Oltre la macchina
- Nora Amati
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 2 min
Cosa insegna il Corano sull’intelligenza artificiale
L’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale è spesso caratterizzato da un linguaggio apocalittico o salvifico, che riflette più le proiezioni emotive dell’uomo che le reali capacità delle macchine. L’idea che l’essere umano possa essere superato o sostituito da sistemi artificiali presuppone una concezione riduttiva sia dell’uomo sia dell’intelligenza stessa, limitata a processi di calcolo, previsione e risposta. In questa prospettiva, il problema non è la tecnologia in sé, ma il significato che le viene attribuito.
La paura che una macchina possa “conoscere” l’uomo meglio di quanto egli conosca se stesso deriva da una confusione tra comprensione e simulazione. Un sistema artificiale può riconoscere schemi, correlare dati, anticipare comportamenti; ma tali operazioni non implicano coscienza, intenzionalità o responsabilità morale. Attribuire alla macchina una forma di interiorità equivale a proiettare su di essa un bisogno umano: quello di essere visti, ascoltati, confermati. In altre parole, l’intelligenza artificiale diventa uno specchio, non un soggetto.
Da qui emerge una questione più profonda: se l’uomo è disposto a dialogare per ore con una macchina, che cosa sta realmente cercando? Non una verità, ma un’interlocuzione priva di rischio; non un giudizio, ma un consenso modulabile. La macchina risponde senza contraddire radicalmente, senza porre un limite invalicabile. Questo la rende rassicurante, ma anche epistemologicamente sterile: ciò che conferma non necessariamente è vero e può anche essere pericoloso.
Il confronto con la dimensione teologica introduce allora una distinzione essenziale. Se Dio viene inteso non come un’entità mitologica o culturalmente datata, ma come principio ultimo dell’essere e dell’ordine, il rapporto con Lui non può essere ridotto a un semplice scambio informativo. La risposta divina — qualunque forma le si attribuisca — non è immediata né personalizzabile; non si piega alle aspettative dell’interlocutore. Proprio per questo, essa rappresenta un limite, e il limite è una condizione necessaria del pensiero critico.
Il Corano insiste ripetutamente sull’obbligo della conoscenza, ma non di una conoscenza neutra o puramente tecnica. Conoscere significa assumersi la responsabilità delle conseguenze del sapere. In questa luce, lo sviluppo tecnologico non appare come una minaccia alla trascendenza, bensì come una prova per la coscienza umana: fino a che punto l’uomo è disposto a confondere ciò che può fare con ciò che è?
L’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, resta interna all’ordine del creato, vincolata a leggi, materiali e finalità umane. Pretendere che essa possa replicare o sostituire il principio che fonda l’essere equivale a un errore di categoria. Non si tratta di negare il potere della tecnologia, ma di collocarlo correttamente. La vera domanda, dunque, non è se l’uomo troverà Dio nella macchina, ma se, osservando la macchina, saprà ancora riconoscere ciò che in lui non è riducibile a essa.




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