano, ascoltavano e verificavano. Una volta tracciata la parola, la memoria veniva condivisa.

Oggi, venerdì, fermati un momento prima di incidere le tue decisioni nella pietra dell’abitudine. Chiediti se hai ascoltato abbastanza, se hai lasciato che il silenzio facesse il suo lavoro. Non tutto ciò che arriva deve restare, e non tutto ciò che tarda è perduto.

Quando il sole calava sul porto e le ombre si allungavano tra i magazzini, la città rallentava. Restavano il rumore lieve dell’acqua contro le banchine e il profumo del legno salmastro. Era in quell’ora che si comprendeva una verità semplice: ciò che attraversa il mare cambia forma, ma non perde sostanza.

Il prossimo venerdì torneremo ancora tra le pietre antiche, per scoprire come ciò che sembra passaggio diventi radice, e come ogni attesa custodisca una trasformazione silenziosa.

Perché anche noi, come le navi di Ugarit, siamo fatti per partire e per tornare — e in ogni ritorno lasciamo un segno che ci rende diversi da come eravamo.


 

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