Lettere dimenticate - Venerdì da Ugarit
- Nora Amati

- 13 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Episodio VIII
La notte era passata lentamente su Ugarit, come un panno scuro disteso sopra le mura, i tetti e i cortili. Quando il mattino arrivò, non lo fece con rumore, ma con una luce pallida che filtrava tra le tende di lino, posandosi sulla tavoletta e sulla pergamena rimaste una accanto all’altra.
Il figlio si svegliò prima degli altri suoni della città. Prima dei mercanti, prima dei portatori d’acqua, prima persino del richiamo lontano dei marinai al porto.
Per un momento rimase immobile.
Le due scritture — argilla e pergamena — sembravano dialogare senza voce. L’antico e il recente, la memoria scavata e quella ancora fragile.
La madre uscì poco dopo, con il passo calmo di chi conosce il peso dei giorni. Portava una piccola brocca e versò dell’acqua sul pavimento del cortile, per trattenere la polvere.
«Stanotte ho sognato gli archivi», disse.
Il figlio sollevò lo sguardo.
«Gli archivi?»
Lei annuì. «Sale lunghe, piene di tavolette. Ma molte erano spezzate. Alcune mancavano proprio.»
Il giovane scriba tornò più tardi, quando il sole aveva già scaldato le pietre del cortile. Non portava più il rotolo aperto del giorno prima, ma una piccola tavoletta grezza, ancora morbida.
«Gli archivi mi hanno chiesto di fare una cosa insolita», disse.
La madre lo invitò a sedersi.
«Che cosa?»
Lo scriba posò l’argilla fresca sul tavolo basso.
«Continuare una lettera che non è mai stata terminata.»
Il figlio corrugò la fronte. «Di chi?»
Il ragazzo esitò, come se pronunciare quel nome potesse spostare qualcosa nell’aria.
«Di tuo padre.»
Il cortile non cambiò, eppure sembrò farsi più quieto.
Il figlio guardò la tavoletta lasciata sul focolare nei venerdì precedenti. Quella che aveva custodito parole mai consegnate.
«Ma lui non è qui», disse piano.
«Lo so», rispose lo scriba. «Proprio per questo.»
Poi prese lo stilo e lo pose accanto all’argilla.
«Negli archivi si conservano le parole che sono state scritte», spiegò. «Ma la città vive anche di quelle che qualcuno deve ancora trovare.»
La madre non intervenne subito. Camminò lentamente fino al tavolo e osservò la superficie liscia della tavoletta.
«Chi deve scriverla?» chiese.
Lo scriba guardò il figlio.
Il ragazzo rimase a lungo in silenzio. Il mare, non lontano, si faceva sentire con un respiro lento.
«Se scrivo», disse infine, «non saprò dove mandarla.»
La madre sfiorò il bordo dell’argilla con la stessa delicatezza con cui aveva toccato la pergamena il giorno prima.
«Non tutte le lettere devono partire», rispose.
Il figlio prese lo stilo, ma non scrisse subito. Guardò le mura del cortile, le tende mosse dal vento marino e la tavoletta antica accanto alla pergamena degli archivi. Poi incise la prima linea, ma non era un saluto, né una domanda, ma soltanto un nome.
Il nome che la città aveva quasi dimenticato, ma che il mare, ogni notte, sembrava ancora ricordare.
Lo scriba osservò senza parlare, mentre la madre chiuse gli occhi per un istante, come chi riconosce il suono di una parola che ha atteso a lungo.
Quando il sole si alzò più in alto, il cortile non era più soltanto un luogo di memoria, ma un luogo di inizio.
E da quel venerdì, negli archivi di Ugarit, tra conti di grano e registri di navi, cominciò a esistere anche una nuova tavoletta. Una lettera senza detinazione, ma con una voce.
E il mare, come sempre, continuava a portare via alcune parole… mentre altre restavano, pazienti, ad aspettare il prossimo venerdì.




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