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Lettere dimenticate - Venerdì da Ugarit

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 21 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 21 feb

Episodio V


A Ugarit il vento cambiava direzione senza avvertire nessuno. Bastava uno scarto impercettibile nell’aria perché le vele si tendessero in modo diverso e le rotte venissero corrette di pochi gradi, quanto bastava per approdare altrove.

Quella mattina il porto si svegliò sotto una luce lattiginosa. Una nave giunta nella notte attendeva l’ispezione: portava stagno dalle terre lontane e anfore sigillate con cera scura. Nessuno parlava ad alta voce: c’era qualcosa nei viaggi troppo lunghi che imponeva rispetto.

Nel magazzino orientale, uno scriba più anziano del solito passava le dita su una tavoletta ancora grezza, ma non scriveva. La teneva soltanto tra le mani, come si fa con un oggetto fragile. Aveva imparato che non tutte le notizie meritano subito un’incisione, in quanto alcune devono essere prima custodite nel silenzio, finché trovano il loro posto tra le cose che restano.

Un ragazzo, apprendista, osservava. Aveva fretta di incidere segni netti, di lasciare traccia del proprio gesto. «Se non scriviamo, andrà perduto», disse piano.

L’anziano scosse il capo. «Non tutto ciò che è taciuto si perde. A volte si prepara.»

Fuori, i mercanti contrattavano con voci misurate. Il valore dello stagno non era solo nel peso, ma nella fiducia che lo accompagnava: proveniva da mani sconosciute, da mari attraversati senza garanzie. Ogni carico era un atto di fiducia sospeso tra partenza e approdo, un non sapere immediato.

Così è anche per noi. Ci sono parole che vorremmo pronunciare subito, decisioni che desideriamo fissare per sentirci al sicuro, tuttavia alcune verità chiedono di viaggiare dentro di noi prima di trovare forma all’esterno. Se le incidiamo troppo presto, rischiamo di scrivere paura al posto di saggezza.

Verso sera, finalmente, lo scriba prese lo stilo e incise pochi segni essenziali, come i nomi, la quantità e la provenienza, aggiungendo però uno spazio più ampio del necessario, come una pausa tra due righe. L’apprendista lo notò.

«Perché lasci vuoto?»

«Per ricordare che ogni storia continua», rispose.

Quando il sole tramonto’, il porto respirò più lentamente. La nave straniera era ormai parte del paesaggio, come se fosse sempre stata lì. Ciò che era arrivato da lontano aveva trovato una dimora temporanea.

Il prossimo venerdì entreremo nelle case di Ugarit, oltre i magazzini e le banchine, per scoprire cosa accade quando il commercio lascia spazio alla memoria domestica — e come le lettere non inviate possano cambiare il destino di chi le conserva.

Perché non tutto ciò che viaggia cerca un mercato. Alcune cose attraversano il mare soltanto per insegnarci ad accogliere.

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