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Lettere dimenticate – Venerdì da Ugarit

  • Immagine del redattore: Nora Amati
    Nora Amati
  • 20 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

Episodio IX

Il nome inciso rimase sulla tavoletta come una soglia, ma non era solo un segno, bensì un’apertura, una porta che nessuno aveva osato toccare, e che ora, senza rumore, si era socchiusa.

Il figlio posò lo stilo e per un istante temette che aggiungere altro potesse rompere qualcosa, come se il nome bastasse già a evocare troppo.

Lo scriba, però, non distolse lo sguardo.

«Le prime parole», disse piano, «non chiedono di essere perfette, ma di esistere.»

Il ragazzo inspirò lentamente, mentre il profumo dell’acqua versata sul cortile si mescolava a quello del mare.

Poi riprese lo stilo, incidendo linee più incerte, perché non seguivano la forma delle lettere ufficiali, né quella dei messaggi commerciali. Erano parole che cercavano un equilibrio tra ciò che era stato taciuto e ciò che non era mai stato detto.

Scrisse senza alzare lo sguardo, come se temesse che qualcuno potesse fermarlo.

La madre rimase accanto, ma non lesse ancora. Quando il sole raggiunse il centro del cielo, il ragazzo si fermò, ma non perché avesse finito. Semplicemente, qualcosa dentro di lui aveva trovato un primo punto di quiete.

«Non è una lettera», disse, quasi giustificandosi.«Non come quelle degli archivi.»

Lo scriba accennò un sorriso.

«Gli archivi cambiano», rispose. «A volte lentamente. A volte quando qualcuno scrive qualcosa che prima non esisteva.»

Il figlio guardò la tavoletta. Non c’erano richieste, né saluti formali. Nessuna indicazione di un luogo o di un viaggio; solo frammenti di ricordi, domande sospese, immagini del cortile, del mare e della madre.

E quel nome, all’inizio, che teneva tutto insieme.

«Se nessuno la leggerà», chiese, «che senso ha?»

La madre aprì gli occhi.

«Tu l’hai letta mentre la scrivevi», disse. «E forse lui…»Si fermò, lasciando la frase incompleta.

Il vento si alzò leggermente, muovendo le tende.

Lo scriba prese un piccolo strumento e, con attenzione, levigò un angolo della tavoletta.

«Negli archivi», spiegò, «ci sono lettere che non hanno mai raggiunto la loro destinazione. Eppure sono rimaste, per chi, un giorno, avrebbe avuto bisogno di trovarle.

Il figlio rimase in silenzio. Poi, quasi senza pensarci, aggiunse un’ultima riga, un’altra apertura.

Quando posò lo stilo, le ombre del pomeriggio avevano già iniziato ad allungarsi.

Lo scriba prese la tavoletta con entrambe le mani.

«Questa non verrà messa tra i registri», disse. «Avrà un altro posto.»

«Dove?» chiese il ragazzo.

Lo scriba esitò, come se la risposta non fosse del tutto sua.

«Vicino alle tavolette spezzate.»

La madre sollevò lo sguardo.

«Perché lì?»

«Perché», rispose lui, «sono quelle che continuano a parlare più a lungo.»

Il figlio osservò la tavoletta mentre veniva portata via e per la prima volta, non sentì il bisogno di trattenerla.

Il cortile sembrava diverso ora: non era più soltanto pieno di ciò che mancava, ma anche di ciò che aveva appena iniziato ad esistere.

Quando il sole iniziò a scendere, il mare tornò a farsi sentire più forte.

E quella sera, tra il rumore delle onde e il silenzio delle mura, il ragazzo si accorse di qualcosa.

Non aveva scritto per colmare un’assenza, ma per lasciare una traccia. Alcune tracce, come le onde sulla riva, non restano per essere viste, ma per essere ricreate.

E mentre la notte riavvolgeva lentamente Ugarit, negli archivi si aggiungeva un nuovo spazio invisibile —non per conservare ciò che era stato perduto,ma per accogliere ciò che, il prossimo venerdì, l’ultimo venerdì, avrebbe trovato ancora voce.

 


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