Lettere dimenticate – venerdì da Ugarit
- Nora Amati

- 6 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Episodio VII
Le mura di Ugarit, quando il sole scivolava basso, avevano il colore dell’ocra screpolata e apparivano asciutti. Eppure, custodivano l’eco di chi era passato di lì, contando le merci e di coloro che avevano perso le parole, lasciandole sospese tra i mattoni e la polvere.
Quel venerdì, il figlio e la madre erano tornati nel cortile dove la tavoletta aveva trovato riposo, ma il silenzio non era più lo stesso, in quanto era stato condiviso, abitato, e reso più denso. Ogni ombra sulle pareti pareva ora portare un nome, un ricordo che non chiedeva perdono, ma rispetto.
Dalla strada, un carretto cigolante annunciava l’arrivo di qualcuno. Non era il padre, eppure la città insegnava che anche un passo estraneo poteva far riemergere il passato. Era un giovane scriba, inviato dagli archivi cittadini, con un rotolo di pergamena appena srotolato. La madre lo accolse senza meraviglia, come se il vento stesso avesse guidato il ragazzo fino a quel cortile.
«Questa pergamena», disse lui, «riporta nomi che nessuno ha più osato pronunciare. Alcuni sono stati dimenticati, altri volutamente cancellati».
Il figlio osservò le lettere tracciate con inchiostro nero e rosso: conti, elenchi, saluti incompiuti… e alcune righe che sembravano rispondere alla tavoletta lasciata sul focolare.
«Ogni parola ha un peso», disse lui, «e alcune resistono persino all’oblio».
La madre si chinò, sfiorando i caratteri con la punta delle dita. Non c’era nostalgia in quel gesto, ma riconoscimento e le parole, come la tavoletta, erano sopravvissute grazie alla pazienza e al silenzio di chi le custodiva.
All’improvviso, una brezza proveniente dal mare fece danzare le tende di lino, appese per ombreggiare il cortile, portando con sè un odore di sale e legno antiquato. Uno di quei profumi che rianima i cuori. Sembrava che la città stessa volesse ascoltare e così, il giovane scriba parlò ancora, indicando un nome inciso sul bordo del rotolo: «Questo… era destinato a partire senza addio».
Il figlio comprese che il passato non si misura solo in assenze o ritorni, ma anche nei legami silenziosi che qualcuno decide di mantenere vivi. Non era più solo la madre a scegliere il saluto: ora lo faceva l’intera città, attraverso chi scriveva e chi leggeva, chi lasciava andare e chi custodiva.
Quando il sole scomparve dietro le mura, il cortile si riempì di una luce più calda di qualsiasi lampada. La madre si alzò, prese la pergamena e, con un gesto lento e deciso, la posò accanto alla tavoletta. Il figlio si sedette accanto a lei. Nessuno parlò; eppure, ogni parola mancata aveva trovato il suo posto.
Quel venerdì, come tutti i precedenti e quelli a venire, insegnò che Ugarit non era soltanto un luogo di mercati e di navi, ma un posto dove le memorie si misurano con la pazienza, e dove una parola scritta o trattenuta può cambiare l’eco del mondo, anche quando nessuno osserva.
E il mare, immutabile, continuava a ritornare e ripartire, portando con sé le lettere dimenticate, ma lasciando dietro la certezza che qualcuno, da qualche parte, aveva scelto finalmente quale parola incidere, e quale lasciar andare.




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