Lettere dimenticate – Venerdì da Ugarit
- Nora Amati

- 27 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Episodio VI
La casa con il cortile d’ombra
A Ugarit il mare insegnava a partire; mentre le case dicevano di restare.
Il venerdì entrava dalle soglie prima ancora che dalle strade, silenzioso, fingendo di muovere l’aria nei cortili interni, mentre le giare trattenevano il fresco della notte e le tende di lino lasciavano filtrare una luce più debole, anche se nascosta.
La città, invece, respirava nelle stanze: è lì che ci si incontrava veramente, fra le pareti che avevano ascoltato più di quanto avessero detto le persone.
In un abitazione non lontana dal porto, una donna disponeva anfore e panini piccolissimi su una tavola di legno piuttosto bassa, lentamente, come se ogni movimento fosse misurato, rispondendo ad un ritmo arcaico.
Sul fondo del cortile, invece, accanto a un melograno, c’era una cassa di legno che custodiva oggetti non più utili a nessuno, tantomeno al commercio. Si trattava di tessuti consunti, di forme che sembravano rame ossiderato e di una tavoletta d’argilla mai consegnata. Questa non era ufficiale, ma una di quelle che registrano stagno e orzo, più piccola e incisa, in cui erano visibili tagli profondi, anche se interrotti.
Il marito della donna era partito anni prima su una nave diretta verso occidente. Non si parlava di perdita, allora; solo di un lungo viaggio. La differenza era sottile, ma sufficiente a tenere accesa una lampada ogni sera.
Il figlio maggiore, ormai uomo, era a conoscenza della tavoletta. L’aveva vista una volta soltanto, quando da ragazzo aveva cercato tra gli arnesi del padre, riconoscendola proprio grazie al nome inciso a metà, come se la mano si fosse fermata prima di terminare il lavoro.
«Perché non l’hai mai finita?» chiese un giorno alla madre.
Lei sorrise senza difendersi. «Perché non sapevo quale saluto scegliere. Quello di chi attende o quello di chi lascia andare.»
Nelle case di Ugarit le parole non terminate assumevano un peso diverso da quelle spedite via mare. Restavano, si depositavano negli angoli dei quartieri asciutti come granelli di polvere invisibili, cambiavano significato con il tempo e una lettera trattenuta non significava sempre vigliaccheria; talvolta era misericordia verso sé stessi. Scrivere voleva dire fissare, mentre non farlo significava permettere al cuore di mutare.
Quella sera, mentre il vento piegava appena le foglie del melograno, il figlio prese la cassa e la portò in mezzo al cortile. La madre non lo fermò. Si sedettero uno di fronte all’altra, come davanti a un ospite invisibile.
«Forse ora sai quale saluto usare», disse lui.
La donna accarezzò la superficie secca dell’argilla. Gli anni avevano reso le incisioni più morbide, come se la materia avesse a sua volta conosciuto la pazienza. Prese uno stilo sottile, ma aggiunse solo questo: La casa ha continuato a respirare.
Non era un’accusa, né una supplica, ma una testimonianza come tante.
Poi, invece di sigillare la tavoletta, la posò accanto al focolare, dove il calore non la distrusse subito ma la indurì, dandole una forma definitiva.
A Ugarit si commerciavano metalli e spezie, ma nelle case si trattava di custodire memorie. Ogni famiglia ne aveva almeno una, sospesa tra la partenza e il ritorno, ma non tutte cercavano una risposta, in quanto il non sapere avvolgeva il vuoto dell’assenza in un passato remoto più facile da accettare.
Quando scese la notte, il cortile era tranquillo. La lampada accesa non attendeva più un passo sulla soglia, ma illuminava ciò che già c’era: una tavoletta compiuta, un figlio divenuto uomo e una donna che aveva finalmente scelto il suo saluto.
Il mare, poco lontano, continuava il suo andirivieni instancabile, ma in quella dimora qualcosa aveva smesso di oscillare.
Il prossimo venerdì torneremo verso le mura più alte della città, dove gli archivi custodiscono non solo conti e trattati, ma nomi cancellati e riscritti. Perché a volte il destino non cambia quando arriva una nave, ma quando qualcuno decide quale parola incidere, e quale lasciare andare.




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