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- Il tempo non finisce: si attraversa
Quando un anno si chiude e un altro sta per iniziare, torniamo a parlare di tempo. Lo nominiamo come se fosse una forza assoluta, una legge invisibile che governa ogni passo, ogni scelta, ogni respiro. Eppure il Corano insiste: il tempo non è la realtà ultima, ma uno strumento o una misura concessa all’essere umano per orientarsi sulla Terra, non per definire ciò che è. La realtà è un’altra, e ciò che siamo quando non sentiamo più il corpo. Nel momento in cui Dio prende l’anima (ruh), attraverso l’angelo incaricato, il tempo smette di avere presa. Quel momento non è decidibile dall’uomo, né anticipabile, né rimandabile, in quanto Appartiene solo al Creatore. Da lì ha inizio il Barzakh, uno stato di passaggio, una soglia tra la vita terrena e il Dopo. “Dietro di loro vi è una barriera, il Barzakh, fino al giorno in cui saranno resuscitati” (23:100). Il Barzakh non è il nulla, Non è buio. Non è fine. È un ‘ attesa consapevole. In modo quasi paradossale, anche la scienza si è avvicinata a questa intuizione attraverso le esperienze di premorte: racconti di chi ha attraversato una soglia e poi è tornato. Ciò che molti interpretano come “ultimo” è in realtà intermedio. La scienza può riconoscere segni, processi, funzioni, ma non può decidere la morte nella sua essenza. Un corpo può continuare a funzionare grazie a supporti artificiali, mentre l’anima potrebbe già aver lasciato quella dimora temporanea. In questa luce, la morte cerebrale assume un significato profondo anche dal punto di vista coranico: la piattaforma è stata abbandonata, ciò che resta non è più la persona. E allora anche l’inizio di un nuovo anno cambia significato, offrendoci la possibilità di sperimentare un varco di soglia e non c’è motivo di temere il domani, né la morte. Tutto è già inscritto in un ordine più ampio. “In verità, a Dio apparteniamo e a Lui ritorniamo” (2:156). Nel Corano, la morte non è una perdita, ma un ritorno. Il concetto di “nulla”, così centrale nell’angoscia occidentale, semplicemente non esiste. L’Islam non contempla il vuoto assoluto e la morte è la liberazione dalla fatica, dall’ingiustizia, e dalla sofferenza. “Non avranno paura e non saranno afflitti” (10:62). L’anima non si dissolve, ma rimane unica e non porta più pesi che non le appartengono. “Nessuna anima porterà il peso di un’altra” (6:164). La giustizia è personale, ma la responsabilità è anche collettiva. L’Ummah non è un’idea astratta, ma un corpo vivo. Se una parte soffre, le altre rispondono. Distinguere il bene dal male, prendersi cura dei più fragili, condividere gioia e dolore: questo è il legame che resta. Se l’essere umano ampliasse lo sguardo — se comprendesse che il corpo è solo in prestito e il tempo solo una convenzione — molte guerre perderebbero senso. Il tempo non è una gabbia, ma una mappa numerica che ci sostiene in un oceano di abissi, senza pero’ definire chi siamo. La vita allora diventa un’ascesa, una scala di consapevolezza verso la pace. Raggiungere quella pace richiede il superamento di un’idea rigida del Sé. Un Sé che spesso trattiene, che non lascia passare. Non tutti sono pronti, e talvolta è necessario proseguire oltre, senza odio, senza colpa. Entrare nel nuovo anno con intenzione significa questo: non temere la fine, non inseguire il tempo, ma attraversarlo. Perché non stiamo andando verso il nulla. Stiamo tornando a casa.
- Il Corano: L’ ultima Parola di Dio per l’ Umanità?
ll Corano rappresenta l’ultima rivelazione divina e Mohamed è riconosciuto come l’ultimo profeta. La sua comprensione richiede anni di studio, come esortato dallo stesso testo: leggere, osservare e non smettere mai di cercare conoscenza. Le traduzioni non possono rendere pienamente giustizia al testo originale, poiché l’arabo è una delle lingue più ricche al mondo, con oltre 2,5 milioni di parole non ripetute, a fronte delle circa 700.000 dell’inglese e del tedesco. Questa complessità consente sfumature precise che rischiano di andare perse in traduzione, con possibili fraintendimenti. Il Corano non è una copia della Tora o della Bibbia; contiene termini ebraici e conferma: “Ciò che è stato fatto scendere prima”. La rivelazione araba appare quindi necessaria per preservare il messaggio originario in forma immutabile, considerando che le scritture precedenti non erano complete al 100% e che Mohamed (pace su di Lui) era analfabeta. Il Corano è considerato unico al mondo anche per la sua sintassi . Il Corano è l’ultima rivelazione, e come ogni aggiornamento storico, riflette il progresso del mondo. Mohamed, annunciato da Gesù come Paraclito, giunge per consolare, guidare, insegnare la verità e rafforzare i credenti, ruolo che non è stato riconosciuto dal Cristianesimo. Quest’ultimo rifiuta l’Islam e il Corano perché non riconosce Gesù come Figlio di Dio, considera la Bibbia completa e possiede concezioni diverse di salvezza e autorità divina. L’Islam, al contrario, riconosce il Cristianesimo e il Giudaismo. Il Corano include moltissime descrizioni del mondo naturale e di fenomeni scientifici coerenti con conoscenze moderne, come lo sviluppo embrionale, il ciclo dell’acqua e la formazione dei cieli e della terra. Da un punto di vista logico, resta la domanda: perché Dio avrebbe dovuto cambiare la lingua per la trasmissione finale della Sua Parola? Dall’ebraico e aramaico all’arabo – Un passaggio divino per preservare e confermare la verità? Perché Allah scelse l’arabo dopo che ebrei e cristiani alterarono la Parola? In tempi antichi, gli angeli erano spesso chiamati cherubini . Secondo la dottrina cristiana, sono esseri invisibili, considerati “motori dell’intelligenza” e mediatori della percezione. Possono manifestarsi come suono, luce o semplicemente come presenza percepibile, senza essere visti. I cherubini sono essenzialmente messaggeri. Allo stesso modo, nella mitologia greca, Ermes era il messaggero degli dèi, sebbene le sue funzioni fossero più ampie. In un’epoca in cui tutto veniva comunicato tramite simboli, il Corano invita a “leggere i segni” inviati da Dio. Gli antichi lasciarono tracce e simboli per rappresentare il divino, ma col tempo questi segni furono adorati al posto di Dio. Il Corano ammonisce chiaramente: “Non adorate idoli.” Il simbolismo era fondamentale per le civiltà antiche. Dai popoli mesopotamici alle culture precolombiane, i simboli rappresentavano ciò che non poteva essere espresso a parole. I cherubini, invisibili ma raffigurati nell’arte sacra cristiana, ne sono un esempio perfetto. Le chiese medievali e moderne sono luoghi simbolici, dove l’arte visiva trasmetteva verità spirituali, specialmente in epoche di analfabetismo diffuso. L’espansione del messaggio biblico avveniva inizialmente tramite l’arte: altari e cattedrali sono pieni di simboli che comunicano verità spirituali. Eppure, se la Parola era Cristo, perché non esiste traccia concreta di questo simbolo nell’Enciclopedia Vaticana? Dov’è il sigillo di Cristo nella Bibbia? Il Corano affronta questa questione direttamente: “Guai a coloro che scrivono il Libro con le proprie mani e poi dicono: ‘Questo viene da Allah’, scambiandolo per un piccolo prezzo.” (Sura 2:79)“Gettarono il Libro alle loro spalle e lo vendettero per un piccolo prezzo.” (Sura 3:187) Ciò indica che il messaggio originale è stato in parte perso o alterato. Il simbolo originale della Parola, il monogramma di Cristo, sembra scomparso, ma la sua memoria sopravvive nella tradizione orale: “In quel segno, saremo tutti nell’altro mondo,” diceva mia bisnonna. Significa entrare nella Luce eterna. Il termine Vangelo , dal latino Evangelion , significa “buon messaggio”. In italiano, la parola angelo significa “messaggero”. Così, il Vangelo è essenzialmente un messaggio trasmesso da un angelo. Il Corano conferma questa visione. Gli angeli nel Corano Il Corano descrive gli angeli ( malāʾika ) come esseri di luce, fedeli e obbedienti a Dio. Obbedienza e natura degli angeli Sura At-Tahrim (66:6): “Sopra l’Inferno ci sono angeli, severi e inflessibili; non disobbediscono ad Allah ma fanno ciò che viene loro comandato.” Sura Fatir (35:1): “Lode ad Allah, Creatore dei cieli e della terra, che ha fatto gli angeli messaggeri con ali — due, tre o quattro…” Messaggeri della rivelazione Sura An-Nahl (16:2): “Egli manda giù gli angeli con la Rivelazione a chi Egli vuole…” Sura Al-Baqara (2:97): “Gabriele fece scendere il Corano nel tuo cuore per il permesso di Allah…” Angeli come registratori delle azioni umane Sura Al-Infitar (82:10–12): “Su di voi ci sono custodi, nobili registratori, che conoscono tutto ciò che fate.” Il Vangelo (Gospel) significa “buona parola” o messaggio universale. Senza il simbolo di Cristo, la Bibbia perde la sua essenza. La Parola originale è stata persa. Il Corano, invece, la sigilla, come negli enigmatici Alif Lām Mīm che aprono alcune sure, un sigillo sacro della rivelazione. Cristianesimo predicava: “Portate la croce nel mondo” , ma il crocifisso rappresenta dolore, non il messaggio universale di resurrezione e luce. Il simbolo del Dio vivente si era perso, ma era ciò che originariamente rappresentava la Creazione. Oggi abbiamo simboli, segni e messaggi, ma spesso li cerchiamo nei posti sbagliati. Scienza e luce: un legame con il divino? Nel 2009, il fisico Daniele Sanvitto dimostrò che la luce può comportarsi come un fluido, portando alla scoperta del “supersolido” , una materia che unisce solidità e fluidità quantistica. Dimitris Trypogeorgos dichiarò: “Abbiamo trasformato la luce in un solido. È fantastico.” La luce può esistere in due stati contemporaneamente, simile agli angeli, che portano luce e sono mediatori tra il mondo materiale e Dio. Visione apocalittica nella Bibbia e nel Corano Apocalisse 7:1–4 Gli angeli ai quattro angoli della Terra simboleggiano la creazione intera e trattengono il giudizio fino a quando i servi di Dio non sono sigillati. Il sigillo del Dio vivente appare durante cataclismi, ma Dio rimane luce anche nell’oscurità. Il Corano conferma questo concetto: Sura An-Nur (24:35): “Allah è la Luce dei cieli e della terra… Luce su Luce…” Sura Al-An’am (6:122): “È forse pari chi era morto e a cui abbiamo dato vita e una luce per camminare tra la gente, come chi è nelle tenebre da cui non può emergere?” Terra, cataclismi e orbite Il termine pianeta significa “errante”. Dopo un cataclisma, la Terra potrebbe aver cambiato orbita, spiegando scioglimento dei ghiacci e estinzioni rapide. Sura Ya-Sin (36:38–40): “Ogni corpo celeste fluttua nella sua orbita.” Sura An-Nur (24:40): “[Le azioni dei miscredenti] sono come tenebre in un mare profondo, onde su onde, sopra cui c’è una nuvola…” Queste immagini evocano sia confusione spirituale che condizioni post-catastrofiche. Il Diluvio e la sua non datazione Il Corano e la Bibbia narrano il Diluvio senza collocarlo in un tempo storico preciso. Questo evidenzia il suo valore simbolico e morale: ogni generazione rischia un “diluvio” se perde il senso del sacro e della giustizia. Il Corano è la Parola eterna di Dio , inviata anche ai tempi del Diluvio. I sopravvissuti includevano Noè e la sua famiglia, e secondo la riflessione dell’autore, i primi ebrei fedeli al patto di Dio. A loro fu affidato un messaggio primordiale, un sigillo divino che conteneva fede, morale e rispetto per la creazione. I Figli di Israele furono favoriti da Allah, ma col tempo il loro messaggio fu alterato. Questo rese necessaria una rivelazione finale, chiara e in arabo: il Corano. Serve a ripristinare il vero messaggio per tutti, confermando le rivelazioni precedenti e ricordando che il favore divino richiede responsabilità. Conclusione Il Corano conferma la guida di tutti i profeti, da Adamo e Noè a Abramo, Mosè, Gesù fino a Maometto, l’ultimo Messaggero. Siamo tutti Popolo del Libro , uniti dalla guida divina. Dio è uno e continuo , non limitato a un popolo o a un’epoca.
- Ciò che oggi chiamiamo diversità domani sarà norma
Il giorno in cui nessuno crederà più alla tua parola segna spesso una soglia esistenziale cruciale. In tale momento emerge una consapevolezza fondamentale: la fiducia in se stessi diventa l’unico riferimento stabile. Questa condizione non è segno di isolamento patologico, bensì di una forma di autonomia interiore che consente all’individuo di restare saldo di fronte alla pressione conformante del contesto sociale. Nel Corano, molte figure profetiche incarnano modalità di percezione, interpretazione e risposta al mondo radicalmente divergenti rispetto alle norme dominanti delle loro comunità. Tali differenze non vengono presentate come deviazioni da correggere, ma come forme alternative di intelligenza morale, spirituale e cognitiva. In questa prospettiva, le narrazioni profetiche possono essere lette come archetipi di neurodiversità: individui che vedono connessioni, significati e responsabilità laddove la maggioranza non riesce a coglierli. Noè, ad esempio, persevera in una visione che appare irrazionale e ossessiva agli occhi della collettività. Il suo comportamento viene ridicolizzato e interpretato come segno di alienazione, ma il testo coranico rovescia tale giudizio, mostrando come la sua insistenza derivi da una capacità di anticipare scenari e conseguenze invisibili ai più. Questa dinamica richiama molte esperienze neurodivergenti, in cui una percezione intensificata o non convenzionale viene inizialmente delegittimata. Abramo rappresenta una forma di pensiero critico radicale: egli decostruisce i sistemi simbolici ereditati, rifiutando l’idolatria non per opposizione istintiva, ma per coerenza logica e integrità cognitiva. Tale atteggiamento, spesso associato a menti neurodivergenti, comporta un’elevata esposizione al conflitto sociale e all’emarginazione, poiché mette in crisi strutture considerate intoccabili. Mosè incarna una complessità ulteriore: viene descritto come portatore di un messaggio potente, ma anche come individuo che fatica nella comunicazione e che viene facilmente frainteso. La sua autorità non si fonda su un’abilità retorica conforme agli standard del potere, bensì su una relazione profonda con il significato della giustizia. Questo aspetto evidenzia come la competenza comunicativa non coincida necessariamente con l’aderenza ai modelli neurotipici. La figura di Giuseppe offre un esempio paradigmatico di ipersensibilità emotiva e interpretativa. La sua capacità di leggere sogni, segnali e dinamiche relazionali viene inizialmente percepita come minaccia o arroganza, conducendo a esclusione e punizione. Solo in seguito tale sensibilità viene riconosciuta come risorsa collettiva. Il Corano suggerisce così che ciò che viene marginalizzato come “eccesso” può diventare fondamento di equilibrio sociale. Anche Gesù (ʿĪsā), nella prospettiva coranica, è una figura che destabilizza le aspettative cognitive e morali del suo tempo. Il suo linguaggio simbolico, la sua attenzione agli esclusi e la sua distanza dalle logiche di potere lo rendono incomprensibile a molti. Questa incomprensione non nasce da mancanza di verità, ma dall’incapacità del contesto di accogliere una mente che opera su un piano differente. In tutte queste narrazioni emerge un elemento comune: la neurodivergenza, intesa come differenza strutturale nel modo di percepire e organizzare l’esperienza, non viene corretta né normalizzata. Al contrario, essa costituisce il veicolo attraverso cui si manifesta una trasformazione etica e sociale. Il conflitto non è tra verità ed errore, ma tra pluralità cognitiva e rigidità normativa. Da questa prospettiva, la vera ricchezza non risiede nell’adattamento forzato ai modelli dominanti, ma nella capacità di riconoscere e abitare la propria specificità mentale. La resilienza, pertanto, non coincide con la mimetizzazione, bensì con la possibilità di restare fedeli alla propria struttura cognitiva anche quando essa genera solitudine, accuse o fraintendimenti. Norasgarden si inserisce simbolicamente in questa cornice come uno spazio di legittimazione della neurodiversità. È un giardino della differenza, in cui la cura del vivente diventa metafora della cura delle menti non conformi. Come le figure profetiche coraniche, esso resiste alle pressioni omologanti — economiche, culturali e cognitive — che mirano a ridurre la complessità a ciò che è immediatamente produttivo o comprensibile. Difendere Norasgarden significa allora difendere il diritto di esistere di percezioni non standardizzate, di sensibilità profonde, di forme di attenzione lente e minuziose. Significa riconoscere che alcune menti, proprio perché divergenti, sono in grado di cogliere equilibri invisibili e di generare possibilità di convivenza più giuste e pacifiche. In questo senso, la neurodiversità non è un limite da superare, ma una risorsa essenziale per il futuro collettivo.
- La carica invisibile: ridefinire l’ Anima dopo la Morte
La relazione tra anima, coscienza e struttura della realtà ha attraversato epoche e discipline, dalle metafisiche religiose alle speculazioni filosofiche, fino alle più recenti ipotesi scientifiche sui sistemi energetici complessi. Sebbene la scienza contemporanea non fornisca prove empiriche dell’esistenza dell’anima, l’emergere di modelli fisici avanzati — come i campi quantistici, le interazioni sub-atomiche e la natura informazionale dell’energia — permette di riformulare in modi nuovi e interdisciplinari concetti antichi. Il seguente testo esplora una possibile convergenza teorica tra una definizione fisica ipotetica dell’anima come struttura energetica e la comprensione coranica della sopravvivenza della nafs e della rūḥ oltre la morte fisica, mantenendo distinti i due registri ma evidenziando le loro potenziali risonanze concettuali. Il concetto di “anima” è da lungo tempo parte dei domini della filosofia, della religione e della mistica. Tuttavia, man mano che la scienza avanza nella comprensione dei sistemi energetici complessi, della coscienza e dei campi quantistici, diventa sempre più plausibile riconsiderare l’anima in termini fisici: non come una metafora, ma come una struttura energetica. Un modello possibile è quello di considerare l’anima come una sottile carica elettromagnetica: un campo di energia altamente organizzato e a bassa densità, incorporato nel corpo durante la vita. A differenza dell’elettricità classica, questa carica non si comporterebbe come la corrente che scorre nei fili; bensì opererebbe su livelli quantistici o sub-quantistici, interagendo con i campi elettromagnetici e forse biofotonici del corpo in modi che gli strumenti attuali non sono ancora sufficientemente sensibili da rilevare. Si potrebbe concettualizzarla come una sorta di “struttura di campo molecolare”: non composta di materia ordinaria, ma formata da micro-unità energetiche, potenzialmente analoghe ai quanti di energia che definiscono le particelle nella teoria quantistica dei campi. Una tale struttura sarebbe non materiale nel senso tradizionale, e tuttavia reale, funzionando come un sistema coerente di informazione elettromagnetica che coesiste con i processi biologici e forse li influenza. Al momento della morte, quando il corpo non è più in grado di sostenere la vita biologica, questo campo si dissocierebbe dal corpo. Ma invece di essere distrutto, potrebbe de-fasarsi o dissolversi nell’ambiente elettromagnetico circostante, in modo simile a un segnale che svanisce all’interno di un campo più vasto. Potrebbe persino seguire gradienti di campo, muovendosi verso zone di minore resistenza o di maggiore risonanza — forse allineandosi con schemi elettromagnetici cosmici o atmosferici esistenti. Ciò potrebbe offrire un’interpretazione moderna dell’antica credenza secondo cui l’anima “ascende ai cieli”: non come una fuga in un aldilà astratto, ma come un ritorno a un sistema energetico più ampio — una reintegrazione nel campo universale da cui potrebbe avere avuto origine. La fisica contemporanea riconosce sempre più che lo spazio “vuoto” non è affatto vuoto: è colmo di energia di punto zero, fluttuazioni quantistiche e complesse interazioni di campo. Allo stesso modo, il corpo umano non è soltanto una macchina biochimica, ma un sistema profondamente immerso e influenzato dal suo ambiente elettromagnetico. In questo contesto, l’idea dell’anima come un campo energetico strutturato e transitorio non solo è compatibile con alcuni modelli scientifici emergenti, ma invita a una ulteriore indagine interdisciplinare. Questo approccio non pretende di dimostrare l’esistenza dell’anima in termini misurabili, ma ne propone una riformulazione come ipotesi verificabile: la possibilità che la coscienza — o un nucleo identitario energetico — possa persistere oltre la morte fisica in una forma non locale, basata su campi. Prospettiva coranica Nel Corano, il concetto di anima non è espresso nei termini di “energia” della fisica moderna, ma attraverso le nozioni di nafs e rūḥ , e la continuazione della coscienza dopo la morte fisica. Alcuni punti fondamentali emergono con chiarezza. L’anima ritorna a Dio Il Corano enfatizza che, al momento della morte, l’anima viene presa per ordine divino e continua a esistere in un altro dominio: “Ogni anima assaggerà la morte, e sarete compensati pienamente solo nel Giorno della Resurrezione” (Corano 3:185). “È Allah che prende le anime al momento della loro morte” (Corano 39:42). Questo indica che la vita umana non si estingue con la cessazione delle funzioni biologiche, ma è trasferita dalla dimensione terrena a una diversa modalità di esistenza. Barzakh — Il regno intermedio Dopo la morte, l’anima entra nel barzakh , uno stadio intermedio che precede il Giorno del Giudizio: “E dietro di loro vi è una barriera ( barzakh ) fino al giorno in cui saranno resuscitati” (Corano 23:100). Non si tratta di una condizione di non-esistenza inconscia, ma di una realtà transizionale in cui l’anima attende la resurrezione finale. Trasformazione Nella prospettiva coranica, nulla di ciò che Dio crea viene sprecato o distrutto senza scopo. Mentre il corpo si decompone, la “forza vitale” dell’anima persiste. Si può osservare un’analogia lontana con il principio scientifico secondo cui l’energia non viene distrutta ma trasformata, benché nella teologia islamica questa “energia” corrisponda all’essenza immateriale e personale dell’individuo.
- La piattaforma di questa vita si chiama mente
Il cielo esiste ancora, ma quasi nessuno lo guarda. Non perché sia cambiato, ma perché lo sguardo non si ferma più e ha perso la capacità di soffermarsi su un punto fisso oltre qualche secondo. A Lamu non c’era altro. Di notte sopra di me si stendeva una superficie scura, infinita, punteggiata di luci, che come piccoli fari accesi tagliavano ogni dubbio. Lo osservavo a lungo, cercando di comprenderlo, come se fosse stato possibile separarlo dal resto dell’universo, ma non era realizzabile e dopo qualche settimana avevo smesso di forzare. La Sura al-Mulk ci invita a guardare il cielo e a cercare dei difetti. Più lo osservi, più non ne trovi. Non per distrazione, ma perché non ce ne sono. Ho capito che vedo solo ciò a cui do attenzione. Quando lo sguardo si abbassa, le cose perdono peso. In quel luogo, privo di rumori e di luci artificiali, dove non esistono neppure le automobili, il cielo era dominante, chiaro e impenetrabile. Nel silenzio sembrava persino vibrare. La piattaforma di questa vita si chiama mente. La morte non è un interruzione, solo il nostro pensiero si sposta in un altro campo. Il Corano lo suggerisce nella Sura az-Zumar, distinguendo tra l’anima che viene trattenuta nella morte e quella che viene restituita nel sonno: il passaggio non è una fine, ma un cambio di stato. Anche la vita viene ridimensionata. Nella Sura al-Hadid, l’esistenza terrena è descritta come gioco, distrazione e apparenza. Non è la realtà ultima, ma una forma di esistenza temporanea. Per questo la vita è un’illusione: una proiezione che prende consistenza solo quando la mente vi aderisce. Il pensiero, quando si mette in movimento, genera immagini. Lo sguardo autentico, invece, le dissolve. Pensare è costruire; guardare è sciogliere. A Lamu ho sostato a lungo e ho ascoltato il suono della Terra, le sue vibrazioni primordiali, e la mia dimensione fisica si è ridotta fino a diventare pura luce. In certi luoghi , quelli liberi da distrazioni, rumori interiori e sovrastrutture, la mente si quieta e ciò che resta è l’essenziale. Le notti tra le mangrovie me lo hanno confermato: siamo fatti di energia . In uno stato psico-fisico di pace assoluta, l’io si dissolve e si integra nell’energia cosmica, senza opposizione, senza separazione. Forse è giunto il momento di non interpretare più la religione in modo letterale, ma di smontare le sure , non per negarle, ma per comprenderle davvero. Il Creatore non smette di ripeterci di acquisire conoscenza . E se non esiste Dio al di fuori di Allah, allora non esiste separazione tra il divino e l’universo stesso. La shahada , letta in profondità, non smentisce solo l’ateismo: smonta l’idea di un Dio distante, esterno, antropomorfo. Il Corano è una chiave e non un dogma chiuso, ma una mappa per comprendere l’universo. Lamu mi ha mostrato il cielo per ciò che realmente è. E in quel cielo ho riconosciuto, uno a uno, i 99 nomi di Allah : non come concetti astratti, ma come vibrazioni vive, presenti e palpabili. Conoscere, non credere. Vedere, non immaginare. Ricordare ciò che siamo sempre stati.
- Il tempo del cavolfiore
Quest’anno, nel mio orto, cresceva un cavolfiore bianco e compatto, ai margini silenziosi del giardino. Era attaccato alla terra, avvolto da grandi foglie verdi che lo custodivano dal vento freddo. Ogni giorno alzava lo sguardo al cielo e si domandava perché fosse nato proprio lì, mentre intorno a lui altre piante offrivano fiori accesi o frutti dolci. Il vento, che ama attraversare i filari, portava con sé racconti di luoghi lontani. Il cavolfiore li ascoltava in silenzio, chiedendosi, nel profondo, quale fosse il suo valore. Nessuna risposta giungeva, eppure la terra continuava a nutrirlo, l’acqua lo raggiungeva sempre al momento giusto, e il sole non cessava di sfiorarlo con la sua luce. Tutto seguiva un ordine invisibile e preciso. Un giorno ho deciso di raccoglierlo, quasi senza pensarci, e l’ho deposto nel mio cestino. Tuttavia, mentre camminavo, qualcosa in me si è incrinato. Era come se lo avessi strappato alla terra troppo presto, o come se il mio cuore esitasse, perché era così perfetto, così insolitamente bello. Eppure l’ho cucinato, donandogli la stessa attenzione riservata a ogni cibo, e ho ringraziato il Creatore per quel nutrimento arrivato anche a dicembre. In quell’istante è riaffiorata una verità antica: nulla è creato senza scopo, e ogni dono chiede responsabilità. Trasformato in un piatto semplice che ha sfamato la mia famiglia, senza parole solenni né gesti rituali, è nata una consapevolezza silenziosa. Forse anche il cavolfiore ha compreso che il valore non risiede nell’apparire grandi o importanti. Se avesse avuto voce, avrebbe sussurrato ciò che la saggezza insegna da sempre: che l’umiltà avvicina alla verità, che la pazienza matura i suoi frutti, e che anche l’esperienza più piccola, se accolta con gratitudine, trova il suo posto nell’equilibrio del mondo. E così, quando il vento torna a soffiare sull’orto, sembra ancora raccontare la storia di quel cavolfiore che cercava il suo senso e lo ha trovato nel servizio, riconoscendo che nulla vive senza significato e che ogni vita, dolcemente, ha il suo termine. Sura Al-A‘rāf (7:34) “Ad ogni comunità è stato fissato un termine; quando giunge il loro tempo, non possono né anticiparlo di un’ora né ritardarlo.” Sura Ar-Ra‘d (13:38) “Ogni cosa ha un termine stabilito da Allah.” Sura At-Talāq (65:3) “Allah ha fissato una misura per ogni cosa.” Ogni cosa ha il suo tempo: come dice il Corano, la Bibbia e la Bhagavad-gītā, nulla accade fuori dal momento stabilito da Dio o dal flusso del cosmo. La Torà, il Tao, il Sikhismo, il Buddhismo e l’Animismo ci ricordano che ogni nascita, ogni incontro e ogni ciclo della natura ha il suo ritmo sacro. Se impariamo ad accogliere il presente con gratitudine e rispetto, comprendiamo che ogni vita e ogni evento hanno significato. Vivere in armonia con il tempo è il primo passo per coltivare la pace, quella pace che attraversa fedi, culture e cicli della Terra, unendo i cuori in un unico respiro universale.
- Anna e Hagar: La forza invisibile delle donne – Fede, resilienza e la luce che trasforma il dolore in potere
Le storie di Anna e Hagar, pur provenendo da tradizioni religiose e culturali diverse, offrono modelli universali di resilienza, speranza e fiducia incrollabile in Dio. Sono un esempio per le donne di oggi. Anna—conosciuta come Hannah (חַנָּה, Ḥannāh) nella Bibbia ebraica—visse in un contesto in cui la maternità era considerata essenziale per la dignità e il ruolo sociale di una donna. Segnata dalla sterilità e derisa per la sua condizione, reagì all’emarginazione con una fede profonda e costante. La sua preghiera, sincera e totalmente affidata a Dio, venne esaudita con la nascita di Samuele, destinato a diventare profeta.¹ Il Cantico di Anna (1 Samuele 2:1–10) mostra come la sofferenza possa trasformarsi in gratitudine, e la solitudine in un incontro intimo con il divino.² Gli studiosi sottolineano che questo canto utilizza il parallelismo tipico della poesia sapienziale israelitica, mettendo in risalto la giustizia di Dio capace di rovesciare ogni situazione umana.³ Anche se la madre di Samuele non è nominata nel Corano, la tradizione islamica identifica in Hannah la madre di Maria (Maryam). Il Corano esprime la forza della preghiera devota e della consacrazione: «E [ricorda] quando la moglie di ‘Imrān disse: “Signore mio, ho consacrato a Te ciò che porto nel grembo; accettalo da me. In verità, Tu sei Colui che ascolta e conosce.”» (Corano 3:35). ⁴ Il versetto mette in evidenza il principio del tawakkul , l’affidarsi totalmente a Dio, come valore universale. Hagar, la serva di Sarah e madre di Ismaele, affrontò anche lei emarginazione e abbandono con grande forza d’animo. Nella Bibbia ebraica la troviamo sola nel deserto con suo figlio, ma Dio le appare, la chiama per nome e le promette protezione e una discendenza numerosa: «L’angelo del Signore le disse: “Ritorna dalla tua padrona e sottomettiti a lei; io moltiplicherò grandemente la tua discendenza.”» (Genesi 16:9–10).⁵ Agar risponde chiamando Dio El Ro’i (אֵל רֳאִי), “Il Dio che mi vede,”⁶ un nome che racchiude la certezza che Dio vede, ascolta e sostiene chi è emarginato. I commentatori rabbinici, come Rashi e Ibn Ezra, interpretano la sua esperienza come una testimonianza della provvidenza divina verso gli esclusi.⁷ Nella tradizione islamica, Hājar (هاجر, Hājar), madre del profeta Ismā‘īl, rappresenta anch’essa il tawakkul . La sua corsa disperata tra Safa e Marwa alla ricerca di acqua porta al miracolo della sorgente di Zamzam.⁸ I versetti coranici (14:37; 2:158) mostrano come la fiducia in Dio si unisca all’impegno umano, sottolineando un equilibrio dinamico tra fede e azione. Questa vicenda, commemorata durante l’Hajj e l’Umrah, diventa così una potente metafora di resilienza: anche nei deserti più aridi, la provvidenza divina apre vie di speranza e nuove opportunità. Anna e Hagar rappresentano archetipi universali della forza femminile e della resilienza spirituale. Anna ci insegna che la sofferenza interiore può trasformarsi in preghiera e in azioni significative; Hagar ci mostra che anche la più profonda avversità e l’isolamento possono trasformarsi in opportunità di crescita e di empowerment. In società che spesso misurano il valore delle donne attraverso giudizi esterni, le loro storie ricordano che la forza autentica nasce dalla fede, dalla perseveranza e dal coraggio di affrontare la solitudine e la prova. Per le donne contemporanee, le loro figure offrono consigli preziosi: la pazienza è una scelta attiva, non una passiva rassegnazione; la solitudine può diventare un centro di maturazione; e gli ostacoli possono trasformarsi in terreno fertile per far emergere una luce interiore. Le esperienze di Anna e Hagar dimostrano che la sofferenza non è la fine di un percorso, ma spesso il suo vero inizio. La luce che nasce dalla fiducia in Dio diventa una forza resistente e duratura. Anche nei momenti di isolamento, delusione o abbandono, ogni donna può scoprire nuove potenzialità, trasformare il dolore in crescita, il silenzio in ascolto e il deserto in una distesa dalle mille strade. Note 1 Samuele 1:11. 1 Samuele 2:1–10. Rashi e Ibn Ezra, commentari a 1 Samuele. Corano 3:35. Genesi 16:9–10. Genesi 16:13. Rashi e Ibn Ezra, commentari a Genesi 16. Corano 14:37; 2:158; tradizione islamica su Zamzam.
- Il respiro del cosmo
Esiste un linguaggio ancestrale, quello della Terra, che si esprime attraverso i suoni. In ashram cantavamo l’OM, e questo vibrava nell’universo silenzioso, apparentemente appiattito tra tante stelle prominenti. La recitazione del Corano, invece, accorda il nostro respiro in modi molto simili a una pratica meditativa o a un mantra, grazie al suo ritmo, alle sue pause e alla sua vibrazione, ma in maniera ancora più studiata. La recitazione del Corano ha effetti significativi anche a livello fisico, non solo spirituale e mentale: il ritmo e le pause naturali favoriscono una respirazione profonda e diaframmatica, le sillabe arabe producono vibrazioni che uniscono torace, testa e cavità orale, mentre il sistema nervoso si calma , spazzando via lo stress e la tensione muscolare. E’ un esercizio fisico sottile che sincronizza il corpo, il respiro e la mente, trasformando la recitazione in un’esperienza corporea e meditativa. Può avere effetti positivi anche per chi soffre di asma o ansia, grazie alla sua proprietà sedativa sul sistema nervoso. La Terra emette una serie di vibrazioni e segnali misurabili: dai terremoti alle oscillazioni del suolo, fino alle maree generate dall’interazione gravitazionale con la Luna e il Sole. Si tratta di variazioni meccaniche, elettriche e magnetiche, e costituiscono il “respiro” del pianeta. Su scala più ampia, il sistema solare presenta orbite e risonanze gravitazionali regolari, mentre l’Universo stesso produce onde gravitazionali e oscillazioni di densità nelle galassie. Così, i cicli naturali sulla Terra, come il giorno e la notte, le stagioni e i fenomeni atmosferici, sono direttamente correlati ai processi astronomici e fisici che seguono determinate leggi, dimostrando come il nostro pianeta sia parte di un sistema cosmico interconnesso. La Sura Ar-Rūm 30:48 recita: «Allah è Colui che manda i venti, che sollevano nuvole, e le diffonde nei cieli come Egli vuole, e le fa scendere sulla Terra per dare vita dopo che era morta. In questo vi sono segni per gente che riflette.» Analizzando questo versetto, si osserva che Allah è il principio ordinatore in grado di creare il vento, sollevare le nuvole e diffonderle nel cielo secondo la Sua volontà. Scientificamente, il vento nasce dal movimento dell’aria dovuto a differenze di pressione, riscaldamento irregolare della superficie terrestre, effetto Coriolis e conformazione del territorio, trasportando umidità e calore e favorendo così la formazione delle nuvole e della pioggia. La natura, sebbene possieda cicli e meccanismi autoregolanti, non può sostenersi da sola all’infinito senza un principio ordinatore esterno, per ragioni sia scientifiche sia filosofico-spirituali. Il Corano afferma che l’Universo e la natura non si mantengono autonomamente, ma sono costantemente sostenuti e ordinati da Allah. Questo concetto è coerente con l’osservazione scientifica: la natura segue leggi, cicli ed equilibri delicati che permettono la vita, ma senza un principio ordinatore esterno, tali sistemi collasserebbero. Si può quindi affermare che il mondo respira come un grande diaframma. I cicli naturali della Terra, dalle alte maree che salgono e scendono, dai venti che si muovono nell’atmosfera e dalle stagioni che si alternano, ricordano il movimento del diaframma umano durante l’inspirazione e l’espirazione. Le piante assorbono CO₂ e rilasciano ossigeno, gli animali respirano, gli oceani scambiano gas con l’atmosfera: tutto questo genera un respiro globale, un flusso costante di energia e materia simile a quello del corpo. Quando ci connettiamo alla natura, il nostro respiro tende a sincronizzarsi con questi ritmi, come se percepissimo la Terra che inspira ed espira, e per questo meditare immersi nella natura crea rilassamento, armonia e un senso di unità con l’Universo. Il Corano insegna indirettamente a respirare in modo consapevole attraverso la recitazione dei suoi versetti. Questo avviene grazie a ritmo e pause, vibrazione e risonanza delle sillabe arabe, rilassamento del sistema nervoso e sviluppo di presenza e consapevolezza. Il respiro diventa uno strumento di meditazione, che sincronizza corpo e spirito e trasforma ogni parola in un atto di equilibrio interiore. La lingua araba è straordinariamente profonda e complessa. Si basa su radici triconsonantiche, da cui nascono numerose parole correlate, ciascuna con sfumature di significato molto dettagliate, permettendo una ricchezza semantica unica. L’arabo classico, soprattutto quello del Corano, è musicale e ritmico: le sillabe, le consonanti e le vocali producono vibrazioni naturali nel corpo, trasmettendo intensità emotiva e spirituale anche indipendentemente dal significato letterale delle parole. Ogni vocabolo ha una caratteristica unica, e la combinazione di significato, ritmo e suono rende questa lingua uno strumento potente di connessione con il divino, capace di influenzare tutto ciò che la circonda. Così, mentre la Terra respira come un grande diaframma, il Corano respira attraverso le nostre parole. Ogni versetto, ogni sillaba, ogni pausa sincronizza il corpo, il respiro e la mente con i ritmi dell’universo. Recitare il Corano diventa allora un atto di armonia: un ponte tra l’uomo e la natura, tra il visibile e l’invisibile, tra il finito e l’infinito. In questo respiro condiviso, il divino e il mondo si incontrano, e la vita stessa diventa un canto di equilibrio e presenza. Sura Al-Baqara 2:255 (Ayat al-Kursi) «Allah! Non c’è dio all’infuori di Lui, il Vivente, il Sostenitore di ogni cosa. Né sonno né sonnolenza Lo prendono; a Lui appartiene tutto ciò che è nei cieli e sulla Terra. Chi può intercedere presso di Lui senza il Suo permesso? Egli conosce ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro di loro, e non abbracciano con la Sua conoscenza se non ciò che Egli vuole. Il Suo Trono si estende sui cieli e sulla Terra, e conservarli non Gli costa fatica. Egli è l’Altissimo, il Grande.»
- Donne, IA e Islam occidentale
Il velo, nella sua forma fisica o simbolica, non è solo un capo d’abbigliamento, ma uno scudo mentale e spirituale, un`emblema di resistenza contro un mondo che ci vuole omologate, trasparenti e consumabili. E`una fuga nel rifugio dei Sette Nani. Gli anni Ottanta e Novanta sono un ricordo, tempi di sana spensieratezza. Oggi, questa ingenua leggerezza è tramutata in menti che devono assorbire più di quanto possano contenere, portandole allo svuotamento e la risposta naturale a questo stress è: ritirarsi. L’intelligenza artificiale ci inonda di dati, i media ci mostrano guerre in diretta, volti e corpi soggettivamente “perfetti” e contemporaneamente membra martoriate, disintegrando gradualmente la natura empatica dell’essere umano, per sostituirla con una vera e propria imperturbabilità di massa. E così si ritorna ad ascoltare musica "vecchia", le cui note risuonano come un eco nel giardino o a passeggiare fra casolari abbandonati, per ritrovare un senso perduto. Lo stesso accade con i fiori IA, che sostituiscono quelli veri durante un’esposizione che, -forse- viene denominata "arte di meraviglie contemporanee". Il narcisismo globale è ovunque, le illusioni e, le incessanti simulazioni si spezzano come le onde a Nazaré, senza nemmeno ricordarci, ormai incapaci di riconoscere il nesso, pur sentendo uno sfrenato bisogno di "sentire" ancora una volta un’emozione. Ed ecco che il velo torna di moda, non solo per devozione religiosa, ma come simbolo di opposizione consapevole, per esprimere la propria autocritica, così definibile: “non sono un prodotto”, “non mi consegno al sistema”. L’IA e il capitalismo hanno trasformato le donne (e gli uomini) in schiave di consumo, riducendole a oggetti estetici facilmente sostituibili, perché loro stesse si sono messe in gioco, senza rendersi conto che, infondo, sono loro ad alimentare il mercato del bisturi, da cui cercano di liberarsi quando ormai è troppo tardi. Come pesci imprigionati in una rete, continuano a girare su se stesse, intrappolate in uno schema che le rende ancora più vulnerabili. Ricordo diversi viaggi in Giappone, dove già quindi anni fa i supermercati erano pieni di commesse in stile AI 2025, che rispondevano solo al suono della campanella della cassa o di un qualsiasi aggeggio “portafortuna” che tenevano legato al collo o ai vestiti. Sempre più donne occidentali scelgono l’Islam per sottrarsi a questo “squalo mercenario”, recuperando dignità, autenticità e senso della propria libertà interiore, reclamando i propri diritti ma annientando, al contempo, i diritti di chi li preserverebbe ancora: la donna che loro definiscono oppressa perché "porta lo hijab". Un controsenso senza fine, una pericolosa svalutazione della realtà. Chi indossa il velo, o si protegge con un bastione interiore quale scudo contro qualsiasi attacco esterno, sceglie consapevolmente di distinguere il reale dall’illusione, di restare autentico e di proteggersi dall’invasione digitale (o reale?) e dai modelli sociali che hanno distrutto la natura autentica della donna. In un’epoca di specchi impazziti e di schiamazzi simili a quelli dei polli rinchiusi in allevamenti a batteria, il velo si trasforma in un urlo silenzioso e questa è la vera creatività, senza interferenze digitali che ti fidelizzano ad un’idea prodotta da algoritmi vendicativi. L’intelligenza artificiale amplifica i dati, le immagini e crea illusioni ad una velocità superiore a quella della nostra coscienza, trasformandoci in spettatori passivi dei nostri stessi desideri, che osservano dipendenze ampliarsi fino all’estremo e ad incolpare l’altro per la propria incapacità di uscirne. Come ammonisce il Corano: “ E non seguite ciò di cui non avete conoscenza; l’udito, la vista e il cuore, di tutto ciò sarete interrogati” (Sura Al-Isra 17:36) . Che cosa risponderemo danti a Dio (e a noi stessi), quando non abbiamo capito, udito, visto e sentito niente? Erich Fromm descrive questa alienazione: “La società moderna ci rende oggetti, non individui; ci aliena dal nostro vero essere” . L’IA, insieme ai modelli globali di perfezione artificiale, amplifica tale fenomeno: donne e uomini rischiano di diventare prodotti di consumo, privi di anima. Fromm ammonisce: “Il conformismo è la prigione della mente: chi non pensa con la propria testa diventa schiavo delle illusioni sociali” . Il velo come protezione, libertà e ritorno Il velo islamico emerge come strumento di protezione e resistenza spirituale. Non è solo un capo di abbigliamento: è un atto deliberato per salvaguardare la libertà interiore, la dignità e l’integrità mentale. Indossarlo significa affermare: “non sono un prodotto, non mi consegno al sistema” . Fromm scrive: “La libertà non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa per cui bisogna lottare continuamente” . Il Corano ricorda: “Allah non muta la condizione di un popolo finché essi non mutano ciò che è in loro stessi” (Sura Ar-Ra’d 13:11). Tutto ciò che ha valore, dalla conoscenza, alla spiritualità e alla dignità, deve essere custodito e protetto, come in una scatola nera di un aereo, una cassaforte o nella Kaaba . Il velo diventa quindi un mezzo per preservare questi valori in un mondo che li ignora volutamente o li riduce a merce. Perchè oggi, perchè ora? Nella storia di ogni cultura, la donna ha sempre custodito i valori fondamentali e del potere morale , non come oggetto sessuale, ma come entità che mantiene equilibrio, autorità e integrità. La vera oppressione oggi non è quella delle antiche tradizioni, ma quella occidentale, che ha cambiato il significato della Verità. La stessa cosa vale per la standardizzazione della lingua araba, che ha uniformato concetti che nella grafia antica erano precisi. Solo la consapevolezza può interrompere questa tendenza. La donna, riconoscendo il proprio valore, scegliendo la protezione spirituale e mentale e indossando un velo, che sia reale o simbolico , può sottrarsi all’illusione imposta dalla società moderna e riguadagnare il controllo sul proprio corpo, sulla propria mente e sul proprio destino. I segreti non si espongono e la memoria critica di un aereo è nella scatola nera, i beni materiali nella cassaforte, la sacralità nella Kaaba e l’Oro all`interno di rocce o sul letto dei fiumi. Allo stesso modo, mente, spirito e dignità vanno protetti dalle pressioni invasive dell’era digitale e del consumismo globale. Proteggere ciò che è prezioso non è isolamento: è resistenza consapevole. È dire: “Io custodisco la mia mente, il mio spirito e il mio valore. Non saranno contaminati dall’invasione esterna” . In un mondo di specchi come quello della strega nella storia di Biancaneve, illusioni pervasive e capitalismo predatorio, questa è la forma più potente di libertà: la responsabilità di proteggere non solo sé stesse, ma anche le altre sorelle, perché l’equilibrio è uno dei valori fondamentali proclamati nel Corano, tra la vita spirituale e materiale, nel comportamento e nel rifiuto dell’estremismo in qualsiasi direzione e il velo può venire considerato come una “linea di mezzo” che divide i due mondi. In conclusione, l’autenticità va protetta, senza eccedere, senza estremismo: “E così abbiamo fatto di voi una ummatan wasaṭan , affinché siate testimoni per gli uomini e il Messaggero sia testimone per voi.” (Qur’ān 2:143)
- La profezia dell’oro nell’Eufrate
Secondo le previsioni geoclimatiche e gli studi scientifici sul cambiamento climatico, alcune regioni dell’Africa e del Medio Oriente potrebbero diventare più abitabili e fertili rispetto a molte aree europee nel prossimo futuro. Eppure, questa prospettiva porta con sé un’amara constatazione: forse non ci saremo più, e i ruoli che conosciamo oggi si invertiranno. In questo contesto, emerge una storia antica e inquietante: quella di un grande tesoro che giace sotto le acque del fiume Eufrate, in Siria. L’Eufrate non è solo uno dei fiumi più lunghi e vitali del Medio Oriente; è il cuore pulsante della Mezzaluna Fertile, culla delle prime civiltà umane. Le sue acque permisero lo sviluppo dell’agricoltura irrigua e la nascita delle città-stato sumeriche come Ur, Uruk e Eridu, seguite dagli Accadi, Babilonesi e Assiri. Strategico per l’irrigazione, il commercio e la politica, considerato sacro e fertile, l’Eufrate è al contempo storia, leggenda e simbolo di civiltà. Secondo la tradizione islamica, un ḥadīth autentico riportato da Abu Huraira (رضي الله عنه) e confermato da Imām al-Bukhārī e Muslim, annuncia: «L’Ora non verrà finché il fiume Eufrate non scoprirà una montagna d’oro. Le persone combatteranno per essa e, su ogni cento, novantanove saranno uccisi. Ognuno di loro dirà: “Forse sarò io quello che si salverà”. Chi sarà presente in quel momento, non prenda nulla da essa.» Il senso di questa profezia non è semplicemente materiale; potrebbe essere un monito contro l’avidità, un ammonimento alla follia umana che ci porta a correre verso ricchezze effimere mentre il mondo attorno a noi cambia drasticamente. L’oro dell’Eufrate diventa così simbolo della lotta, dell’egoismo e della precarietà della nostra esistenza. La geologia del bacino dell’Eufrate suggerisce la possibilità – non ancora confermata scientificamente – di depositi di oro, accumulati dall’erosione delle montagne circostanti. Ma indipendentemente dalla reale esistenza di questo tesoro, la simbologia è potente: la Siria (Sham) è indicata dai ḥadīth come teatro della grande battaglia finale tra il bene e il male, collegata alla venuta dell’Anticristo (Dajjāl) e al ritorno di Gesù (ʿĪsā, pace su di lui) a Damasco. Alcuni interpreti vedono in questi eventi guerre reali, altri lotte morali e simboliche. Sham, crocevia di religioni e civiltà, diventa così l’epicentro del destino umano. Il ḥadīth dell’Eufrate non è isolato: il Corano ha anticipato eventi storici e scientifici che si sono effettivamente verificati. Dalla vittoria dei Romani sui Persiani (ar-Rūm 30:2-4) alla conservazione del corpo del Faraone (Yunus 10:92), dall’espansione dell’Islam (al-Fath 48:28) alla scoperta delle fasi embrionali (al-Mu’minun 23:12-14), fino all’espansione dell’universo (adh-Dhariyat 51:47) e alle barriere tra acqua dolce e salata (al-Furqan 25:53), il testo sacro ha rivelato una sorprendente conoscenza della storia e della natura. Oggi, l’Eufrate è minacciato dalle dighe turche, come quella di Atatürk, che riducono il flusso a valle, causando crisi agricole e tensioni politiche tra Turchia, Siria e Iraq. Questo fiume, che un tempo era linfa vitale e simbolo di civiltà, riflette ora la fragilità e l’avidità umana. L’Eufrate, con i suoi salici, pioppi e tamarisci, popolato da uccelli migratori e pesci rari, attraversa deserti, montagne e pianure, offrendo tratti di tranquilla introspezione e scenari naturali straordinariamente contrastanti, ma è fragile. Sotto la sua superficie potrebbe celarsi un tesoro, reale o metaforico, che spingerà le persone a migrare verso terre più fertili, forse in Africa, mentre l’Europa si impoverisce, non solo materialmente, ma soprattutto spiritualmente. Non sappiamo cosa crescerà sotto i nostri piedi, dentro di noi o sopra di noi. Non esiste sicurezza, e la vita può cambiare da un giorno all’altro, mentre siamo concentrati sull’arricchirci, il mondo continua a mutare – fiori sbocciano e muoiono, la siccità distrugge raccolti, tempeste annientano ciò che pensavamo eterno. L’Eufrate diventa simbolo della nostra arroganza, del nostro egoismo e della caducità delle nostre certezze. Forse la montagna d’oro è solo un monito, oppure un evento futuro inevitabile. Ma, in entrambi i casi, ci costringe a riflettere: fino a che punto siamo disposti a lasciare che l’avidità plasmi il destino del mondo?
- Maria è Gesù nel Corano
Nel corpus coranico, Maria (Maryam) occupa una posizione di rilievo non solo come madre del profeta ʿĪsā (Gesù), ma anche come paradigma universale di virtù, devozione e coraggio. L’intera Sura Maryam (19) le è dedicata, fornendo una narrazione completa della sua nascita, della sua educazione spirituale e del miracolo della nascita virginale di ʿĪsā. Nei versetti 16-19, il Corano enfatizza la purezza e la scelta divina di Maria, sottolineando come la vicinanza a Dio derivi dalla devozione interiore e dalla rettitudine morale piuttosto che dai soli atti esteriori (Q 19:16-19). La narrazione della nascita di ʿĪsā a Betlemme, condivisa nella tradizione cristiana e citata indirettamente nel Corano (Q 19:22-25), simboleggia speranza e luce spirituale per l’umanità, fungendo da ponte simbolico tra le tradizioni religiose abramitiche. Il Corano formula principi universali di giustizia e uguaglianza. La rettitudine morale e il rispetto verso gli altri costituiscono criteri essenziali per la legittimità della fede, indipendentemente dalla religione o dall’origine etnica. Versetti come: “O voi che credete! Siate giusti: Dio ama i giusti.” (Q 49:9) “Non vi è privilegio di razza o tribù davanti a Dio: il più nobile tra voi è il più pio.” (Q 49:13) evidenziano che la vera piety si misura nella condotta etica e nella compassione verso il prossimo, principi condivisi da molte tradizioni religiose. Il Corano riconosce esplicitamente la gente del Libro – cristiani ed ebrei – come destinatari di rispetto e interlocutori nel dialogo religioso. Versetti chiave includono: “Non discutete con la gente del Libro se non in maniera migliore” (Q 29:46) “O gente del Libro! Venite a una parola comune tra noi e voi: non adoriamo se non Dio, e non associamo nulla a Lui” (Q 3:64) Tali indicazioni sottolineano l’importanza del confronto rispettoso e della ricerca di una base comune, promuovendo convivenza pacifica e cooperazione tra comunità religiose diverse. A tal riguardo, è significativo ricordare che già nel 1974 Papa Paolo VI istituì formalmente la Commissione per le Relazioni Religiose con i Musulmani presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, promuovendo un canale istituzionale di confronto e conoscenza reciproca tra cattolici e musulmani. Tale iniziativa testimonia come, anche di fronte a differenze teologiche profonde, fosse possibile stabilire relazioni rispettose e costruttive tra le due comunità, gettando le basi per un dialogo interreligioso duraturo e formalizzato a livello ecclesiastico. Maria e la gente del Libro, come delineato nel Corano, sono quindi simboli di virtù universali: purezza, devozione, giustizia, dialogo e rispetto reciproco. La centralità di tali figure invita i credenti a una spiritualità attiva, capace di promuovere pace, comprensione e armonia nella società contemporanea. In questo contesto, la condivisione culturale di feste e simboli religiosi diventa un mezzo concreto per tradurre valori spirituali in pratiche quotidiane di tolleranza e convivenza. Come ricordava Martin Luther King Jr.: “La fede è fare il primo passo, anche quando non vedi l’intera scala.” Fare il primo passo verso la conoscenza dell’altro, dell’altro credo e dell’altra cultura, è essenziale per costruire ponti di comprensione duratura tra comunità e generazioni. Esempi Storico-Culturali di Interreligiosità La Siria storicamente rappresentava un laboratorio di convivenza interreligiosa. Le città di Damasco, Aleppo e Homs hanno ospitato per secoli comunità musulmane, cristiane, ebraiche e druse, condividendo spazi culturali, pratiche rituali e festività. La cittadina di Maloula, situata tra le montagne a nord-est di Damasco, conserva la lingua aramaica, lingua di Gesù, e testimonia la coesistenza di chiese, monasteri e comunità musulmane, evidenziando una storia di dialogo e scambio culturale duratura. Tuttavia, le vicende politiche recenti hanno drasticamente compromesso questa tradizione, dimostrando che la rottura della convivenza non è il frutto della religione, ma della manipolazione politica. L’analisi storica del Novecento, inclusi i processi di Norimberga, evidenzia chiaramente che il dominio sui popoli si realizza attraverso confusione, divisione e strumentalizzazione del potere, non mediante la fede religiosa. In questo contesto, la religione continua a essere veicolo di identità e coesione, mentre è la politica a generare disordine e conflitto. Convergenza di Valori tra Diverse Tradizioni Il Ramadan e il Natale, pur appartenendo a tradizioni religiose differenti, condividono valori fondamentali: disciplina, riflessione e solidarietà per il Ramadan; generosità, gioia e speranza per il Natale. Entrambe le ricorrenze rappresentano opportunità per aprire il cuore al prossimo, superare barriere culturali e costruire ponti di comprensione. Maria e la gente del Libro, come delineato nel Corano, sono quindi simboli di virtù universali: purezza, devozione, giustizia, dialogo e rispetto reciproco. La centralità di tali figure invita i credenti a una spiritualità attiva, capace di promuovere pace, comprensione e armonia nella società contemporanea. In questo contesto, la condivisione culturale di feste e simboli religiosi diventa un mezzo concreto per tradurre valori spirituali in pratiche quotidiane di tolleranza e convivenza. Note accademiche 1. Tafsir al-Tabari, Jami‘ al-bayan ‘an ta’wil ay al-Qur’an , vol. 12, commento su Sura Maryam 16-19. 2. Tafsir Ibn Kathir, Al-Bidaya wa’l-Nihaya , commento su Sura 3:64 e Sura 29:46. 3. Al-Qurtubi, Al-Jami‘ li-Ahkam al-Qur’an , riflessioni su Maryam e Ahl al-Kitāb. 4. Sura 19:22-25, narrazione della nascita di ʿĪsā a Betlemme. 5. Sura 49:9-13, principi di giustizia e uguaglianza. Note sull`autrice: L’autrice ha maturato esperienze pluriennali in contesti interreligiosi, lavorando in India per un anno in progetti di dialogo e cooperazione, e collaborando con migranti attraverso la Croce Rossa e altre organizzazioni umanitarie. Ha inoltre viaggiato ampiamente in contesti culturali e religiosi diversi e ha vissuto a Lamu per un periodo prolungato, approfondendo gli studi coranici.
- Le maschere cadranno un Venerdì
Le maschere sono come i fiori e durano solo una stagione. Puoi fuggire ovunque, ma ti rincorreranno, perché sanno che hai bisogno di esse per coprire le macchie consunte sul tuo viso. Durante il Carnevale puoi nascondere la tua identità e il tuo status sociale, mimetizzandoti come un camaleonte fra la folla e in mezzo a altre chiacchiere, ma nella realtà è meno semplice: la maschera perderà sempre i suoi petali eclatanti e ti lascerà come uno stelo appassito nel Giardino. Ciò accadrà quando la maschera stessa si sarà stancata di sopportarti e i suoi colori inizieranno a colare in un giardino di menzogne. Nascondersi dietro ai tulipani è inutile. Il giardino, custode della Sua Natura, conosce il Creato e le leggi che lo attraversano. Indossare un volto che non è il tuo divora l`energia del corpo e dello spirito, sottraendola alle altre piante del Giardino. Ti trasforma in un balocco privo di radici, più pupazzo che umano, e ti condanna a nutrire la bugia senza tregua per sostenere un posto che non ti appartiene. Così facendo, la vegetazione intorno a te appassisce, e talvolta il prezzo pagato dal Giardino è la vita stessa, perché alcune specie botaniche non hanno la forza di ricrescere, dopo essere state modificate. Le vicende del Novecento non sono scomparse: si ripetono sotto nuove denominazioni. I drammi che un tempo si consumavano nei quartieri aristocratici e nei palazzi feudali oggi si svolgono nelle piazze digitali, esposti senza più il velo della riservatezza. La maschera, che un tempo proteggeva, è divenuta spettacolo; la finzione è diventata criterio di legittimità. Più si recita, più si viene riconosciuti come autentici. Nascondersi non è più un atto di vergogna, ma una strategia di sopravvivenza: così si evita il linciaggio morale inflitto da giudici che non rispondono a nessuna legge. In questo senso, i social media sono le nuove piazze pubbliche: luoghi di esposizione e di condanna, non così distanti da quelle in cui, tra XVII e XVIII secolo, si celebravano i roghi delle streghe. Puoi nasconderti dietro una finzione per un tempo stabilito, ma verrà il Giorno in cui nessun algoritmo, nessuna strategia e nessuna immagine ti difenderanno, perché in quel Giorno non verrà giudicato ciò che appare, bensì ciò che è custodito nei petti, come viene ricordato: “E non nasconderti dal tuo Signore che conosce il segreto e ciò che è più nascosto ancora” (Ṭā-Hā 20:7). L’uomo desidera apparire diverso, essere approvato e compiaciuto, ama il divertimento e spesso lo scambia per vita, mutando e celebrando senza timore, con la carne o con il simbolo, e sfila come se fosse sempre sempre al Carnevale di Venezia. Ma il Corano ricorda: “Ogni comunità ha un termine stabilito: quando giunge il loro termine, non potranno neppure ritardarlo di un’ora, né anticiparlo” (Al-A‘rāf 7:34). Il giudizio non giunge subito non perché Dio sia assente, ma perché la Sua misericordia precede la resa dei conti, e Egli concede tempo affinché l’uomo ritorni, non affinché perseveri nell’errore: “Chi fa il bene, lo fa a vantaggio della propria anima; chi fa il male, lo fa a danno della propria anima. Il vostro Signore non è ingiusto verso i servi” (Fuṣṣilat 41:46). Molti affermano di non percepire la presenza di Dio quando hanno bisogno, ma è il travestimento stesso a coprire la sua presenza: “Non osservate con gli occhi, ma osservate con i cuori” (Al-Ḥajj 22:46). Poi giunge l’Ora, e l’Ora non chiede permesso: i trucchi cadono e la vista diventa aguzza. Nessun camuffamento potrà essere portato sulla Bilancia, perché le opere saranno deposte una ad una e anche il peso di un granello verrà valutato: “In quel Giorno, ogni anima vedrà ciò che ha preparato e ciò che ha trascurato” (Az-Zalzalah 99:7–8). Chi ha costruito sull’apparenza scoprirà di non avere sostegno, e chi ha scambiato la pazienza di Dio per assenza di giudizio comprenderà, troppo tardi, che il tempo concesso era una prova, poiché: “Egli conosce ciò che è evidente e ciò che è nascosto” (Al-Ḥajj 22:46). Allora le maschere veneziane, così belle da sfoggiare, ornate d’oro e di colori accesi, inizieranno a sgretolarsi e i pigmenti si mescoleranno finchè muteranno in fango indistinto e ciò che sembrava arte si rivelerà solo un quadro finto. Davanti alla Verità, nel silenzio del Giardino, non restano forme né decorazioni, ma solo ciò che l’uomo ha realmente portato con sé.











